la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 31 marzo 2017

GAM - Galleria d'Arte Moderna - Palermo (Slide show)


mercoledì 22 febbraio 2017

Scissione Pd: la sconfinata lista di disastri renziani, a beneficio di Richetti



https://youtu.be/WZ-AQXZJlEM


Ieri, a Otto e mezzo, c’era quel furbacchione di Matteo Richetti. Persona intelligente e scaltra, quando si trova a difendere per partito preso ciò su cui è il primo a non credere poi granché – ovvero Renzi e il renzismo – utilizza una tecnica dialettica vecchia come il codice di Hammurabi: fingere di dare ragione a chi ti sta criticando. Ieri lo ha fatto con Antonio Padellaro: “Padellaro qui ha ragione”, “Posso essere d’accordo”, “Non nego che in parte sia così”. Esaurito tale artificio, Richetti ha poi riassunto le motivazioni degli scissionisti con un semplicistico “Renzi gli sta antipatico”. Magari fosse quello. Renzi non è solo antipatico, ma privo pure di qualsivoglia talento. L’antipatia bisogna potersela permettere. E lui non può: si atteggia a Messi quando al massimo è Dertycia. 

Il punto non è personale, bensì politico. Lasciamo stare gli scissionisti veri o presunti. Pensiamo a quelle centinaia di migliaia di persone che, pur avendo dato credito a Renzi nel 2014, oggi non lo rivoterebbero neanche sotto tortura. Davvero, secondo il prima-renziano-poi-no-adesso-sì-domani-vediamo Richetti, è solo questione di “antipatia”? Se così fosse, gli riassumo (per sommi capi) la sconfinata lista di disastri commessi da Renzi. Disastri che, fino all’altro giorno, era il primo a notare. Infatti, prima di imbarcarlo in fretta e furia nel carrozzone dei “votiamo sì il 4 dicembre per sconfiggere l’Isis come dice la mia amica Boschi”, Renzi detestava Richetti ritenendolo una sorta di Civati 2 La Vendetta. Ecco la lista parziale, caro Matteo (Richetti). 

1. Una classe dirigente improponibile, fatta di “Ciaoni” Carboni e “Dolci Forno” Picierni, al cui confronto Fedriga è Churchill e Crimi “Bob” Kennedy.

2. La sconfinata mestizia, e magari fosse solo mestizia, del cosiddetto giglio magico.

3. “La buona scuola”, riforma quasi del tutto indecente grazie alla quale il Pd si è giocato l’appoggio degli insegnanti.

4. Il “Jobs Act”, che a Farinetti e Briatore è piaciuto parecchio, ma agli operai meno.

5. I giovani, così attratti dal giovine gattopardo-rottamatore da votare tutti tranne lui.

6. Gli intellettuali, che a parte Baricco sono scappati così lontano dal Pd che adesso Carofiglio, per recuperarli, dovrebbe essere come minimo uno sciamano navajo coi controcazzi.

7. Liguria, Veneto, Roma, Napoli, Torino, Arezzo, Sesto Fiorentino. Eccetera.

8. Quel gran genio di De Luca, forse esponente illustre di quella sinistra “a cui pensavamo noi emiliani quando volevamo un mondo unito dopo la caduta del Muro” (cito Richetti ieri sera, parola più parola meno).

9. Alfano, Verdini, Lorenzin e questo bel governo rimasto più o meno lo stesso nonostante la Waterloo meravigliosa del 4 dicembre.

10. Una riforma costituzionale da vergognarsi in eterno, scritta peraltro peggio delle bozze di Moccia.

11. Una legge elettorale “che tutti ci invidieranno”. E infatti si è visto.

12. La bocciatura della riforma Madia, le mancette per (non) vincere il referendum, il “salvabanche” per “quelle tre banchette toscane” (cit Renzi), i condoni pronunciati all’inglese (do you know volountary disclosure?), la mancata lotta all’evasione. E molti altri demoni.

13. L’occupazione della Rai, roba che in confronto la Legge Gasparri era quasi figa e Minzolini meritava il Pulitzer.

14. L’Unità attuale, che non è morta perché non la compra nessuno: si è suicidata leggendo andrearomano.

15. Il sistematico disprezzo per il dissenso, l’opposizione e tutto ciò che non era iper-renziano. “Gufi”, “professoroni”. E magari “specchio riflesso”, come si faceva all’asilo, che è poi lo stadio intellettuale a cui è rimasto il renzismo.

16. Una carrellata infinita di sconfitte, al punto tale che – in neanche tre anni – il renzismo è riuscito a dilapidare quasi tutto.

17. Le bugie come se piovesse, compresa quella mitologica secondo cui “se perdo mi ritiro a vita privata e faccio triathlon”. