Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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domenica 24 settembre 2017

Usa e Corea, la sfida a chi è più canaglia


Il discorso di Trump alle Nazioni Unite è stato, come suo solito, bifido. Era partito bene, America first, “metterò sempre l’America al primo posto, esattamente come ciascuno di voi fa con il proprio Paese”. Bene, direbbe uno, Trump è ritornato al vecchio, anche se ormai molto antico, ‘isolazionismo’ americano. Ma quasi subito ha svoltato bruscamente negando di fatto questa affermazione: gli Stati Uniti hanno il diritto di difendere i propri interessi, gli altri Paesi, se i loro interessi contrastano con quelli yankee, no. Insomma America ‘uber alles’ in nome del loro autoproclamato ‘eccezionalismo’ (ma dove, ma quando?).
Donald Trump è riuscito a superare persino George W. Bush. Ha inserito nella lista nera degli ‘Stati canaglia’ il Venezuela, erede, con Cuba, del “fallimentare socialismo-comunismo” dell’Unione Sovietica, un regime “corrotto e destabilizzante” diretto da “un dittatore socialista” (il lettore ci darà atto che siamo stati i primi ad avvertire che il prossimo obbiettivo Usa sarebbe stato il Paese sudamericano). Adesso uno Stato non può più nemmeno permettersi di essere socialista o, dio non voglia, addirittura comunista. In nome dell’’eccezionalismo’ americano.
Nella minacciosa area degli ‘Stati canaglia’ viene ora reinserito il sempiterno Iran: “una dittatura corrotta travestita da falsa democrazia, uno Stato canaglia che esporta violenza, stragi e caos, che finanzia gli Hezbollah e altri terroristi che attaccano i pacifici Paesi arabi e Israele”. In nome dell’’eccezionalismo’ americano uno Stato non può essere teocratico, ha l’obbligo di essere democratico. Peccato che in Medio Oriente i pasdaran iraniani, sciiti, il cui terrorismo non è mai stato dimostrato, combattano al fianco degli americani contro l’Isis sunnita. Per la verità a combattere sono solo i pasdaran, i reparti speciali Usa se ne stanno ben al coperto (vedi mai che qualcuno si faccia male) limitandosi a indirizzare i bombardieri e i droni.
Corea del Nord. Verrebbe da ridere, se non fosse tragico, vedere un Tale seduto su un arsenale di 7.500 Bombe Atomiche che ne minaccia un altro che ne ha tre e vuole proseguire nel suo armamento nucleare. Se la questione fosse posta sul piano dei rapporti di forza non ci sarebbe nulla da eccepire. Ma gli americani hanno la pretesa di metterla sul piano del diritto e per questo hanno ottenuto dall’Onu nuove, dure, sanzioni contro Kim Jong-un. Sulla base di quale diritto la Corea del Nord non può avere la Bomba e Israele, nel complice silenzio generale, sì, il Pakistan sì, l’India sì, il Sudafrica sì, mentre Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia quest’arma micidiale la posseggono praticamente da quando è stata inventata? E’ chiaro che a Kim Jong-un l’Atomica serve come deterrente perché lui e il suo Paese non facciano la fine dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Muhammar Gheddafi. Anche Kim potrebbe dire, legittimamente: “Corea first”.
In realtà i più preoccupati del bellicismo trumpiano, molto apprezzato da Israele, sono proprio gli alleati dell’’amico americano’, in particolare gli abitanti della Corea del Sud. Perché sanno benissimo che se le cose si mettessero male sarebbero i primi ad andarci di mezzo. Anche perché hanno scoperto che gli armamenti e i missili con testata nucleare che gli Stati Uniti stanno ammassando ai confini della Corea del Nord non sono a corto ma a lungo raggio, cioè non hanno lo scopo di difendere la Corea del Sud ma di abbattere un eventuale missile che Kim lanciasse verso Guam o altri territori degli Stati Uniti (‘America first’).
Nelle scorse settimane ci sono state in Corea del Sud imponenti manifestazioni popolari contro il posizionamento di questo nuovo armamentario e anche il tentativo di bloccarne, senza ricorrere alla violenza, i rifornimenti militari. Alla guida di queste manifestazioni c’è la componente buddista, pacifista, della popolazione sudcoreana. In una bella inchiesta di Sky, l’inviato Pio D’Emilia chiede a una donna buddista, sulla quarantina, cosa pensi dei suoi vicini d’oltreconfine. “Non ho una cattiva opinione della Corea del Nord, in fondo siamo tutti coreani. In realtà siamo le vittime del gioco delle grandi potenze”.
Nel suo discorso alle Nazioni Unite Donald Trump ha anche demolito, di fatto, l’Onu e la sua funzione: l’Onu o è americana o non è. Non ne aveva bisogno. Ci avevano già pensato i suoi predecessori. Aveva cominciato il democratico Bill Clinton nel 1999 aggredendo, contro la volontà dell’Onu, la Serbia di Slobodan Milosevic, paracomunista, ma forse sarebbe meglio dire socialista, e comunque cristiana ortodossa, aveva proseguito George W. Bush nel 2003 invadendo e occupando l’Iraq, contro la volontà dell’Onu, e ha completato l’opera, per ora, Barack Obama concorrendo nel 2011, contro la volontà dell’Onu, a eliminare Gheddafi, disarticolando la Libia.
E, allora, chi è lo ‘Stato canaglia’?



venerdì 22 settembre 2017

I “maestri fotografi” non li vedrai mai adagiati sugli allori




In ogni campo, anche nella fotografia, le cose che più contano sono lo spirito di osservazione e la capacità di analisi che, associati all’approccio umile del voler apprendere, consentono di affinare concettualizzazioni e di allargare proficuamente le conoscenze.

Per progredire in tutto quello che interessa è indispensabile essere ambiziosi, innalzare costantemente l’asticella, proporsi sempre nuovi obiettivi e ricercare perennemente confronti e stimoli diversi.

Ognuno ci potrà offrire spunti per apprendere ma chi reputiamo migliore di noi saprà darci contributi superiori, per le ampie visioni che saprà prospettare,  per l’indurci a seguirlo in percorsi più complicati, per il riuscire stimolare nel profondo la voglia di crescere.

L’apprendimento non finisce mai e per questo, anche per i più dotati, eventuali riconoscimenti raggiunti sono vissuti come delle tappe di sosta in un cammino in costante salita che, posizionandoci più in alto, amplierà sempre più gli orizzonti.

Del resto, tutti gli eventuali premi conseguiti non sono altro che traguardi temporanei che necessitano di conferme.

I “maestri fotografi” li troverai sempre a leggere (anche in modo figurativo), li vedrai costantemente irrequieti e creativi; volti a ricercare nuove intuizioni, intenti a porsi e porre infinite domande, non li vedrai mai adagiati sugli allori acquisiti.

Il contesto fotografico nel suo insieme rappresenta un mondo in perpetuo movimento, con moltitudini di soggetti che camminano verso tante direzioni, alla ricerca di nuove vette da scalare, consci del fatto che nel sapere non esiste un’unica “cima”.

Nuove generazioni, che crescono, con l’insegnamento e sotto l’occhio severo dei “maestri”, assorbiranno come spugne le conoscenze dei “grandi” e porteranno nuovo entusiasmo, linfa fresca e … chi farà parte di questo mondo, a prescindere che sia vecchio o giovane e dal ruolo ricoperto, saprà essere felice per il solo fatto di esserci e di divertirsi.


© Essec




I miei còrsi: "afgani minori"


La prima volta che ho messo piede in Corsica, prendendo il traghetto da Livorno, correva l’anno 1970. Poi per molti anni ci sono tornato saltuariamente. Dal 2001 ci passo l’estate ogni anno e qualche puntata la faccio anche d’inverno, con un clima durissimo perché la Corsica ha monti alti quasi tremila metri (il Cinto, per la precisione, 2700 m.), il che vuol dire estati fresche ma inverni molto rigidi. I corsi quindi credo di conoscerli piuttosto bene. Io li definisco degli ‘afgani minori’. Se non gli vai a sangue è bene che giri al largo. Mi ricordo che uno dei primi anni mi ero messo in testa di andare in un paese molto interno, Muna, addossato alla montagna. Dalla Baia della Tuccia, poco sopra Ajaccio, dove mi trovavo, a Muna ci saranno stati in linea d’aria una cinquantina di chilometri, ma allora le strade corse dell’interno erano tutte sterrate, poco più che delle piste. Ci mettemmo quattro ore e passa per arrivare sul posto. All’ingresso del paese c’era il cadavere di un cinghiale impiccato a un cartello stradale bucherellato di pallottole. Ci avviammo per salire verso il grumo di case e passammo davanti a una tavolata di una ventina di persone. Salutammo. Loro ‘gnanca un vers’. Dopo aver esplorato il paese, deserto, ridiscendemmo evitando prudentemente di ripassare davanti a quella tavolata un po’ inquietante. Ma mentre salivamo in macchina sentimmo lo sparo di una doppietta, seguito subito dopo da un altro. Era un avvertimento: per questa volta vi abbiamo lasciato fare, ma se non ci riprovate è meglio.
I corsi sono rudi, chiusi, di poche parole, diffidenti. Un misto, per intenderci, fra un cuneese e un ligure di Ponente (‘stundaiu’ si dice in dialetto). Però se entri nel loro mondo e nella loro fiducia le cose cambiano. L’anno scorso in un modesto albergo di Sagone (Saone), il Cyrnos, ho affittato una stanza altrettanto modesta, ma che ha un pregio inestimabile: esco in costume, faccio letteralmente tre passi, scendo tre scalini di legno e sono sulla spiaggia. Il padrone del Cyrnos, Acciari, è della pasta ‘stundaiu’. Ci consegnò le chiavi borbottando qualcosa di incomprensibile e sparì. Ma poiché, dopo un po’, si accorse che non rompevamo troppo i coglioni, una sera, in segno di amicizia, portò in tavola un demi pichet di mirto e ce lo scolammo insieme. Al momento di partire mi accorsi che non avevo i soldi per pagare e Acciari, per delle sue ragioni, non accettava le carte di credito. “Come facciamo?” chiesi. “Mandatemi un bonifico dall’Italia”. “Ma lei non ci conosce, non sa nemmeno chi siamo, potremmo battercela all’inglese”. “Confiance par confiance” rispose lui.
Ma i veri corsi non sono quelli della costa, ma quelli dell’interno (E più quelli del nord che del sud che risente della Sardegna, sia per i prezzi che per i ‘fighetti’ che la bazzicano. Fu a Cavallo, nell’estremo sud, che quell’imbecille di Vittorio Emanuele, per una banale lite, fece partire dal suo fucile un colpo che ferì a morte il diciannovenne Dirk Hammer). I corsi dell’interno io li chiamo ‘i pelosi’ perché hanno antropologie scomparse da tempo in Europa: petti villosi, bicipiti non da palestrati effeminati, mani pesanti. Sono loro che quando gli albergatori e i ristoratori della costa francesizzano un po’ troppo scendono al mare (‘u mare’ c’è scritto nei cartelli stradali di mezza collina, con una sfumatura di disprezzo) per rimetterli in riga. Detestano i turisti. Ci sono paesi dell’interno (ma qualcuno anche sul mare, come Tollare sul Dito) che non hanno né un bar, né un tabaccaio e nemmeno un carrettino con i gelati.
Sono ‘i pelosi’ che hanno alimentato per decenni l’indipendentismo armato corso, con l’appoggio della popolazione. All’epoca se giravi in auto per le strade interne vedevi di quando in quando appesi al ramo di un albero dei panieri da cui spuntavano delle baguette e dei salami. Erano i rifornimenti per quelli che stavano alla macchia. Sono loro che hanno salvato l’isola dalla cementificazione facendo saltare in aria i Mediterranee e le case dei francesi. Ho conosciuto alcuni capi dell’indipendentismo di ultima generazione, gli ecoindipendentisti, i ‘terroristi gentili’ come li chiamo io riprendendo da Camus. Fanno quello che devono fare badando però bene a non spargere una sola goccia di sangue. Mi ricordo un episodio in particolare. Dovevano far saltare una casa di francesi affittata a una coppia di italiani con dei bambini molto piccoli. Entrano: “Dovete venire con noi. Staremo fuori alcune ore. Riempite i biberon, copritevi bene, portate con voi gli oggetti personali indispensabili”. Finita l’azione li riaccompagnarono al sicuro.
L’appoggio della popolazione. Qualche anno fa nei giorni precedenti un referendum sull’autonomia della Corsica il ministro degli Interni francese dell’epoca, Sarkozy –sempre lui- ebbe la brillante idea di far arrestare a Porto Pollo Ivan Colonna che tempo addietro aveva ucciso a pistolettate il prefetto di Ajaccio e quelli che lo avevano tenuto nascosto. Nella notte nell’albergo in cui andavo da anni sentii, insonne come sempre, un insolito trambusto. La mattina dopo tutti, il panettiere, il fruttivendolo, il tabaccaio, che mi erano sempre parse persone tranquille, indossavano una maglietta gialla con delle scritte: “Ospitare non è un reato”, “Colonna libero”, “Corsica indipendente”. Il proprietario dell’albergo che si era sempre chiamato Fabien ora si faceva chiamare Fabianu. E la Francia perse quel referendum.
Oltre ai turisti, e più dei turisti, i corsi detestano i francesi, li considerano degli occupanti. Il 14 luglio dell’anno scorso dopo l’attentato sulla Promenade des Anglais a Nizza che aveva terrorizzato la Francia non ho sentito un solo corso farne cenno. Non era una cosa che li riguardava. Durante la finale degli Europei Francia-Portogallo tifavano per Cristiano Ronaldo. Non guardano nemmeno il Tour, devo essere io a chiedergli di accendere la tv.
Da due anni gli indipendentisti hanno smilitarizzato, ma l’idea di fondo rimane la stessa: non vogliono che la Corsica diventi la Disneyland della Francia. Poiché la Corsica interna si sta spopolando, per attirarvi i giovani hanno varato un progetto per rilanciare, in prospettiva futura, l’allevamento (l’isola è ricca di suini, bovini, ovini) e l’agricoltura. Per questo editano anche un trimestrale, Isula muntagna, molto ben fatto, ricorda un po’ graficamente il nostro Millennium.
L’Isis ai corsi non gli fa un baffo. Agli imbarcaderi della Corsica Ferries, a Bastia, una graziosa ragazza –la Casta non è un’eccezione- solleva solo il cofano posteriore della macchina. L’Isis in Corsica non entrerà mai. Non solo perché, come i corsi, non la considera Francia, ma soprattutto perché la mafia corsa controlla e qui si conoscono tutti. Uno jihadista verrebbe riconosciuto a un chilometro di distanza e farebbe la fine del cinghiale impiccato al cartello stradale di Muna.



Di Maio e i dadi truccati dei grillini




Una paura inconfessata del mondo si specchia nell'unica sicurezza in cui si arrocca il Movimento 5 Stelle nel momento in cui lancia l'assalto al cielo: la chiusura oligarchica in sé, con una superstizione settaria e una fiducia religiosa. Come Ratzinger, anche Grillo è convinto che " extra ecclesiam nulla salus", perché non c'è salvezza fuori dal sacro recinto. È singolare come questi due sentimenti siano intrecciati nel procedere del partito, dal "V-day" fino alla farsa autolesionista delle primarie prefabbricate che investiranno Di Maio con una corona giocattolo, da grandi magazzini. Un movimento nato in piazza, convinto di essere generato direttamente dal popolo, alternativo al sistema, ai suoi riti stanchi e alle procedure più logore, si mostra incapace di darsi un metodo di democrazia interna coerente con quanto predica all'esterno e con l'idea di rinnovamento che propone, talmente radicale che dovrebbe semmai rovesciare l'antico motto cristiano, cercando il cambiamento ovunque si manifesti e in qualsiasi forma: " Ubi salus, ibi ecclesia".
L'anomalia è congenita e connaturata, come il conflitto d'interessi per Berlusconi o il bullismo politico per Renzi. Nasce cioè dalla concezione di sé, non come parte ma come un diverso tutto, che non vuole conquistare il sistema ma pretende di soppiantarlo. Ciò comporta, necessariamente, l'abolizione di ogni distinzione, e cioè del libero criterio con cui si forma ogni giudizio politico, per incasellare la realtà dentro uno schema di comodo basato sul pregiudizio, che accomuna tutta la politica precedente alla transustanziazione del comico in leader, come un'era barbara da rigettare in blocco. Non importa che in questa lunga stagione costellata di errori e anche di colpe ci siano tradizioni, esperienze, filoni culturali, testimonianze e personalità che hanno costruito la miglior storia d'Italia, avvicinandola all'Europa. E non importa neppure che nella capacità di distinguere, ogni volta e in ogni circostanza, risieda l'esercizio della libertà intellettuale del cittadino: l'unica cosa che conta è ridurre la politica "altra" a fascio indistinto, insieme con le istituzioni marce e i riti repubblicani vuoti.
Deriva dunque dalla differenza, più che dalla proposta, l'autocandidatura grillina non all'alternativa ma alla sostituzione di sistema. Una differenza che si vive come antropologica, irridendo gli avversari e sbeffeggiandoli, che si presenta come metodologica (nel culto elettronico del sacro Graal che dovrebbe garantire trasparenza e invece la confisca), ma in realtà è profondamente ideologica. Non si tratta infatti di tornare agli ideali democratici su cui è nata la repubblica, ma di trasportare il sistema nell'altrove grillino dove una casta di puri sostituirà un meccanismo corrotto e inaugurerà finalmente l'era della grande semplificazione, banalizzando - come avviene quotidianamente in Campidoglio - i problemi e purtroppo le loro soluzioni. Solo un piccolo mondo nuovo, compatto, rigidamente controllato, impermeabile e autosufficiente può sostituire il grande vecchio mondo che non si può emendare, selezionare, discernere, ma soltanto mandare al macero in blocco.
Soltanto che la rigidità del meccanismo cozza contro l'elasticità della teoria. C'è un capo supremo che tutti riconoscono ma che nessuno ha eletto, con titoli aziendali, manageriali e religiosi ben più che politici: il "fondatore", il "capo politico", l'"elevato". Nessuno ovviamente disconosce il carisma di Grillo sui suoi adepti, e nemmeno l'istinto politico. Solo che lo statuto speciale che si è attribuito lo colloca in un luogo esterno al controllo, alla verifica, alla trasparenza, al metodo democratico che l'articolo 49 della Costituzione prescrive ai partiti, un luogo di permanente arbitrio e di totale insindacabilità, che lo rende nello stesso tempo responsabile finale di ogni cosa, e a piacere irresponsabile di tutto. Quando poi Davide Casaleggio scende nel campo politico e amministrativo incontrando sindaci e parlamentari, dirimendo conflitti, decidendo priorità e strategie, l'affare si complica perché la mancanza di ogni investitura democratica è in più distorta dall'elemento dinastico, come se si potesse ereditare il ruolo di co-fondatore, l'approccio imprenditoriale per regolare dall'alto la politica, le chiavi misteriose del caveau battezzato con sprezzo del pericolo Rousseau, che custodisce solo per gli iniziati i percorsi e i destini di tutti.
