Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 28 agosto 2012

Mafie, i padroni della crisi Perché i boss non fanno crac

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell'Occidente, per infiltrare in maniera capillare l'economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l'effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell'Ufficio Droga e Crimine dell'Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l'unico capitale d'investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

Secondo le stime del Fmi tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche statunitensi ed europee persero più di 1 bilione di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili e più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono, furono rilevati o commissionati dal governo. È possibile dunque individuare il momento esatto in cui le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l'economia internazionale. Ciò è avvenuto nella seconda metà del 2008, quando la liquidità era diventata il problema principale del sistema bancario. Il sistema era praticamente paralizzato a causa della riluttanza delle banche a concedere prestiti e solo le organizzazioni criminali sembravano avere enormi quantità di denaro contante da investire, da riciclare.

Una recente inchiesta di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell'Università di Bogotà, ha rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Usa ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di dollari. Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici, fatti passare da un Paese all'altro, e quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti e, soprattutto, irrintracciabili. Così i prestiti interbancari iniziarono a essere sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. Alcune banche si salvarono solo grazie a questi soldi. Gran parte dei 352 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico sono stati assorbiti dal sistema economico legale, perfettamente riciclati. Questo non dimostra soltanto che in tempo di crisi le difese immunitarie delle banche si abbassano pericolosamente, ma anche che in tempo di ripresa economica i capitali criminali determineranno le politiche finanziarie delle banche salve grazie ai capitali criminali. Questa dinamica spinge a interrogarsi sul peso che le organizzazioni criminali hanno sul sistema economico in tempo di crisi e a considerare necessario un maggiore controllo del settore bancario.

E se i soldi della droga sono così utili alle banche e ai Paesi che li riciclano, ciò aiuta a spiegare anche come mai la lotta alla droga in molti Paesi occidentali viene fatta "con il freno a mano", soprattutto in momenti di crisi in cui la liquidità monetaria è vista come un'oasi nel deserto. Si prendono di mira solo la fase produttiva e le attività dei cartelli criminali, e si trascura la fase di riciclaggio dei proventi. In definitiva si combatte la microeconomia della droga, ma non la macroeconomia. Basti pensare che se in Colombia esistono misure altamente restrittive per impedire l'immissione nelle banche di ingenti quantità di denaro, negli Usa la legge sulla privacy e il segreto bancario permette la creazione di un fondo bancario senza conoscerne l'origine. Il sospetto, quindi, è che le istituzioni americane ed europee sappiano molto di più di quanto dicano e che attaccare i grandi gruppi finanziari non sia facile per i governi.

I capitali criminali stanno tornando nelle banche. In questo contesto, i momenti più critici sono stati la crisi finanziaria in Russia - le cui cause furono attribuite anche al dilagare della mafia russa - e quelle globali del 2003 e del 2007-2008. Il settore finanziario si ritrovò a corto di liquidità, così le banche si aprirono ai cartelli criminali che avevano soldi da investire. "Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno", ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Durante la crisi, le banche diventano più convenienti e soprattutto sicure per il riciclaggio. Quando si riunisce, il G20 dovrebbe farlo con la sola priorità di costruire nuove regole per far fronte all'economia criminale, forza assai più potente del terrorismo nello svuotare la democrazia ed erodere i diritti, compromettere i mercati, concedere apparenti ricchezze.

La Grecia da molti anni vive un'aggressione criminale che l'Europa e i governi greci hanno sottovalutato. Questa aggressione è certamente uno degli elementi che hanno portato al disastro economico e alla fragilità delle istituzioni. L'Indice di Corruzione 2011 stilato da Transparency International vede la Grecia allo stesso livello della Colombia. La corruzione in Grecia è costata circa 860 milioni di euro nel 2009 e circa 590 nel 2010. Tra le istituzioni più corrotte del Paese ci sarebbero ospedali e uffici dell'erario. Questi dati dicono chiaramente che la Grecia è da decenni terra di investimento mafioso. Non è un caso che il più grande vertice della mafia russa degli ultimi anni si sarebbe tenuto a dicembre 2010 proprio in Grecia, in un ristorante di Salonicco. Vi avrebbero preso parte i rappresentanti di una sessantina di famiglie mafiose per porre fine a una guerra sanguinosa iniziata nel 2008 e che ha coinvolto anche la Grecia, dove nel maggio 2010 morì improvvisamente Lavrenty Chokladis, rappresentate per l'Europa del padrino 73enne Aslan Usoyan detto "Nonno Hassan". Ora, a causa della crisi, i greci hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi: circa 50 miliardi di euro sono stati prelevati dalle banche greche dal 2009 al 2011. Venendo a mancare i canali di prestito ufficiali, sempre più persone ricorrono ai prestiti illegali, rivolgendosi agli strozzini.

Secondo alcuni dati, in Grecia, il mercato nero dei prestiti illegali avrebbe un giro d'affari di circa 5 miliardi di euro all'anno; secondo il governo, invece, sarebbe addirittura pari al doppio, cioè 10 miliardi. Attività che pare sia quadruplicata dall'inizio della crisi nel 2009. Di questa cifra, più della metà rimane nelle tasche degli usurai, che applicano tassi di interesse a partire dal 60% annuo. A gennaio a Salonicco (seconda città più grande della Grecia) è stata sgominata un'organizzazione criminale che prestava soldi a un tasso di interesse tra il 5 e il 15% a settimana. E per chi non pagava erano previste punizioni. Il gruppo era attivo a Salonicco da più di 15 anni ed era composto da 53 estorsori, tra cui due avvocati, un medico, un dipendente di una squadra di calcio. Il numero di vittime accertate è tra 1.500 e 2.000, per un guadagno totale di circa 1 miliardo di euro.
Nell'organizzazione spunta il nome di Marcos Karamberis, il proprietario di un ristorante che si era candidato come vice-governatore dell'Imathia, regione della Grecia settentrionale. Un ruolo di spicco era svolto dai fratelli Konstantinos e Marios Meletis, in passato accusati di traffico di droga. Tra i nomi degli accusati vi è anche quello di Dimitrios Lambakis, imprenditore di 54 anni, proprietario di una fabbrica per la produzione di pasta sfoglia a Halkidiki: secondo la polizia la fabbrica era stata rilavata dagli usurai perché il precedente proprietario non era riuscito a pagare i suoi debiti. Secondo fonti del Ministero delle Finanze greco, molte delle operazioni di usura in Grecia sono connesse alle bande del crimine organizzato dei Balcani e dell'Est Europa. Quando la Romania e la Bulgaria entrarono a far parte dell'Unione Europea nel 2007, le bande criminali guadagnarono un facile accesso alla Grecia. Le loro principali attività sono il traffico di donne e di eroina, l'usura è solo un affare secondario.

Ma il mercato nero che ha le cifre più incisive nel contrabbando greco è quello che riguarda il petrolio. Dal contrabbando di gasolio illegale si ricavano fino a 3 miliardi di euro all'anno (dati del
2008). Le leggi greche fissano il prezzo del gasolio per uso navale/ marittimo - l'industria navale è il fiore all'occhiello dell'economia greca - a un terzo rispetto al prezzo del gasolio per le automobili o per il riscaldamento domestico. Succede però che i trafficanti trasformino il combustibile navale economico in costoso combustibile per case e automobili. È una pratica che richiede un'ampia infrastruttura criminale, inclusi depositi illegali vicino ai porti e alle grandi città per stoccare il combustibile navale, che viene adulterato e rivenduto per altro uso. Si stima che il 20% della benzina venduta in Grecia venga dal mercato illegale: i benzinai, a quel che si dice, vendono una benzina che sarebbe un mix di carburante comprato legalmente e carburante acquistato sul mercato nero, cosa che permette ai rivenditori di guadagnare di più ed evitare le tasse. Inoltre la Grecia importa il 99% del suo carburante, eppure secondo le cifre ufficiali riuscirebbe a esportarne ai Paesi vicini più di quanto importa. Panos Kostakos, politologo greco, ricorda che "La Grecia è il luogo di nascita della democrazia, ma il guaio è che l'attuale sistema politico è una Mafiocrazia Parlamentare. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando discutiamo questioni di legge, ordine e giustizia".

La Grecia da molto tempo assieme alla Spagna è la porta delle rotte della cocaina in Europa. Nel dicembre 2011 un'indagine dell'antimafia di Milano ha portato all'arresto complessivamente di 11 persone al sequestro di 117 chili di cocaina, 48 di hashish e di vari automezzi utilizzati per un traffico illecito di droga dal Sudamerica in Italia attraverso la Grecia. Anche dietro la crisi spagnola ci sono anni di potere dei capitali criminali, di assenza di regole, di contrasto soltanto ai segmenti militari delle organizzazioni. Oggi la Spagna è colonizzata da gruppi criminali autoctoni (i galiziani, i baschi e gli andalusi) e da organizzazioni straniere (italiane, russe, colombiane e messicane). Storicamente è sempre stata un rifugio per i latitanti italiani, sebbene con l'entrata in vigore del mandato di cattura europeo le cose siano cambiate. Anche la legislazione antimafia spagnola è migliorata, ma il Paese continua a offrire grandi opportunità di riciclaggio, che con l'attuale crisi europea sono diventate ancora più grandi. Il boom immobiliare che la Spagna ha avuto dal 1997 al 2007 è sicuramente stato manna per queste organizzazioni, che hanno investito i loro guadagni sporchi nel mattone iberico.

Zakhar Kalashov e Taniel Oniani, arrestati rispettivamente nel 2006 e nel 2011, sono esponenti dell'organizzazione denominata "Ladri nella legge" attiva in Russia e Georgia; reinvestivano i ricavi dei loro traffici nel mercato immobiliare spagnolo. La Spagna poi è stata per tanti anni punto d'arrivo privilegiato in Europa per i trafficanti di cocaina: qui, seguendo la rotta atlantica, sbarcavano i carichi provenienti dalla Colombia, prima che le misure antimafia europee costringessero le organizzazioni a deviare il percorso verso l'Africa. Il boss del clan dei casalesi Nunzio De Falco risiedeva a Granada, dove ufficialmente gestiva un ristorante, ma in realtà trafficava droga. Gli "Spagnoli di Scampia" - come Raffaele Amato, arrestato a Marbella nel 2009 - stavano a Madrid, Barcellona e Costa del Sol e investivano nel mercato immobiliare e in finanziarie. Roberto Pannunzi e suo figlio Alessandro, broker del narcotraffico legati a varie 'ndrine calabresi, utilizzavano la Spagna come base operativa per i loro traffici. Sebbene la "rotta africana" abbia modificato i percorsi della polvere bianca e la collocazione delle organizzazioni, la rotta atlantica non è stata abbandonata, si è solo ridimensionata. La Spagna, quindi, rappresenta ancora uno snodo fondamentale per il traffico di cocaina verso i Paesi europei. In una situazione del genere la proposta del magnate americano Sheldon Adelson di un investimento di 35 miliardi di dollari per Eurovegas, un complesso di casinò, attrazioni e strutture turistiche sulla scia di Las Vegas, da realizzarsi in Catalogna o vicino a Madrid, rischia di trasformare quei luoghi nel centro
di riciclaggio mafioso dell'Occidente.

Nel 2006 ci fu un'indagine della Banca Centrale di Spagna volta a spiegare l'incredibile quantità di banconote da 500 euro presenti sul territorio nazionale, soprannominate "Bin Laden" perché se ne parla tanto ma si vedono pochissimo, come accadeva per il capo talebano. Le banconote da 500 euro sono utilizzate molto di frequente dalle organizzazioni criminali perché occupano poco spazio per il trasporto e per lo stoccaggio: in una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a 10 milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirla dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a fenomeni criminali come narcotraffico o riciclaggio. Eppure, ancora nel 2011 le banconote da 500 euro rappresentavano il 71,4% del valore di tutte le banconote presenti in Spagna.

L'Italia, purtroppo, non fa eccezione. La mafia italiana ogni anno (rapporto SOS impresa) può contare su una liquidità di 65 miliardi con un utile di circa 25 miliardi superiore all'ultima manovra finanziaria italiana. Le organizzazioni mafiose incidono direttamente sul mondo dell'impresa per 100 miliardi, pari al 7% del Pil nazionale. Tutti soldi di cui Stato e cittadini onesti vengono privati, e che finiscono invece nelle tasche dei mafiosi. "Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura", aveva dichiarato il Premier Berlusconi nel 2009. "In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la 'ndrangheta", aveva ribadito nel 2010. Una delle tante promesse non mantenute. Il Premier italiano Mario Monti ha dichiarato che l'Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa dell'evasione fiscale, che va combattuta con strumenti forti: con strumenti anche più forti va combattuto il sommerso creato dalle mafie, che uccide l'economia pulita. Le mafie sono ormai organizzazioni internazionali, globalizzate, agiscono ovunque.

Parlano diverse lingue, stringono alleanze con gruppi oltreoceano, lavorano in joint-venture e fanno investimenti come qualsiasi multinazionale legale: non si può rispondere a colossi multinazionali con provvedimenti locali. Bisogna che ogni Paese faccia la propria parte, perché nessuno è immune. Bisogna colpire i capitali, il loro motore economico, che troppo spesso rimane illeso, perché più difficile da tracciare, e perché, come abbiamo visto, è un capitale che fa gola a tanti in momenti di crisi, alle banche prime fra tutti.

Roberto Saviano (La Repubblica - 27 agosto 2012)

Il Crepaccio invisibile

È accaduto già una volta nella storia italiana che il sistema democratico si sia puramente e semplicemente suicidato. L’avvento al potere di Mussolini non fu infatti il risultato della forza militare delle camicie nere bensì, appunto, degli errori e delle incapacità di tutti gli altri attori politici. Oggi stiamo di nuovo scherzando col fuoco, poiché la riforma della legge elettorale che si va preparando rischia di spianare la strada a un secondo caso di suicidio della democrazia nel nostro Paese, o a qualcosa di molto simile. È vero che in tutto il mondo la democrazia rappresentativa sta subendo uno svuotamento sostanziale, come risultato del peso sempre maggiore dei mercati e delle istituzioni sovranazionali; ma proprio per questo diventa ancora più essenziale, come ha scritto Michele Ainis (Corriere, 25 agosto), riannodare il filo spezzato con gli elettori, cioè garantire loro il potere di scegliere i propri rappresentanti e quale sarà il governo che guiderà il Paese (anche se poi questo governo dovrà tener conto più dello spread che della volontà popolare).

Ebbene, entrambe queste cose — la scelta dei rappresentanti e la scelta del governo — sembrano fortemente compromesse dalla legge sulla quale i partiti della maggioranza stanno cercando un accordo. Non solo il premio del 10 o 15% al maggiore partito non garantisce la governabilità, ma l’intero meccanismo previsto sembra fatto apposta per determinare una frammentazione politica che affiderebbe la formazione di una maggioranza alle trattative tra i partiti solo dopo il voto.

Quanto alla scelta da parte dell’elettore dei propri rappresentanti, si ipotizza la parziale reintroduzione delle preferenze, che rischia piuttosto di riportarci al mercanteggiamento dei voti che caratterizzava le competizioni elettorali della Prima Repubblica. Soprattutto, un terzo o la metà dei seggi sarebbero assegnati attraverso liste bloccate, che riprodurrebbero così la principale anomalia (e sconcezza) del sistema attuale, che ha fatto parlare di un Parlamento non di eletti ma di «nominati» (dai vertici dei partiti). Tali «listini» di partito sono stati giustificati dall’onorevole Cicchitto con la necessità di assicurare l’entrata in Parlamento di «una serie di parlamentari di alto livello » che altrimenti rischierebbero di non entrarvi. Quanto a dire che il principio della sovranità popolare dovrebbe essere corretto alla luce di una sorta di diritto a essere rieletti dei politici «di alto livello» (e verrebbe allora da chiedersi quanto «alto» debba essere questo livello, cioè quanti siano i candidati che possono contare sulla rielezione assicurata).

Una proposta del genere riflette quella tendenza della classe politica a bloccare ogni ricambio che Gaetano Mosca definì come «aristocratica »; una tendenza forse condivisa anche fuori del Pdl, a giudicare dalle polemiche generazionali che agitano il Pd. Ammesso (e, ci permettiamo di aggiungere, non concesso) che un tale diritto dei politici di «alto livello» a essere rieletti abbia qualche fondamento, come si fa però a non comprendere che oggi una proposta simile equivale ad alimentare la peggiore demagogia antipolitica? Così, se giungerà in porto, la nuova legge elettorale farà sopravvivere (almeno per il momento) l’attuale ceto politico, ma al prezzo di un ulteriore e preoccupante svuotamento delle istituzioni democratiche.

lunedì 27 agosto 2012

Bersani di lotta o di governo?

Pier Luigi Bersani ha dato una lunga intervista a Repubblica per dire che il governo dei tecnici è “una parentesi” da chiudere e per candidarsi alla guida del prossimo governo. Data la complessità degli argomenti, ne citiamo i passaggi chiave con traduzione in italiano corrente per i lettori meno scafati.

Qualunque ragionamento sul prossimo futuro deve partire dal presupposto che non vengano abolite le elezioni, magari su suggerimento di Moody’s. Se in Italia passasse l’idea che la politica non è in grado di tirarci fuori dalla crisi, noi ci porremmo automaticamente al margine delle democrazie del mondo”.
Non posso essere più esplicito, ma il vero pericolo non è tanto l’antipolitica quanto la voglia di commissariamento della democrazia che pervade non posso dire chi.

Il limite della soluzione tecnica non sta nel governo Monti, che pure ha fatto un gran lavoro, ma nella mancanza di univocità di una maggioranza che ha opinioni diverse, perché in natura esistono una destra e una sinistra alternative l’una all’altra”.
A forza di raccomandarmi le intese cordiali con i berlusconiani Napolitano mi farà perdere le elezioni.

Abbiamo fatto la moneta unica, con Prodi, D’Alema e Amato abbiamo raggiunto accordi storici con la Ue e la Nato. Ho lavorato con Ciampi e Padoa- Schioppa. I mercati e le cancellerie non possono far finta di non conoscerci. Se ci sono manovre interessate per dire che nell’Italia del dopo Monti non c’è un presidio credibile, noi siamo qui, con la nostra storia, a dimostrare che non è vero”.
Il partito montiano nel Pd mi imputa di non avere solide relazioni internazionali, e che se vado a Washington dicendo che sono il segretario mi fanno ricevere dalla segretaria.

“Io dico che in un Paese maturo si fronteggiano un centrodestra, un centrosinistra ed eventualmente una posizione centrale che da una legislatura all’altra può dare flessibilità al sistema”.
Lo so, rischio di vincere le elezioni e dipendere dai voti di Casini. Ma che posso farci? Sbattermi per prendere tanti voti non è nella mia natura, mi sentirei un demagogo populista.

E poi, hai visto mai, può succedere che una figura come Monti non riesce a portare a casa una legge contro la corruzione, e invece Bersani ci riesce”.
Credete che non mi sia accorto che Monti ogni volta che c’è da fare una cosa di sinistra fa il furbo, e mi fa piovere sulla pagina Facebook tonnellate di insulti? Mi starei stufando.

A Monti chiedo un cambio di passo. Non sono d’accordo su come stanno andando le cose. È ora di riscrivere l’agenda. Per noi progressisti è il momento di rompere l’avvitamento tra austerità e recessione. Il rigore non va abbandonato. Ma è ora di aprire gli occhi”.
Questi tecnici supponenti mi hanno rotto, ma se lo dicessi più chiaro mi sentirei un demagogo populista.

Sento parlare di via d’uscita dalla crisi. Io credo nella possibilità di uno spiraglio, ma ancora non lo vedo”.
Monti fa l’ottimista con il culo degli altri, cioè di chi governerà dopo.

C’è un crollo della produzione industriale, un segno meno nei consumi, lavorano 22 milioni di italiani su 60. Io chiedo: come affrontiamo queste emergenze?”.
Faccio la domanda io prima che qualcuno la faccia a me.

Leggo di piani energetici, di piani per gli aeroporti. Per carità, va tutto benissimo. Ma i problemi di famiglie e imprese, in questo momento, sono altri. Per esempio: il prezzo della benzina si può ridurre? I pagamenti della Pubblica Amministrazione sono stati sbloccati?
Perché Passera non si fa il mazzo come me lo facevo io al ministero dello Sviluppo economico, anziché occuparsi della sua carriera politica?

Sento parlare di una defiscalizzazione dell’Iva sulle infrastrutture, praticamente senza copertura”.
L’ossessione di Passera e del mio vice segretario Enrico Letta per le infrastrutture, grandi, costose e inutili, ci farà perdere un sacco di voti.

Noi proponemmo un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari per alleggerire l’Imu. Non si fece allora, per me va fatta adesso”.
E’ almeno un anno che chiedo la patrimoniale, ma Monti fa finta di non sentire perché Berlusconi non vuole, io non alzo la voce perché mi si spacca il partito.

Per me in una democrazia liberale il diritto alla riservatezza di chi è al di fuori da un’indagine penale non è un optional. Ma attenzione: questo diritto si garantisce con un filtro rigoroso affidato alla magistratura, senza limiti alle indagini e bavagli all’informazione”.
Napolitano e Monti si tolgano dalla testa di farmi votare una legge bavaglio a ridosso delle elezioni.

In questi mesi non ho mai alimentato polemiche, e continuerò a farlo. Siamo dentro la più grave crisi del dopoguerra. Ne usciamo solo se c’è condivisione tra noi”.
Manco lo nomino Matteo Renzi, per far vedere quanto detesti quel chiacchierone che non capisce la gravità della situazione.

Il percorso è chiaro. In autunno vareremo una carta di intenti, con regole d’ingaggio, criteri di partecipazione, impegni e responsabilità comuni. E tra novembre e dicembre faremo le primarie di coalizione”.
Il percorso è chiaro: se non vinco le primarie i montiani, dalemiani e rottamatori del Pd mandano un altro a palazzo Chigi. Perché mentre io dico basta al populismo carismatico quelli mi dicono dietro che non ho carisma.

Entro ottobre saranno pronti 10-15 punti di programma, non 281 pagine”.
Il megaprogramma del 2006 di Prodi conteneva tutto e il contrario di tutto. Bisogna avere poche idee ma chiare. Mi ci vorranno almeno due mesi.

Giorgio Meletti (Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2012)


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L'intervista di Massimo Giannini:

"SENTO in giro molte preoccupazioni sul dopo Monti. Allora chiariamo subito un punto: qualunque ragionamento sul prossimo futuro deve partire dal presupposto che non vengano abolite le elezioni, magari su suggerimento di Moody's. Se in Italia passasse l'idea che la politica non è in grado di tirarci fuori dalla crisi, noi ci porremmo automaticamente al margine delle democrazie del mondo". Finite le brevi ferie d'agosto, Pierluigi Bersani torna in campo e detta a Monti le condizioni dell'autunno. Il leader del Pd considera quella del governo tecnico una "parentesi non ripetibile". "Perché vede - spiega - il limite della soluzione tecnica non sta nel governo Monti, che pure ha fatto un gran lavoro, ma nella mancanza di univocità di una maggioranza che ha opinioni diverse, perché in natura esistono una destra e una sinistra alternative l'una all'altra. E se a Bruxelles o sui mercati si ha paura per la tenuta del rigore in Italia, io voglio credere che ci si riferisca a un rischio Berlusconi o a un pericolo populista, non al centrosinistra".

Eppure, segretario, l'impressione è che cancellerie e Borse non si fidino neanche di voi...
"Noi abbiamo fatto la moneta unica, con Prodi, D'Alema e Amato abbiamo raggiunto accordi storici con la Ue e la Nato, io ho lavorato con Ciampi e Padoa- Schioppa. I mercati e le cancellerie non possono far finta di non conoscerci. Se ci sono manovre interessate per dire che nell'Italia del dopo Monti non c'è un presidio credibile, noi siamo qui, con la nostra storia, a dimostrare che non è vero".

Quindi lei fin da ora dice no a un Monti bis e dice no a una Grande Coalizione?
"Io dico che in un Paese maturo si fronteggiano un centrodestra, un centrosinistra ed eventualmente una posizione centrale che da una legislatura all'altra può dare flessibilità al sistema. Chi vince, governa. Questo è il vero tema, non quanti tecnici ci sono nel governo. E questo significa che non si può andare al voto proponendo una Grande Coalizione. Non esiste proprio".

Perciò, Bersani va al voto con il suo programma e le sue alleanze, e se vince va a Palazzo Chigi. Giusto?
"Così funziona, nelle democrazie normali. E poi, hai visto mai, può succedere che una figura come Monti non riesce a portare a casa una legge contro la corruzione, e invece Bersani ci riesce".

Il Pd è sempre più insofferente col governo. Oggi c'è il primo Consiglio dei ministri dopo le ferie. Cosa chiede a Monti?
"A Monti chiedo un cambio di passo. Non sono d'accordo su come stanno andando le cose. È ora di riscrivere l'agenda. Per noi progressisti è il momento di rompere l'avvitamento tra austerità e recessione. Il rigore non va abbandonato. Ma è ora di aprire gli occhi. Lo dico anche al Consiglio dei ministri che si riunisce oggi: date finalmente uno sguardo alla realtà".

Perché finora il premier e i ministri non l'hanno fatto?
"Non sto dicendo questo. Dico che ora ci sono due problemi da affrontare. Il primo è europeo: a settembre il messaggio dell'Ue sulla stabilizzazione degli spread non deve più essere un oggetto da Sibilla Cumana, ma deve diventare operativo. A proposito di battere i pugni sul tavolo, questa è l'occasione. Il secondo è italiano. Sento parlare di via d'uscita dalla crisi. Io credo nella possibilità di uno spiraglio, ma ancora non lo vedo. E ho l'impressione che il governo finora non abbia percepito lo scivolamento dell'economia reale. C'è un crollo della produzione industriale, un segno meno nei consumi, lavorano 22 milioni di italiani su 60. Io chiedo: come affrontiamo queste emergenze?".

E cosa si aspetta che le risponda, Monti?
"Per me il rigore è la condizione necessaria, ma non è l'obiettivo. Il vero obiettivo, qui ed ora, è il sostegno all'economia reale. Leggo di piani energetici, di piani per gli aeroporti. Per carità, va tutto benissimo. Ma i problemi di famiglie e imprese, in questo momento, sono altri. Per esempio: il prezzo della benzina si può ridurre? I pagamenti della Pubblica Amministrazione sono stati sbloccati? E che facciamo di fronte alle crisi industriali, dalla Fiat a Finmeccanica all'Alcoa? Le eventuali operazioni di alienazione del patrimonio pubblico possono essere destinate a politiche industriali e allo stimolo all'economia reale? In agenda io vorrei queste priorità. Attenzione a messaggi troppo astratti, che non generano fiducia ma semmai scollamento".

Da mesi si critica il governo perché non fa niente sulla crescita, ora lei lo critica perché prova a fare qualcosa?
"Io non lo critico, ma dico che non bisogna passare dal niente al troppo. Sento parlare di una defiscalizzazione del-l'Iva sulle infrastrutture, praticamente senza copertura. Bene, ma perché da mesi si dice no alla sterilizzazione dell'Iva sulle accise per la benzina? Ci sono cose che il governo può fare subito. Rafforzi gli sgravi fiscali sulle ristrutturazioni immobiliari in funzione antisismica e ambientale. Adotti misure di sburocratizzazione, eliminando passaggi burocratici o esternalizzandoli. Finanzi l'innovazione coi crediti d'imposta sulla ricerca e la defiscalizzazione degli investimenti. Introduca una vera Dual Income Tax".

Il nodo vero è la pressione fiscale. Lei pensa che Monti dovrebbe cominciare a rimodulare le aliquote Irpef?
"Senta, io non riesco a raccontare favole. È un obiettivo per il futuro, ma per ora non possiamo permettercelo. Dobbiamo scongiurare gli aumenti dell'Iva, questo sì. Ed è possibile farlo, aumentando il recupero dell'evasione fiscale, concludendo l'accordo con la Svizzera sulla tassazione dei capitali, lavorando realisticamente sugli incentivi alle imprese, e poi definendo meglio con gli enti locali la griglia della spending review".

Elsa Fornero ha detto che porterà il taglio del cuneo fiscale in Consiglio dei ministri. Lei è d'accordo?
"Certo, in prospettiva il cuneo fiscale va ridotto. Ma anche qui, non ci sono soluzioni miracolistiche. E poi serve uno schema pattizio: Prodi tagliò il cuneo fiscale di 5 punti, ma purtroppo questo non servì a rilanciare gli investimenti".

E la patrimoniale? La deve fare Monti, o la farete voi quando tornerete al governo?
"Noi proponemmo un'imposta sui grandi patrimoni immobiliari per alleggerire l'Imu. Non si fece allora, per me va fatta adesso. Quanto alla finanza, la ricchezza scappa e la povertà resta. Va rafforzata la tracciabilità dei capitali, anche su scala europea. Questo Monti può farlo, entro la fine della legislatura".

Lei parla di fine della legislatura. Ma tornano in ballo le elezioni anticipate a novembre.
"Le elezioni anticipate sono un'elucubrazione dannosa. Io non le auspico e non le vedo all'orizzonte, anche se è nostro dovere tenerci pronti a qualunque evenienza. Poi, lo dico una volta per tutte, non c'è alcun nesso tra voto anticipato e legge elettorale...".

Ma l'intesa col Pdl sulle modifiche al Porcellum c'è o no?
"Oggi un accordo non c'è ancora, ma da parte nostra c'è la disponibilità a chiudere in fretta. Naturalmente, non rinunciamo ai nostri due paletti. Primo: la sera in cui si chiudono le urne il mondo deve sapere chi governa, altrimenti ci travolge uno tsunami. Secondo: i cittadini devono scegliere chi mandare in Parlamento. In concreto, questo significa due cose. Ci vuole un premio di maggioranza ragionevole, e il 15% lo è, perché sarebbe curioso che il Pdl che nel 2005 ha introdotto una premialità sconosciuta in Occidente oggi dicesse no a una premialità decorosa. E poi ci vuole una quota significativa di collegi uninominali, per ricreare un legame tra elettori ed eletti".

Mi dica la verità, c'è imbarazzo nel Pd sul conflitto sollevato dal presidente Napolitano contro i pm di Palermo per le intercettazioni sulla trattativa Stato-mafia?
"Nessun imbarazzo. Napolitano ha fatto quel che doveva. Dopodiché, in un sistema costituzionale e democratico lo schema non è chi è d'accordo e chi no con il Capo dello Stato, ma chi lo rispetta e chi no. E allora, se il presidente ha chiesto alla Consulta di chiarire un punto cruciale che riguarda le sue prerogative, può anche essere criticato ma deve essere rispettato. E questo non sta avvenendo sempre. C'è una campagna contro Napolitano: esiste un filone populista, in certe aree della politica e del giornalismo, che forse ha anche un disegno in testa. Ma non passerà".

Ma lei e il Pd siete d'accordo con Monti e la Severino, che annunciano una nuova legge sulle intercettazioni?
"Per me in una democrazia liberale il diritto alla riservatezza di chi è al di fuori da un'indagine penale non è un optional. Ma attenzione: questo diritto si garantisce con un filtro rigoroso affidato alla magistratura, senza limiti alle indagini e bavagli all'informazione. Dunque, se il governo vuole presentare un ddl con queste caratteristiche, noi siamo pronti a discuterne. Ma la condizione è che ci sia un pacchetto complessivo di riforma della giustizia, con al primo posto le nuove norme contro la corruzione. E dopo, semmai, anche le intercettazioni".

Le primarie tornano a infuocare la vostra metà campo. Le farete, come e quando?
"Il percorso è chiaro. In autunno vareremo una carta di intenti, con regole d'ingaggio, criteri di partecipazione, impegni e responsabilità comuni. E tra novembre e dicembre faremo le primarie di coalizione, con la massima apertura alle forze politiche e alla società civile ".

Del rottamatore Matteo Renzi che mi dice?
"In questi mesi non ho mai alimentato polemiche, e continuerò a farlo. Siamo dentro la più grave crisi del dopoguerra. Ne usciamo solo se c'è condivisione tra noi".

Sulle alleanze il quadro è problematico, tra Vendola e Casini. Riuscirete a vincere e a governare, mettendo insieme i centristi e i comunisti?
"Noi organizziamo un centrosinistra aperto a un incontro con forze politiche e sociali moderate. Entro ottobre saranno pronti 10-15 punti di programma, non 281 pagine. Sarà poi il candidato premier a fare il resto...".

Lei, presumibilmente...
"Se mi voteranno, sarò io. Sulla base di quel programma, il centrosinistra proporrà un'alleanza di legislatura alle forze liberali e moderate del Paese. Dentro questo perimetro non ci sono solo Vendola e Casini, ma ad esempio anche i socialisti".

Con Di Pietro è finita per sempre?

"Mi pare evidente che lui vuole star fuori. Il centrosinistra deve fare spesso i conti con le forze agite da questo istinto minoritario di auto-esclusione dalle responsabilità. Io, da riformista, lavoro perché questa maledizione finisca. Il Pd è pronto per governare, e sono convinto che governerà".

m.giannini@repubblica.it (24 agosto 2012)


domenica 26 agosto 2012

IL CAPITALISMO INCLUSIVO

"Molte cose andarono storte. Ma cinque debolezze in particolare hanno provocato il disastro. Esse sono: la cattiva distribuzione dei redditi, la debolezza delle imprese, la fragilità del sistema bancario, la pessima bilancia commerciale, la povertà del pensiero degli economisti".

Sono parole del 1955. Le scrisse il grande economista John Kenneth Galbraith, nel suo libro "La grande crisi del 1929". Queste parole, con la loro involontaria analogia rispetto alla situazione attuale, ci confermano il pensiero di Hegel: "Ciò che l'esperienza e la storia insegnano è questo: che uomini e governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né mai agito in base a principi da essa edotti". Diversamente, politici ed economisti avrebbero già realizzato una Bretton Woods del capitalismo finanziario. Ma così non è stato.

Purtroppo, fino a quando questo non verrà fatto siamo destinati ad avvitarci in crisi finanziarie ripetute, con effetti negativi sull'occupazione e per le tasche della gente. Sì, perché il punto è che il capitalismo finanziario sregolato e ipertrofico produce disoccupazione e povertà, mentre arricchisce indecentemente i suoi protagonisti. Il 55% di disoccupazione giovanile in Spagna, il 36% in Italia, sono tassi di disoccupazione post-bellici.

A una disoccupazione in crescita si aggiunge una disuguaglianza socio-economica in aumento, provocata dalle continue manovre finanziarie draconiane dei governi, messi con le spalle al muro dagli speculatori. Ma il 2012 è peggio del 1929. Nel '29 non c'erano i computer per muovere masse enormi di denaro sui mercati finanziari nello spazio di un secondo, né c'era la possibilità di investire in "scommesse" (derivati) con le garanzie misere (massimo il 10%) che oggi si richiedono agli speculatori, né c'erano i famosi CDS (Credit Default Swap) "completamente svincolati" dai relativi titoli di stato: vale a dire CDS acquistabili anche da parte di coloro che non ne possiedano il titolo obbligazionario. In pratica, come se qualcuno potesse stipulare l'assicurazione sulla vita di una persona senza essere quella persona. Il che, evidentemente, è una sorta d'incitazione all'omicidio. Il punto è di principio: perché si è permesso che uno strumento, concepito per assicurarsi contro il rischio di fallimento da parte di coloro che possedevano titoli di uno stato, fosse trasformato in un mercato libero delle scommesse in cui è lecito puntare sul fallimento di quello stato?

Quello che manca nel dibattito sulla crisi europea è una chiara azione, concertata a livello internazionale, per il ridimensionamento dell'uso degli strumenti speculativi come i derivati o i CDS. Fino a quando quest'azione non sarà compiuta, vivremo il paradosso di paesi messi con le spalle al muro da una pressione speculativa senza freni né limiti, che li costringe a piani di rientro del debito così ingenti nell'entità, e così accelerati nella tempistica, da tradursi in riduzioni del PIL le quali, a loro volta, aumentano il rapporto debito/PIL di quei paesi.

E siamo da capo, solo più poveri e arrabbiati. Il buon senso esigerebbe una constatazione: non si cambiano i fondamentali dell'economia reale in poche settimane, ci vogliono alcuni anni. Mentre questa speculazione selvaggia (s)ragiona in mezza giornata. Bene: se non possiamo abolirla (che sarebbe l'optimum) almeno ridimensioniamola. Staremmo tutti meglio, e potremmo rientrare in modo fisiologico e graduale sul debito, accompagnando i tagli e le efficienze necessarie allo scopo con investimenti in innovazione e nuove imprese in grado di aumentare il tasso di occupazione e il benessere della gente. Certo, nella situazione che stiamo vivendo non aiuta l'ortodossia di buona parte degli economisti, i quali continuano a parlare di mercati razionali (!). Ma cosa c'entra la razionalità? Qui occorre parlare di mercati regolati bene o di mercati regolati male. Questo solo conta. Quando il governatore della BCE Mario Draghi ha dichiarato che si è "pronti a tutto per salvare l'EURO", e questo ha determinato un'immediata e rilevante discesa degli spread di Italia e Spagna, qualcuno ha scritto su Corriere della Sera che questa è la nuova maniera di governare l'economia, orientando le attese a livello psicologico degli investitori. Ma scherziamo? E secondo questo qualcuno noi in che mondo dovremmo vivere? In un mondo nel quale ci alziamo la mattina preoccupandoci di cosa penseranno trader e speculatori del nostro futuro di nazione?.

Beh aboliamo il loro, di futuro, e potremo finalmente ricostruire il nostro. Detto questo, dal dibattito chiassoso che si compie ogni giorno sul tema "EURO salvo - EURO in rovina", e sue possibili conseguenze, accompagnato dall'ossessiva litania tedesca sul necessità del rientro del debito da parte dei PIIGS, sono assenti le riflessioni che veramente contano. Primo: la doverosa constatazione che il rientro del debito pubblico da parte dei paesi viziosi è sì da compiersi, ma che i mercati drogati dalla troppa speculazione stanno esigendo percorsi di riduzione troppo veloci e quindi dannosi e depressivi, mentre nell'interesse di tutti questi rientri andrebbero programmati su periodi più lunghi. Nel frattempo, bisognerebbe imbrigliare la speculazione aumentando le somme minime a copertura delle "puntate" degli scommettitori finanziari, e vietare quelle vere e proprie bische che sono i mercati dei CDS (credit default swaps) svincolati dai titoli di credito. Secondo: la ancora più doverosa constatazione della vergogna di un'Europa tutta che, con la sola eccezione dei paesi scandinavi, vede crescere costantemente il proprio tasso di diseguaglianza economico-sociale e, in parallelo, diminuire il tasso di occupazione e la mobilità sociale.

La riduzione della diseguaglianza e l'aumento del tasso di occupazione, accompagnati da sistemi economici che consentano a chi è nato povero di diventare benestante nell'arco della vita grazie al proprio merito e lavoro, dovrebbero essere i temi al centro dell'agenda europea, non la crescita. A questo proposito, occorre sfatare il mito che l'occupazione non potrebbe crescere, e la disuguaglianza ridursi, senza crescita. Non è vero. Nuove politiche fiscali, che tassassero di più le rendite e i patrimoni e di meno il profitto e il lavoro, ridurrebbero la disuguaglianza e aumenterebbero il tasso di occupazione anche in uno scenario di crescita zero. In un bellissimo articolo dell'Herald Tribune di qualche tempo fa, si faceva rilevare come un sistema economico sano non dovrebbe consentire ai ricchi di diventare dei "rent seekers".

La perpetuazione dei grandi patrimoni senza che questi corrano veri rischi imprenditoriali (e quindi senza investire in impresa e lavoro) non è un bene per l'economia, ma un male. A livello mondiale in pratica oggi esiste un sistema organizzato fatto di paradisi fiscali, e relativa elusione fiscale, che realizza questa perpetuazione. Esso, insieme con l'eccesso di speculazione consentita, forma un capitalismo esclusivo che premia troppo i ricchi, e crea crescente disoccupazione e povertà per tutti gli altri. Terzo, manca una riflessione condivisa, al centro dell'agenda politica ed economica internazionale, per rispondere alla domanda essenziale: "quale forma di capitalismo adottare per il nostro futuro e per il nostro benessere?".

E qui occorre dire, in modo forte e chiaro, che chi si è in questi anni arrischiato a sottolinearne la necessità è stato prontamente etichettato come, a seconda dei casi, disfattista o comunista. Per essere poi liquidato con battute come: "il capitalismo è la peggiore forma di economia che abbiamo, ma è l'unica possibile" (parafrasando, sic, Winston Churchill con la sua famosa battuta sulla democrazia). Batture che dimostrano, in capo a chi le pronuncia, di non aver capito né Churchill né il nostro attuale problema. Perché la battuta di Churchill deriva da una constatazione storicamente "robusta": tremila anni di storia politica conosciuta provano che le dittature non possono essere alternative alle democrazie. Mentre la crisi del capitalismo attuale è la crisi di un modello che ha solo duecento anni di storia alle spalle. Se poi lo valutiamo nella forma del capitalismo finanziario attuale, appena quaranta.

Vale a dire troppo poco tempo per farci arrivare a dire che quello attuale è l'unico capitalismo possibile. E invece questo è quello che, sotto sotto, connota ancora la real politik e l'ortodossia economica dominanti: l'idea che questo capitalismo sia il "meno peggio" e che vi sia una sorta di inevitabilità in quello che stiamo vivendo. Nossignori. Questo tipo di capitalismo non funziona. Perciò cambiamolo. Il che non significa affatto, come cantano molte sirene (altrettanto idiote), che il capitalismo sia morto. Significa che dobbiamo interrogarci, e sarebbe meglio che lo facessimo in fretta, su quale forma dovrebbe avere il capitalismo del futuro. Per darci una risposta che avrebbe, già di per sé, il beneficio di restituirci una prospettiva per l'avvenire. In questa nostra ricerca di una risposta non è un dettaglio trascurabile e, anzi, ne rappresenta un requisito fondamentale, il darci delle priorità. Occorre che ci domandiamo che cosa viene prima, e che cosa viene dopo. Vogliamo favorire il profitto da innovazione o la rendita da speculazione?

Vogliamo tutelare la dignità e il lavoro oppure subordinarli, sempre e comunque, alla massimizzazione del profitto "costi quello che costi". Perché chi scrive ha visto, una sera del 2005, lo sguardo umiliato di un gruppo di donne cinesi che, vestite tutte uguali con delle tute da lavoro sporche e lacere, attendevano in fila che venisse dato loro un martello a testa, per spaccare a mano le strade da riasfaltare nel mezzo di una delle più grandi citta cinesi, Chongqing. Perché chi scrive ha visto, giorni fa in televisione, lo stesso sguardo umiliato negli occhi degli operai dell' ILVA di Taranto, che si sentono burattini di un gioco più grande di loro e che viene deciso senza di loro. Perché chi scrive non può non notare, come oggi un operaio italiano guadagni 1.000 euro al mese e uno cinese 200.

Vale a dire, fatte le debite proporzioni in termini di costo della vita e relativo potere d'acquisto in Italia e in Cina, lo stesso stipendio. E chi scrive allora pensa, che il capitalismo del futuro dovrebbe mettere la dignità dell'uomo e il suo lavoro allo stesso livello, e con altrettanto potere contrattuale, rispetto al profitto. Non al di sotto. E se qualcuno ancora sostiene che in realtà il capitalismo sregolato e globalizzato di questi ultimi venti anni è stato un bene, adducendone a dimostrazione il fatto che l'operaio cinese (neanche tutti poi, ma solo alcuni) possa arrivare a guadagnare 200 euro al mese, beh allora quel qualcuno dimostra di non avere capito proprio nulla. Dimostra di non vedere come la globalizzazione si sia in pratica tradotta in uno "squeezing globale" del reddito da lavoro, a esclusivo vantaggio del reddito da capitale. Alla fine del grande trasferimento a oriente della produzione europea, a dieci anni dall'entrata della Cina nel WTO, lo stipendio dell'operaio italiano e quello del suo corrispondente cinese ci restituiscono una comune povertà redistribuita su scala globale, per il reddito da lavoro. Eppure, la disinformazione e la superficialità dominano.

Ancora alcune settimane or sono, sul Corriere della Sera, qualcuno ha scritto che in Europa dovremmo ispirarci al vecchio proverbio di Deng Xiao Ping secondo il quale "non è importante il colore del gatto, ma è importante che acchiappi il topo". Insomma: il fine giustifica i mezzi in salsa cinese. Non ci siamo. Sono questa amoralità, questo pensiero convenzionale secondo il quale in fondo i mercati sono comunque razionali, e si regolano da soli, che ci hanno portato a questo disastro economico e sociale. Ed è davvero incredibile come, ancora oggi, si continui a pensare che le dimostrazioni delle persone a Madrid o quelle di Occupy Wall Street a New York siano soltanto rigurgiti di comunismo di piazza, o proteste di lavoratori che non vogliono perdere privilegi ormai insostenibili nel grande gioco spietato del capitalismo finanziario. Se andiamo avanti a pensarla in questo modo, non ascoltando queste proteste che sono invece figlie di un'economia reale bistrattata dalla finanza, e di una cittadinanza vittima designata e carne da macello fiscale dei disastri che combinano i banchieri, senza rispondervi con un progetto nuovo di economia e di società, saremo destinati a veder degenerare questa protesta in violenza. Il che, davvero, non è augurabile.

Dobbiamo invece ribaltare la nostra prospettiva attuale e andare al cuore del problema, per risolverlo. Problema che risiede essenzialmente nel nostro credere che anteporre l'uomo al profitto sia inefficiente, mentre è vero il contrario. Perché creando un'economia in cui l'uomo viene mercificato, si determina un contesto talmente spietato da indurre nella collettività stessa la mancanza di una vera speranza per l'avvenire. E un'economia senza futuro, che vive unicamente il presente senza investire per gli anni che verranno, è non solo triste e becera, ma anche profondamente inefficiente. Lo aveva già capito oltre quarant'anni fa un grande economista, Ernst Friedrich Schumacher, il quale scriveva: "Qual è il significato di democrazia, libertà, dignità umana, tenore di vita, autorealizzazione, appagamento? E' una questione di beni o di persone? Certamente, è una questione di persone".

Quindi, se il capitalismo è prima di tutto una questione di persone, e la dignità dell'uomo non è merce negoziabile, allora il capitalismo non può che essere inclusivo di tutti gli uomini. Deve essere l'opposto, per intenderci, di questo capitalismo esclusivo che permette l'accumulo di ricchezze tanto immense da diventare quasi irrealistiche, nella loro entità. Ricchezze in grado di acquistare per capriccio quadri da 200 milioni di dollari ciascuno, mentre nella sola città di New York vi sono quarantamila (quarantamila!) "senza tetto". Ma quali sono le condizioni che un nuovo capitalismo dovrebbe soddisfare, per essere inclusivo? In primo luogo, si dovrebbero favorire fiscalmente il profitto d'impresa e il reddito da lavoro, e penalizzare con tasse più elevate le rendite di qualsiasi tipo (finanziario, immobiliare, ecc.).

Un'eccessiva tesaurizzazione del capitale o, in altre parole, un capitale che ha maggiore convenienza nell'essere perpetuato attraverso la rendita, invece che nell'essere investito in attività produttive, è la ragione del declino economico e sociale delle nazioni. Ce lo dice la storia. In secondo luogo occorre discriminare tra le diverse "qualità" di profitto, in economia. Un imprenditore che dà lavoro a mille operai non può pagare, alla fine dell'anno sul suo reddito d'impresa, la stessa aliquota di un gioielliere che dà lavoro a quattro o cinque dipendenti. Deve pagare un'aliquota inferiore, se vogliamo far crescere l'occupazione. Altrimenti non andiamo da nessuna parte. Inoltre: è ormai comprovato come vi sia una correlazione tra grado d'innovazione associato al profitto d'impresa e "robustezza" dei posti di lavoro generati da quella data impresa. In pratica: più un'impresa investe in innovazione più è probabile che, nel futuro, essa mantenga i suoi posti di lavoro. Questo perché tanto più elevata è l'innovazione quanto più è difficile l'imitazione da parte dei concorrenti, in primis quelli dei paesi a basso costo della manodopera.

Di conseguenza, quanto più un'impresa investe in ricerca e sviluppo tanto meno dovrebbe pagare di tasse. Anche in questo caso, con il fine ultimo di far crescere il tasso di occupazione stabile, in quel paese. Che è poi quello che conta. Perché di un tasso di occupazione in crescita, ma infarcito di posti di lavoro temporanei nei call center, non ce ne facciamo nulla. Sono posti di lavoro di serie "Z", che non generano in chi li occupa nessun sogno, nessuna volontà di progettare il proprio futuro e di investire. Sono posti di lavoro inutili per una buona economia. In terzo luogo, occorre ripristinare a livello internazionale il principio fiscale per cui le aliquote "sostanziali" (cioè il prelievo effettivo) devono crescere al crescere del reddito. Oggi ci ritroviamo in una situazione opposta, nella quale il miliardario Warren Buffett (sono le sue stesse parole) paga tasse inferiori in percentuale sul reddito di quanto non ne paghi la sua segretaria. C'è qualcosa che non funziona. Il punto è che il sistema organizzato dei paradisi fiscali, e della relativa elusione fiscale, è più avanti delle normative e della politica.

Dunque occorrerebbe, così come per la finanza, una Bretton Woods per le tasse che si ponesse l'obiettivo di eliminare questi paradisi fiscali, costringendo il capitale accumulato a emergere per essere reinvestito in attività produttive e generatrici di nuovi posti di lavoro. Non, come accade ora, per essere parcheggiato in luoghi nei quali la tassazione è praticamente nulla e, dunque, esso può perpetuarsi senza correre rischi. In un libro recentemente pubblicato, un economista americano ha calcolato che la quantità di denaro depositata in questi luoghi "protetti" ammonta ormai a parecchi trilioni di dollari, vale a dire una percentuale rilevante del PIL mondiale. Un accordo internazionale in merito, quindi, permetterebbe la re-immissione di tutto questo denaro "inattivo" nel circuito, con indubbi benefici per le attività imprenditoriali e produttive. Quarto: un capitalismo inclusivo deve coniugare la riduzione della diseguaglianza sociale ed economica con l'aumento della mobilità sociale intra-generazionale. Il perseguimento contestuale di una ridotta diseguaglianza e un'elevata mobilità sociale è l'obiettivo fondamentale di un capitalismo inclusivo.

Perché significa creare una società nella quale da un lato non ci sono esclusi ed emarginati, e dall'altro il valore del bene-merito vince sulla rendita di posizione del bene-stante. In pratica, una società in cui la condizione in cui si nasce non determina la propria vita ma, invece, sono il proprio talento e capacità di lavoro a farlo. In questo tipo di capitalismo inclusivo "l'ascensore sociale" funziona a due vie: per una persona che sale grazie al proprio merito ce n'è un' altra che scende a causa del proprio demerito. Per un povero in gamba che diventa benestante grazie alla propria capacità e competenza, ci deve essere un ricco che s'impoverisce a causa della sua incapacità e incompetenza. Altrimenti non funziona.

Una delle due azioni fondamentali da portare avanti affinché l'ascensore sociale a due vie si realizzi, è proprio la determinazione di un sistema fiscale che favorisca il reddito da lavoro e il capitale di rischio (impresa) da un lato, penalizzi la rendita finanziaria e patrimoniale dall'altro. La seconda azione da implementare è un sistema d'istruzione pubblica di alto livello a disposizione di tutti, anche dei più poveri. Non si scappa: nell'economia della conoscenza in cui viviamo, il non garantire ai meno abbienti l'accesso a quella conoscenza equivale a una ghettizzazione preventiva. Ma il capitalismo inclusivo funziona? O meglio ancora, conviene? La risposta è si, che funziona e che conviene. Solo che fino ad adesso siamo riusciti a realizzarlo in paesi piccoli come Danimarca, Svezia, Norvegia, Svizzera, Olanda. Ma funziona, eccome. Non caso quelli citati sono i paesi nei cui titoli di stato tutti vogliono investire.

Il motivo è che questi sono paesi stabili. E la stabilità, unita a una superiore robustezza del sistema economico, sono le conseguenze più rilevanti per quanto concerne i fondamentali macro-economici, per quei paesi che perseguono la via del capitalismo inclusivo. Ben più rilevanti sono le conseguenze per la società: meno violenza, meno furti e truffe, meno reati e, quindi, anche meno persone incarcerate. E poi meno divorzi, un superiore tasso di natalità (tra i paesi a economia matura), un grado di salute delle persone migliore rispetto a quello degli altri paesi. In generale, siamo tutti più onesti, più felici e più sani, in uno stato il cui capitalismo persegua una minore diseguaglianza e l'inclusività. Ma non è finita qui, perché come dimostra uno studio compiuto da alcuni ricercatori un paio di anni fa, il capitalismo inclusivo conviene. Il motivo è che, alla fine dei conti, è meno costoso per la società. Se traduciamo in termini economici i minori divorzi, i minori obesi, il maggiore tasso di fertilità (ribadisco, per un paese maturo) dei paesi a capitalismo inclusivo, quello che troviamo sono costi inferiori da sostenere per la collettività e una demografia più favorevole. Naturalmente questi dati e queste analisi sono note.

Allora perché non se ne parla abbastanza? Beh, oltre alle solite ragioni di miopia politica, di opportunismo e d'interesse precostituito, si aggiungono anche alcuni economisti che hanno l'ardire di sostenere come questo modello non sia applicabile, se non in paesi di piccola dimensione. Per paesi come gli Stati Uniti, la Cina, o anche l'Italia, esso non sarebbe replicabile a causa della dimensione geografica e demografica in gioco. Beh, è falso: chiunque abbia un minimo di nozione di teoria dei sistemi infatti, sa che quello che conta in un sistema (e quindi anche in un sistema economico o in un paese) non è la dimensione, ma la struttura. Come ben c'insegna il sistema migliore che vi sia: la natura. Per usare una bella immagine: il gatto e la tigre. Metteteli fianco a fianco, e non troverete praticamente nessuna differenza in termini di struttura tra il nostro simpatico micio domestico e la regina dei felini. Come scrisse Leonardo da Vinci, "Dio inventò il gatto, affinché l'uomo potesse accarezzare la tigre". Per cui, la dimensione non è un ostacolo all'applicabilità del modello del capitalismo inclusivo. Semplicemente, nessuna tra le grandi economie del mondo (con la sola parziale eccezione della Germania) ha fino ad ora seriamente tentato la cosa.

I motivi per cui questo non è ancora avvenuto nei grandi paesi a economia avanzata come gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia, ecc.. sono molteplici e multiformi, e un'analisi completa richiederebbe un libro, non un articolo. Ciò che conta è ricordarci che non c'è nessun limite, né teorico né pratico, alla diffusione del capitalismo inclusivo nei grandi paesi del mondo. Il motivo per cui non si è ancora fatto risiede unicamente nella mancanza di una volontà politica (e di una correlata visione politica) da un lato, nella forza degli interessi precostituiti che difendono il capitalismo esclusivo, e che si oppongono al capitalismo inclusivo, dall'altro. Eppure i dati parlano chiaro: il capitalismo esclusivo è socialmente doloroso. Gli Stati Uniti, che sono i campioni di quel modello, hanno un numero di detenuti che in proporzione è il quintuplo di quello della Danimarca. Sempre negli Stati Uniti, un individuo che nasce povero ha il 50% di probabilità di rimanere povero anche da adulto.

In Danimarca questa probabilità scende al 25%. In poche parole, le probabilità di diventare benestante sono a tuo favore, se nasci povero in Danimarca. E ancora: il capitalismo esclusivo è ingordo, e si tiene per se tutta la torta lasciando al ceto medio-basso giusto poche briciole per sopravvivere. Nel 2010, che fu un anno di ripresa economica negli Stati Uniti, l'1% degli americani più ricchi si accaparrò il 93% degli utili addizionali generati in quella ripresa. In pratica, tutti gli utili. Infine: il capitalismo esclusivo non fa pagare la crisi a tutti, ma solo al ceto medio-basso. In tempo di crisi infatti, sono i posti di lavoro ad essere eliminati e gli stipendi degli impiegati e operai ad essere ridotti, non quelli dei CEO. Ma soprattutto, i grandi patrimoni occultati nei paradisi fiscali, e gestiti da professionisti all'uopo preparati, non vengono intaccati dalla crisi. E' la perpetuazione della rendita organizzata su scala globale. Sono i "rent-seekers", come li chiama l'economista Joseph Stieglitz. Quel 20% di americani che, attualmente, possiede l'85% (l'85%!!) di tutta la ricchezza degli Stati Uniti. Tornano alla mente le parole di Jack London nel Tallone di Ferro: "La classe lavoratrice (...) era annientata. Eppure la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche, che già costituivano una forza non indifferente per l'oligarchia, continuavano ad accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street trasformò la borsa in un turbine che spazzò via tutti i beni del paese. E sui disastri e sulle rovine, s'innalzò la forza della nascente oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sé.

Questa serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottenere lo scopo, essa non ricorreva soltanto a tutta la propria potenza, ma anche a quella del Tesoro degli Stati Uniti. I capitani dell'industria si erano poi volti contro la media borghesia. Le associazioni padronali, che li avevano aiutati a sconfiggere l'organizzazione del lavoro, erano alla loro volta sconfitte dai loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri e industriali, i trust resistevano magnificamente. Non solo erano solidi, ma anche attivi. Seminavano vento, senza paura né esitazioni, perché essi solo sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto." Ci risiamo da capo. E possiamo fare due cose. Aspettare che questo capitalismo esclusivo si autodistrugga, vittima della sua stessa ingordigia e cupidigia, oppure cercare come cittadini di portare avanti il capitalismo inclusivo. A noi la scelta.

Davide Reina (Cadoinpiedi.it - 26 agosto 2012)

“Grillo, dimmelo in faccia!”

Non sono un beppegrillologo. Però ho buona memoria.

Dice Bersani: “Corrono sulla rete linguaggi del tipo: ‘Siete Zombie’… Sono linguaggi fascisti. Vengano a dircelo. Via dalla rete. Uscite dalla rete e venite qui a dircelo. Aggiunge Bersani: “Chi sottovaluta questo linguaggio deve leggersi un po’ di storia. Per esempio andare ad un certo anno, era il 1919, ricordiamolo bene”.

La critica di Bersani a Grillo appare tutt’altro che convincente.

Innanzitutto, Grillo chiese di candidarsi alle primarie del PD del 2009, che incoronarono Bersani. Insomma: provò a uscire dalla Rete, a venire lì, al Pd, a dire le sue ragioni. Ma venne respinto. La stessa cosa, d’altronde, era successa a Di Pietro due anni prima. (Oh!, e i due outsider ammessi nel2007 a ‘sfidare’ la nomenclatura: venne consentito loro, tramite una serie di cavilli e regolamenti ad hoc, di presentare liste in non più dell’11% dei collegi).

In secondo luogo, secondo molti storici, la democrazia italiana andò perduta per l’inettitudine dei partiti democratici del tempo, e della loro classe politica.

Infine, per quanto il linguaggio di Grillo possa risultare sgradevole, pare francamente eccessivo paragonare i miti grillini alle squadracce fasciste. Con “zombie” intendono dire che non appena la gente avrà la possibilità di scegliere liberamente, superando le mille barriere frapposte al rispetto della volontà popolare, gli attuali dirigenti del PD – ‘rottami’, ‘relitti del passato’, dicono alcuni giovani nel PD – saranno spazzati via politicamente. Si può dissentire, certo: ma criminalizzare?

Perciò, è proprio sicuro Bersani di essersi comportato in maniera più democratica di Grillo? E’ certo che le sue parole non siano magari più gravi, gratuite, ed offensive, di quelle del suo interlocutore?

Nel dubbio, consiglierei a Bersani di calmarsi. E – a proposito di inettitudine – di mostrarci il suo Piano per portare il paese fuori dalla crisi, che ancora non l’ho visto. (Stessa richiesta a Grillo, Di Pietro, Vendola, Casini, Pdl, ecc.). Consiglierei, inoltre, al Segretario di preparare una lenzuolata di liberalizzazioni nel mercato della … politica. A cominciare proprio dal PD e dalle sue primarie ”chiuse”. Se i cittadini potessero scegliere davvero i propri rappresentanti, forse la classe politica sarebbe più rispettata, i linguaggi, più pacati, e i rischi democratici meno gravi.

(Il fatto Quotidiano - 26 agosto 2012)


sabato 25 agosto 2012

«Iniziamo subito la lezione, perché il tempo è l’unica cosa che nessuno potrà mai restituirvi»

La professoressa di Greco entrò in classe il primo giorno di scuola e ci disse: «Iniziamo subito la lezione, perché il tempo è l’unica cosa che nessuno potrà mai restituirvi».
Il professore di Filosofa un giorno terminò la lezione dicendo: «Domani vi spiegherò Feuerbach. Feuerbach sostiene che non è stato Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a creare Dio».
La prof di Lettere, al ginnasio, mi chiamò a sorpresa alla cattedra e mi interrogò. Alla fine, mandandomi a posto, si complimentò: «Bravo, perché non eri tanto preparato, ma ti sei buttato, e il coraggio alle volte fa buona parte del lavoro».
Alle medie io e un compagno di classe ci prendemmo a botte per una cosa da poco; ci divise la bidella. Ero mortificato, la professoressa di Matematica (in genere piuttosto fredda e distaccata) mi prese da parte e mi tranquillizzò: «Giovanni, non ti preoccupare. Tu ti preoccupi sempre troppo».
Che valore hanno questi ricordi? Che importanza hanno avuto nella mia vita questi episodi, queste parole, questi insegnamenti, questi concetti? Il valore, per me, è inestimabile. Non esiste calcolo, non esiste rapporto numerico, non esiste stipendio o compenso che potrebbe pareggiare quanto mi è stato dato queste e tante altre volte.
Non esiste un valore della scuola. O meglio, «è uguale ad infinito» direbbe una prof. Chi forma un uomo, o una donna, forma l’intera società.
La scuola, inoltre, non è solo studio. I miei compagni di classe sono tuttora miei amici e mia moglie l’ho conosciuta all’università. La scuola è esperienza: amicizia, amore, dolore, gioia, successo e fallimento. La scuola funzionerà sempre, anche se non funziona, perché non è fatta solo da quello che possiamo soppesare, ma anche da tutto quello per cui non esiste unità di misura. E' fatta, cioè, dalle singole persone.
La fabbrica degli ignoranti, però, è la scuola italiana. Non è la scuola che ognuno di noi ricorda di aver frequentato, quella in cui abbiamo studiato, quella grazie alla quale abbiamo conosciuto il mondo e noi stessi. La fabbrica degli ignoranti è la scuola italiana presa nel suo complesso, valutata per quello che costa e per quello che produce, analizzata per il modo in cui gestisce le risorse umane che da essa dipendono e che in essa si formano.
La scuola italiana la conosceremo nelle pagine che seguiranno, in questa introduzione invece dobbiamo intenderci su che cosa intendiamo per «ignoranti».
La definizione di «ignorante» che vi propongo è questa: è ignorante chi non sa farsi capire dagli altri e non riesce a comprenderli. Prima di approvarla pensateci bene, perché non si attaglia solo a chi non studia, ma anche a molti che hanno studiato tanto. Persino a chi ha studiato tantissimo, o troppo.
Una persona intelligente resterà quindi sempre e comunque intelligente, anche se non andrà oltre la quinta elementare, e un ignorante resterà tale anche se si laurea. Il punto è: a che livello vogliamo che la persona intelligente esprima le sue potenzialità?
Se desideriamo che tutte le persone in gamba del Paese possano concorrere a diventare classe dirigente, o possano anche solo e semplicemente vivere meglio, bisogna dare loro le armi per poterlo fare, e queste armi si chiamano: cultura e sapere.

Giovanni Floris ( La Fabbrica degli ignoranti - La disfatta della scuola italiana: "Introduzione" - 2008 - Rizzoli)

La Repubblica e Il Fatto, Zagrebelski e Scalfari: quello che Ezio Mauro non dice

Mica facile salvare capra e cavoli, anzi Zagre e Scalfari. Ieri Ezio Mauro ha provato, con abilità dialettica e qualche maligna allusione al Fatto, a mettere d’accordo gl’illustri litiganti di Repubblica: il fondatore Eugenio Scalfari e il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky. Ma, a nostro modesto avviso, ci è riuscito solo in parte. Perché ha dovuto sacrificare un bel po’ di quell’“obbligo alla verità” e al “giornalismo” a cui si è richiamato.

1. Duello a uno
“Il caso della trattativa Stato-mafia e del contrasto tra la Procura di Palermo e il Quirinale… La manovra contro il Quirinale…”. Non c’è mai stato alcun “contrasto” tra Procura e Quirinale, né tantomeno alcuna “manovra” contro il Colle. Anzi, tutto il contrario. La Procura ha chiesto e ottenuto dal Gip di intercettare Nicola Mancino, applicando la legge e scoprendo poi che Mancino parlava col consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, e con lo stesso Napolitano. E’ stato Napolitano ad attaccare la Procura di Palermo, accusandola di aver leso sue presunte prerogative costituzionali e trascinandola dinanzi alla Consulta.

2. Nessun attacco
“L’indagine è meritoria, come dicevo due mesi fa. Ma oggi – aggiungo – chi la ostacola? La Procura l’ha conclusa con le richieste di rinvio a giudizio, in piena libertà, com’è giusto, ora tocca al Gip decidere sugli indagati eccellenti. E allora? È un falso palese dire che si vuole bloccare il lavoro di Palermo, anzi è un inganno ai cittadini in buona fede”. Quindi i 130mila e più cittadini (compresi Zagrebelsky, Barbara Spinelli e altri editorialisti di Repubblica) che hanno firmato l’appello del Fatto a favore dei pm siciliani sono stati ingannati: la Procura di Palermo ha potuto indagare “in piena libertà” e quel che è accaduto dopo non ha alcun riflesso sul processo, che ormai è in mano al Gup (non al Gip) e che proseguirà serenamente senza intoppi. Le cose non stanno così. Contro l’indagine “meritoria”, Scalfari ha scritto parole di fuoco, accusando i pm che l’hanno condotta di ogni sorta di “abusi”, “illegalità”, “scarsa professionalità” e soprattutto di non aver combinato nulla in vent’anni di lotta alla mafia (“Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati”). Inoltre, dalle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio risulta che D’Ambrosio – che diceva di agire in nome e per conto, anzi su disposizione del “Presidente” Napolitano – si dava da fare per neutralizzare l’inchiesta di Palermo tramite il Pg della Cassazione e il procuratore antimafia Grasso. E solo il diniego di Grasso a quelle pressioni ha consentito che l’inchiesta si chiudesse “in piena libertà”. Non lo diciamo noi: l’hanno scritto su Repubblica Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo (“D’Ambrosio seguiva l’inchiesta sulla trattativa, sperava in un ‘coordinamento’ che di fatto sfilasse ogni potere d’indagine ai pm siciliani e ragionava sul da farsi con Mancino… Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”). Inoltre Mauro dimentica che, appena chiusa l’indagine, il Colle ha trascinato la Procura alla Consulta tramite l’Avvocatura dello Stato con accuse gravissime. E i pm Messineo e Di Matteo si son visti aprire dal Pg della Cassazione (lo stesso attivato da Napolitano e D’Ambrosio) un fascicolo disciplinare. Lo scorso anno Berlusconi trascinò alla Consulta il Tribunale di Milano che pretendeva di giudicarlo per il caso Ruby, anziché passare la palla al Tribunale dei ministri (anzi alla Camera, che avrebbe negato l’autorizzazione a procedere), in quanto Ruby era la nipote di Mubarak e il reato era ministeriale.

Bene, anzi male: anche allora l’inchiesta era già stata conclusa “in piena libertà” e spettava al Gip prendere le sue decisioni. Eppure Repubblica polemizzò giustamente col Cavaliere e col centrodestra, accusandoli di attaccare, isolare e delegittimare i magistrati milanesi. Evidentemente perché è difficile per un magistrato celebrare un processo “in piena libertà” sapendo di aver contro il governo e il Parlamento (caso Ruby), e a maggior ragione sapendo di avere contro il governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Pg della Cassazione, un pezzo del Csm, l’Avvocatura dello Stato e la grande stampa (caso trattativa). Infatti non il Fatto, ma Zagrebelsky, ha scritto che, senza volerlo, Napolitano col suo conflitto è divenuto il “perno di un’operazione di discredito, isolamento morale e intimidazione di magistrati che operano per portare luce su ciò che, in base a sentenze definitive, possiamo considerare la ‘trattativa’ tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia”.

3. Improprio a chi?
“Il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente”. Già, ma siccome i consiglieri (che poi sono uno soltanto: D’Ambrosio, poi scomparso) confidano a Mancino di agire su ordine del “Presidente”, che poi firma una lettera ufficiale ma segreta al Pg della Cassazione, ne dovrebbe derivare che “imprudente e improprio” non è il consigliere che obbedisce agli ordini, ma il Presidente che li dà.

4. La fuga che non c’è
“Il Presidente non ritiene che i testi delle sue conversazioni private debbano essere divulgati, a tutela delle sue prerogative più che del caso specifico”. Intanto, nessuno li ha divulgati: la Procura li ha segretati e non se n’è saputo nulla. Quindi la prerogativa della riservatezza, ove mai esistesse, non sarebbe stata violata da nessuno. Il caso però vuole, come ha spiegato e rispiegato Franco Cordero su Repubblica, che quella prerogativa non esista. Nessuna norma costituzionale o procedurale vieta di intercettare né direttamente, né tantomeno indirettamente il capo dello Stato. E’ vietato soltanto processarlo per gli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”: e infatti nessuno l’ha neppure indagato. Ma lo dice lo stesso Mauro che quelle tra Mancino e Napolitano sono “conversazioni private”: dunque non rientrano nell’esercizio delle funzioni presidenziali. Dunque i magistrati potevano benissimo intercettarle, sul telefono di Mancino. Ma avrebbero potuto intercettarle anche su quello del Presidente se, per assurdo, avessero sospettato un Presidente della Repubblica di reati commessi al di fuori dell’esercizio delle funzioni (puta caso: bancarotta, omicidio, traffico di droga o di armi).

5. Il buco che non c’è
“(Napolitano) solleva un conflitto di attribuzione su un ‘buco’ normativo: può il Capo dello Stato essere intercettato, sia pure indirettamente?”. Abbiamo già spiegato, sulla scia di Cordero, che non esiste alcun buco normativo: il costituente e il legislatore non hanno proibito di indagare sul Capo dello Stato per fatti estranei alle sue funzioni non per una dimenticanza, ma perché convinti che sia giusto così. Ma paradossalmente quel “buco” normativo lo nega anche Napolitano. Il quale, sollevando il conflitto contro la Procura di Palermo, sostiene che la norma che vieta le sue intercettazioni indirette, la loro valutazione da parte dei pm, il loro esame in contraddittorio fra le parti davanti al gip, esista eccome e la Procura di Palermo l’abbia violata. Nel decreto del 16 luglio, accusa i pm di “lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione”.

6. Intercettata la Merkel?
“Sollevo una questione di semplice buon senso repubblicano… Il lavoro del Presidente della Repubblica, fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici, è in gran parte fatto di colloqui, incontri, conversazioni (anche telefoniche)… E’ interesse di Napolitano (posto che non si parla in alcun modo di reati) o è interesse della Repubblica che queste conversazioni non vengano divulgate? Secondo me è interesse di tutti, con buona pace di chi allude senza alcuna sostanza a misteriosi segreti da proteggere, già esclusi da tutti gli inquirenti. Facciamo un’ipotesi astratta, di scuola. Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se quelle conversazioni – che hanno necessariamente preceduto e preparato l’epilogo istituzionale di vent’anni di berlusconismo – fossero diventate pubbliche, quell’esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?”.
A parte il fatto che, ripetiamo, le due telefonate Mancino-Napolitano non sono state divulgate, ancora una volta lo dice Mauro stesso: conversazioni nell’ambito del “lavoro del Presidente… fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici”. La risposta è nella Costituzione: fuori dall’esercizio delle funzioni, il Presidente è un cittadino come gli altri. E non è affatto una minaccia, anzi è una garanzia per i cittadini e per la democrazia tutta il fatto che il capo dello Stato sappia di poter essere intercettato dalla magistratura: così sa in partenza che un giorno potrebbe dover rispondere di quel che fa e dice, e starà molto attento ad attenersi a uno stile e a un contegno consoni all’alta carica che ricopre.

Male non fare, paura non avere. Non abbiamo sempre detto, citando i paesi anglosassoni (negli Usa tutti i colloqui del Presidente vengono addirittura registrati), che le istituzioni sono “case di vetro” sottoposte alla massima trasparenza? Perché questo, improvvisamente, non dovrebbe valere per il Quirinale? Se per caso fossero stati legittimamente intercettati colloqui del Presidente relativi all’ultima crisi di governo che ha portato alla fine del terzo governo Berlusconi, noi non troveremmo nulla di scandaloso che fossero resi noti: anzi se, come Napolitano ha sempre assicurato, si è attenuto scrupolosamente al dettato costituzionale, sarebbe suo interesse dimostrare che le cose stanno davvero così e che abbiamo almeno un politico che dice in privato le stesse cose che dice in pubblico. L’obiezione è nota: e se il Presidente affronta temi di sicurezza nazionale, insomma segreti di Stato? Ma intanto le intercettazioni non avvengono a opera dello Spirito Santo: per essere intercettati bisogna essere sospettati di un reato o parlare con qualcuno coinvolto in un reato. Dunque si può tranquillamente parlare con la Merkel e con Hollande senza essere ascoltati (da un pm, almeno). Qui però Napolitano non parlava con Hollande o Merkel, ma con Mancino: e sarebbe stato sommamente incauto a trattare questioni di Stato al telefono, peggio ancora con un privato cittadino (qual è Mancino, per giunta coinvolto nel caso trattativa).

Peraltro lo stesso problema si pone per i membri del governo: quanti segreti trattano il presidente del Consiglio, i ministri dell’Interno, della Difesa e degli Esteri che oltretutto, a differenza del Capo dello Stato, sono responsabili dei loro atti? Eppure nessuno di essi è coperto da alcuna immunità, in quanto membro del governo (salvo che sia parlamentare). Tranne Monti (senatore a vita), tutti i ministri dell’attuale governo sono intercettabili, indirettamente e anche direttamente, e le eventuali intercettazioni, quando cade il segreto, possono essere divulgate. Tutti i giornali, Repubblica in testa, hanno diffuso fiumi di “conversazioni private” dell’ex premier indirettamente intercettate (direttamente non si poteva, lui è deputato). E non abbiamo cambiato idea, noi: era giusto pubblicarle, perché avevano, anche quelle sulla sua vita sessuale, un rilievo pubblico.

7. Diversamente concordi
Su un punto Mauro ha ragione: “Fare di ogni erba un fascio” e dire che “destra e sinistra sono uguali” è qualunquismo. Ma se chi ha difeso il diritto-dovere della stampa di diffondere conversazioni private e in certi casi prive di rilevanza penale, ma di enorme interesse pubblico, quando c’era di mezzo Berlusconi, oggi sostiene il contrario solo perché la voce intercettata è quella di Napolitano, beh, la tentazione di fare di ogni erba un fascio e dire “tutti uguali” sorge spontanea.

8. Diversamente alti
Può darsi che in quella che Mauro recinta come “la nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra)”, “il campo ‘democratico’” (tutti gli altri sono totalitari), si siano infiltrate in nome dell’antiberlusconismo “forze, linguaggi comportamenti e pulsioni oggettivamente di destra”. Direbbe Troisi: “Mo’ me lo segno”. Ma è un po’ ingeneroso, oltreché falso, affermare che per costoro “Berlusconi non è mai stato il vero avversario, ma semplicemente lo strumento per suonare la propria musica”. In questi vent’anni han fatto molto più male a Berlusconi avversari irriducibili non di sinistra come Montanelli, Sartori e l’Economist che la sinistra politica e giornalistica, troppo impegnata nelle libagioni bicamerali da cui non s’è mai riavuta (non sto a ricordare chi fu il primo a raccontare in tv i rapporti fra Berlusconi e la mafia e tra Schifani e alcuni tipetti poi condannati per mafia, e l’atteggiamento assunto nelle due circostanze da Repubblica). Quanto a chi “canzonava il Cavaliere in un linguaggio da Bagaglino, con un ‘calandrinismo’ che rompeva la cornice drammatica in cui stava avvenendo quella prova di forza, deridendo i nomi (incolpevoli, almeno loro) delle persone, scherzando coi loro difetti fisici”, ullallà, che seriosità. Suvvia, Ezio, un po’ di satira non ha mai fatto male a nessuno. E per trovare chi deride i nomi (te lo dice un Travaglio) o i difetti fisici, non c’è bisogno di scomodare “la destra peggiore” del “Borghese degli anni più torvi”: bastano le vignette di Forattini su Repubblica (Fanfani basso, Andreotti gobbo e Spadolini grasso); i migliori spettacoli di Benigni su Ferrara ciccione e Berlusconi nano; e le strepitose collezioni del Cuore diretto da Michele Serra, coniatore di definizioni memorabili come “Bottino Craxi”, “Craxitustra”, “Mario Seni”, la Dc “Grande Troia”, i politici con “la faccia come il culo”, fino al “nano ridens” e al “fratello scemo”. Comunque giuriamo solennemente che in futuro ci atterremo al più rigoroso politically correct stile Repubblica: mai più nani e Cainani, solo verticalmente svantaggiati e diversamente alti.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 25 agosto 2012)


venerdì 24 agosto 2012

Fisco, i capitali occulti dei nababbi valgono più del Pil di Usa e Germania

Più ricco sei, meno tasse paghi. Piaccia o no, ci si indigni o si faccia finta di niente, nel mondo globalizzato dove le grandi banche d’affari possono fare tutto quello che vogliono funziona esattamente così. A scriverlo a chiarissime lettere è il recente rapporto di Tax Justice Network, gruppo di esperti giuristi ed economisti che si battono per una maggiore giustizia sociale e che denunciano come i nababbi di tutto il mondo abbiano sinora occultato al fisco tra i 21mila e i 32mila miliardi di dollari. Una cifra che equivale al Pil di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme e che sarebbe ancora più spropositata se l’indagine non si limitasse alle ricchezze finanziarie ma prendesse in considerazione anche yacht, collezioni d’arte, ville, appartamenti o quant’altro.

Spaventa anche il ritmo con cui questa montagna “invisibile” di denaro continua ad alzarsi, dal 2005 ad oggi l’incremento è stato infatti del 16% l’ anno. I fortunati detentori di queste sterminate ricchezze sono in tutto 10 milioni ma all’interno di questa comunità di miliardari esiste una super elite composta da appena 91mila persone (lo 0,001% della popolazione globale) a cui è riconducibile un terzo dell’intero tesoro, vale a dire circa 10mila miliardi di dollari. Ne fanno parte miliardari del software e delle nuove tecnologie, immobiliaristi cinesi e sceicchi ma anche soggetti con cui ufficialmente nessuno vorrebbe avere a che fare come grossi narcotrafficanti messicani o sanguinari dittatori africani.

I dati sono frutto delle ricerche di James S. Henry che incrociando un’infinita serie di cifre del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite e della Banca dei regolamenti internazionali è riuscito a tratteggiare la mappa del tesoro. Un passato da capo economista di McKinsey (società di consulenza manageriale) e poi una nuova vita come autore di articoli e libri di denuncia sulle malefatte della grande finanza internazionale (da ultimo il libro inchiesta “The blood bankers”) , Henry spiega al Fattoquotidiano.it: “Quelle nascoste nei paradisi fiscali sono cifre talmente ingenti da falsare persino le statistiche sul livello di diseguaglianza nei diversi paesi”. I dati ufficiali dicono ad esempio che negli Usa l’1% più ricco della popolazione possiede il 35% della ricchezza nazionale. Questo calcolo non tiene però conto di una bella fetta di quei 20/30mila miliardi spariti nel “buco nero” dei paradisi fiscali”. “Negli ultimi anni – continua Henry – gli economisti hanno quasi ignorato il problema della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi concentrandosi piuttosto su quello della povertà assoluta. Hanno dimenticato quanto importanti e negative possano essere le conseguenze che un’ estrema polarizzazione della ricchezza produce in termini di coesione sociale ma anche di crescita economica”. “Tradizionalmente infatti – conclude Henry – ad un elevato livello di diseguaglianza si accompagna sempre un basso livello complessivo di consumi”.

Ci si può “divertire” ad immaginare quello che si potrebbe fare se questi 20mila miliardi ed oltre fossero regolarmente dichiarati e tassati. Valga un esempio su tutti: ipotizzando un rendimento del 3% annuo di questi capitali e una tassazione del 20% (come quella che si applica oggi in Italia alle rendite finanziarie) si otterrebbe un gettito tra i 120 e i 190 miliardi di dollari l’anno. Significa quasi il doppio dei fondi stanziati annualmente da tutti i paesi Ocse per l’assistenza alle nazioni in via di sviluppo.

Dietro questa gigantesca truffa globale ci sono praticamente tutti i più grandi gruppi bancari occidentali definiti nel rapporto “attori chiave per sostenere il sistema globale dell’ingiustizia fiscale”. Le due banche in assoluto più attive nell’agevolare la fuga dalle tasse dei loro facoltosi clienti sono le svizzere Ubs, che attraverso le sue filiali ha trasferito nei paradisi off shore 1.700 miliardi di dollari (in pratica come “insabbiare” l’intero Pil italiano) e Credit Suisse che si è “limitata” a 933 miliardi. Terzo gradino del podio, con 840 miliardi di dollari, per la statunitense e immancabile Goldman Sachs. Proprio a questa banca d’affari il presidente del Consiglio Mario Monti che si dichiara “in guerra contro l’evasione fiscale” ha recentemente affidato la valutazione di asset e partecipazioni dello Stato in vista di una loro possibile cessione. Nella top ten compaiono anche Bank of America (643 miliardi), HSBC (390 mld), Deutsche Bank (367 mld), Bnp Paribas (338 mld), Wells Fargo (300 mld) e Jp Morgan (284 mld). In molti casi, ricorda il rapporto, si tratta di banche che hanno ricevuto sostanziosi aiuti pubblici durante la crisi del 2008 e senza i quali sarebbero molto probabilmente fallite.

Come fa notare James S. Henry “quello del private banking internazionale è un settore estremamente profittevole che negli ultimi 30 anni è letteralmente esploso grazie alla globalizzazione e alla scomparsa di qualsiasi barriera alla circolazione di capitali”. Funziona così: “Le grandi banche d’affari vanno a caccia di soggetti con patrimoni dai 2 milioni di dollari in su ed offrono loro una sorta di pacchetto completo di servizi che comprende anche il trasferimento di asset in paesi dal regime fiscale estremamente favorevole”. Di solito “tra la banca e clienti di questo tipo si instaura un rapporto di grande fiducia. La banca offre garanzie in termini di ritorno dell’investimento e il cliente da all’istituto carta bianca nelle modalità di gestione”.

Henry racconta di aver ripetutamente chiesto alla Banca dei regolamenti internazionali (una sorta di banca centrale delle banche centrali) i dati e le cifre relative ai singoli paesi ma di aver sempre ricevuto in cambio un cortese ma intransigente rifiuto. Italia compresa. In compenso la Bri ha promesso che renderà accessibili queste cifre dopo il 2014.

Si può provare ad azzardare un calcolo di massima ipotizzando che i capitali di origine italiana abbiano un incidenza pari a quella che il Pil italiano ha sul Pil globale (2,5%). In tal caso si tratterebbe di una cifra oscillante tra i 500 e i 750 miliardi di dollari da cui il nostro fisco non otterrà però neppure un euro. Di fronte a questo trionfo di individualismo a danno della collettività vale forse la pena ricordare le parole di uno degli uomini più ricchi del mondo. Il finanziere statunitense Warren Buffet che ancora nel 1995 affermò “personalmente credo che la società sia responsabile di una percentuale molto rilevante di quello che ho guadagnato. Se mi cacciaste nel mezzo del Bangladesh, del Perù o di qualche altro posto, scoprireste quanto può produrre questo talento nel terreno sbagliato. Dopo trent’anni starei ancora lottando”.

Mauro Del Corno (Il Fatto Quotidiano - 24 agosto 2012)


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