È evidente che tutto questo cozza con la predicazione della trasparenza, con il principio della democrazia diretta (anche con quella indiretta, a dire il vero), con lo streaming inflitto a Bersani, con il disvelamento di ogni meccanismo decisionale, con il rovesciamento dei vecchi metodi castali, che ancora resistono nei partiti e determinano in buona parte il successo del movimento. L'unico principio che regge alla prova dei fatti è il famoso "uno vale uno", ma rovesciato rispetto alla rivoluzione che prometteva: davvero conta sempre e soltanto quell'uno nascosto in alto, che ha potestà di nomina e di veto come i signori feudali, ben più di qualsiasi leader di ogni vecchio partito. Quelli, infatti, dichiarandosi di destra o di sinistra si impongono un vincolo politico-culturale, a cui devono in qualche modo rispondere, e in base al quale vengono giudicati, mentre qui ogni piroetta è lecita, nel nulla identitario. Quelli, in più, devono fare i conti con il libero gioco delle correnti, qui invece totalmente assenti come dimostrano le primarie addomesticate coi figuranti attorno a Di Maio, e il silenzio amaro dei dissidenti, che hanno paura del fulmine dall'alto, capace di incenerire ogni dissenso.
Le finte primarie sono dunque il risultato di un metodo, che è un'aperta trasgressione ai principi fondativi del movimento, una deformazione delle sue teorie, una falsificazione politica. La miseria politica degli altri partiti non giustifica affatto la clamorosa anomalia grillina. Chi non ha altra base culturale che la purezza e la trasparenza, nascendo ogni giorno dal seno del popolo per riporre proprio lì la virtù salvifica di ogni scelta, ha infatti il dovere politico della coerenza: se non nei programmi, che sono più complicati perché dipendono anche da variabili esterne, almeno nel metodo con cui costruisce il suo gruppo dirigente, la sua leadership, la sua struttura interna.
Abbiamo ripetuto molte volte e inutilmente, davanti ai periodici grovigli del Pd, che un moderno partito è forte se disarmato, è nuovo in quanto aperto, è democratico perché scalabile e contendibile. Vale per tutti, naturalmente. E invece proprio nei 5 Stelle c'è il timore non solo di ogni convergenza democratica nei parlamenti (dove pure non esiste per definizione una verità assoluta, ma tante verità parziali che si possono combinare in quel gioco che si chiama politica), ma anche di ogni contatto esterno per definizione "impuro", e adesso addirittura di ogni possibile contaminazione interna che scombini la scelta dell'oligarchia di vertice, blindata proprio mentre si convocano le primarie, con una contraddizione clamorosa. La prova del 9 è l'intolleranza per l'informazione proclamata direttamente da Grillo ieri davanti ai giornalisti, mentre l'uomo del cambiamento, Di Maio, si inchinava a baciare la teca di San Gennaro: "Vi mangerei, anche per il gusto di vomitarvi". Non fa ridere, qualcuno dovrebbe dirglielo. Per paura, tacciono gli oppositori interni. Per connivenza, stanno zitti gli intellettuali esterni, pronti a crocifiggere ad ogni passo la seconda repubblica, come se non si facesse male da sola. Quanto alla terza, non resta che aspettare la ribellione cibernetica di Rousseau, come un moderno Hal, per dichiarare il gigantesco "tilt" democratico di questa odissea spaziale coi dadi truccati.



giovedì 21 settembre 2017

Banca e Industria in Veneto, ovvero perché non si impara mai dal passato (G.Coppola, D.Corsini)




(3/3)

Questo e' il terzo articolo che dedichiamo alle banche venete: nascita, vita e morte delle banche locali e perché ciò sia accaduto ne è il filo conduttore del acconto. Il Veneto assurge alla storia nazionale perché nel volgere di pochi anni le crisi e fallimenti di tante banche (non solo di quelle più note) hanno probabilmente cambiato in modo irreversibile un modello di sviluppo fondato sui distretti e sulle banche del territorio, cosa che è forse alla base del ritardo dall’uscita dalla crisi economica nella quale ancora ci dibattiamo.

Si può dire senza rischio di essere smentiti che in Veneto la banca locale come categoria è pressoché sparita. Non è stata l’unica regione d’Italia dove la banca del territorio ha perduto posizioni, ma è senza dubbio quella dove il fenomeno è stato più massiccio.

Soltanto nel 2010 vi erano 57 banche con sede in Regione: 11erano società per azioni, 5 Banche Popolari, 40 banche di credito cooperativo e una filiale di banca estera. Vi operavano con 2.300 sportelli su un totale di 3.600, con un peso pari al 60 per cento.

Dopo sei anni sono rimaste in 34, di cui 28 BCC, tutte di dimensione ridotte. Delle restanti sei, tra popolari e spa, poche possono essere classificate come banche locali. Alcune hanno infatti vocazione specialistica, altre sono integrate in gruppi, le cui strategie sono dettate dalle rispettive capogruppo fuori regione. È stata registrata anche una certa disintermediazione, che ha portato i depositanti (famiglie e piccole imprese) verso i prodotti postali, a seguito dei timori collegati alla lunga vicenda che ha interessato le due popolari alla fine fallite.

Inoltre il credito cooperativo è destinato a perdere ulteriore forza come soggetto unitario, dato che nella formazione dei gruppi voluti dalla riforma, 14 bcc aderiranno al gruppo Iccrea e 10 a quello di Cassa Centrale Trentina. Sono scelte che frammenteranno ulteriormente l’offerta di prodotti e servizi bancari destinati ai mercati locali, indebolendo la posizione dei singoli intermediari, anche attraverso forme interne di concorrenza, stante la sovrapposizione di molte aree di operatività.

Le quote di mercato facenti capo al localismo bancario veneto sono ora pari a pochi punti percentuali. Il Veneto bancario appartiene in prevalenza ai gruppi Intesa, Unicredito, Bpm e Monte dei Paschi, quest’ultimo statalizzato.

Quanto avvenuto appare come una sorta di maledizione del vincitore, per come era letto il localismo bancario veneto soltanto pochi anni fa, pensando addirittura che fosse il pivot del processo di ammodernamento del sistema industriale, entrato in crisi di competitività.

Da osannate banche del territorio, le banche piccole e medie si sono ridotte in pochi anni a una presenza del tutto marginale, in breve sono fallite miseramente in una delle aree più ricche d’Europa.

Siamo convinti che la causa di tutto ciò sia stato il tentativo di appropriarsi di un ruolo non loro, che ne ha progressivamente prodotto lo snaturamento, fino al disfacimento.

Quali sono le evidenze di questa proposizione?

In primo luogo, la crescita delle dimensioni operative, anche in controtendenza con gli andamenti delle restanti parti del sistema bancario, ha allentato la capacità di selezionare la clientela, portando alla rinuncia del primato informativo della vicinanza con i propri mercati tradizionali. La pletoricità delle strutture organizzative (numero di sportelli, reti di partecipazioni anche estere, acquisizioni di banche in altre regioni d’Italia, anche in condizioni critiche) ne sono i fatti più significativi.

La crescita quantitativa ha quindi portato con sé maggiore concentrazione, settoriale (in

primis nell’immobiliare) e per cliente, e aumento della dimensione media della clientela, anche a seguito dell’ampliamento delle relazioni creditizie in essere presso le grandi banche, politica che ha in parte delegato la selezione diretta delle controparti agli intermediari maggiori.

La perdita della selettività è stata l’anticamera di altri e ben più gravi scompensi di governance e di fenomeni di mala gestio.

Il punto, infatti, sul quale tornare è quello dell’assunzione di un ruolo di sostegno creditizio della grande e media industria che ha progressivamente generato una maggiore permeabilità alle situazioni di conflitto di interesse.

Le trasformazioni intervenute nella governance sono lo specchio immediato di questo processo. E difficile dare una rappresentazione precisa della pletorica e sempre più complicata governance delle banche di cui parliamo.

Proviamo a farlo in sintesi soffermandoci su quel che emerge dagli ultimi bilanci del Banco Popolare (2015) e delle due popolari fallite (2016). In pochi anni, il numero dei soci e’ quasi raddoppiato fino a raggiungere l’iperbolica cifra di 600.000 unità. In media, una famiglia veneta su tre era socia delle tre popolari.

Limitandoci ai consigli di amministrazione delle banche capogruppo, e cioè trascurando quelli delle decine e decine di società e banche da esse partecipate, il numero dei membri andava dai 12 ciascuno per la Popolare Vicentina e Veneto Banca ai 24 del Banco Popolare.

Di essi oltre la metà erano, a quelle date, espressione del mondo industriale veneto e nazionale, cioè prenditori di credito dalle stesse banche amministrate.

Questo numero è comunque riduttivo, è una fotografia sfuocata, perché non tiene conto degli avvicendamenti intervenuti nel corso degli ultimi mandati, e in specie nel più recente periodo quando si sono fatti tentativi di salvataggio in extremis, con l’obiettivo di mantenere le crisi ancora in ambito regionale. Come ha ricordato De Bortoli sul Corriere Economia di qualche settimana fa, oggi tutti gli imprenditori, ad iniziare dal presidente di Confindustria plaudono agli interventi di salvataggio a carico dello Stato e invitano a ‘voltare pagina’. Nessuno di questi signori ricorda di aver conosciuto Zonin e Consoli!

Organi di gestione delle banche formati da maggioranze di cosiddetti debitori di riferimento vanno alla continua ricerca di equilibri collusivi, alimentano forme, anche implicite, di condizionamento reciproco, favoriscono scambi e modalità di compensazione dei vari interessi in gioco.

In questa situazione il management è portato snaturare a sua volta il proprio ruolo o accentuando il potere in maniera incontrollata (un servo-padrone che dirige il traffico tra i vari portatori di interesse, provocando inevitabili ingorghi e deviazioni da percorsi di legalità) o riducendosi a esecutore di ordini degli esponenti di maggior peso (un padrone-servo che si assume responsabilità crescenti in cambio di riconoscimenti materiali e di prestigio, fino a che dura il gioco, cioè fino al momento della esplosione finale). Ovviamente sono esclusi da queste considerazioni gli ultimi manager, chiamati al capezzale delle banche, oramai in articulo mortis.

A tali scompensi si aggiunge la necessità di tenere sotto controllo le sterminate basi sociali sia per catturarne il consenso, necessario al momento del rinnovo delle cariche, sia per utilizzarle per i crescenti fabbisogni di capitale richiesti dalla crescita dei volumi e dei livelli di rischiosità. L’averlo fatto con modalità non sempre trasparenti ha prodotto il collocamento di azioni e obbligazioni presso soggetti non consapevoli dei rischi. Su di essi ha gravato gran parte degli azzeramenti di capitale primario e secondario, prima degli interventi a carico del contribuente.

La conclusione di queste poche e generiche riflessioni è che quando la banca locale entra in crisi non ha più nulla di locale.

Dobbiamo tornare sul rapporto banca industria con un’ulteriore osservazione.

Quando si allentano i criteri di selettività del credito, si produce, in contesti territoriali circoscritti e a forte caratterizzazione settoriale, come avviene nel caso dei distretti, una forma di distorsione della concorrenza, dato che il credito concesso in abbondanza tiene in vita anche i soggetti meno efficienti, che verrebbero rapidamente espulsi dal mercato, ove si seguissero criteri di maggior rigore. L’interesse ad una banca più selettiva dovrebbe essere in prima battuta proprio della parte produttiva più robusta. Quando l’indebito sostegno agli operatori meno efficienti arriva a danneggiare oltre un certo limite quelli più efficienti sono questi ultimi a chiedere alla banca di chiudere i cordoni della borsa. Così facendo cominciano a emergere sofferenze in misura sempre maggiore, fino a determinare il dissesto della banca stessa. Questo è il motivo per il quale la perdita di criteri di prudenza e di indipendenza della banca locale ne sancisce velocemente la fine. Ad un certo punto la situazione non è più sostenibile e i tappi saltano.

Sembra che sia avvenuto proprio questo, nella illusione di trasformare un sistema localistico in un sistema a vocazione nazionale o addirittura internazionale, che non era alla portata dei nostri effimeri campioni regionali.

E alla fine è l’industria che determina la fine della banca, ritenendola non più funzionale alla propria sopravvivenza.

L’arrivo delle grandi banche in contesti territoriali come il Veneto è l’unico modo per tagliare di netto questi nodi, anche se non sarà facile poiché sarà necessario un periodo di consolidamento e riorganizzazione che potrà richiedere anni per riassorbire il moral hazard che si è prodotto nei periodi precedenti. Per ripristinare il merito di credito delle imprese, si dovrà ricostituire la fiducia nella qualità dell’informazione proveniente da queste ultime. Ci vorrà del tempo. Prevarranno comportamenti giustamente selettivi che restringeranno l’offerta di credito. Non è un caso che, nell’accordo sottoscritto, Intesa si sia riservata la possibilità di retrocedere alla liquidazione ulteriori 4 miliardi di impieghi delle due banche fallite, che, in un contesto di urgenza assoluta, non ha avuto modo di esaminare con la dovuta diligenza.

Gli è che tutte queste cose non sono affatto nuove nella secolare storia della banca.

Purtroppo non si è imparato ancora a sufficienza dai disastri che si creano da un rapporto distorto tra banca e industria. E, seppure sia diabolico, continuiamo a perseverare nell’errore, credendo di avere ogni volta in mano la pietra filosofale che faccia il miracolo e smentisca i dannosi precedenti di questo connubio.

Come abbiamo scritto nell’articolo uscito alcuni giorni fa dal titolo “Che cosa è veramente successo nelle banche del Veneto”, il problema si aggrava non di poco se anche le autorità pensano di avere in mano quella stessa pietra filosofale.

Daniele Corsini e Gerardo Coppola (3/3)

articoli precedenti:
(1/3): https://laquartadimensionescritti.blogspot.it/2017/08/lettera-un-marziano-sul-tempo-e-sulle.html
(2/3): http://laquartadimensionescritti.blogspot.it/2017/09/che-cosa-e-veramente-accaduto-nelle.html


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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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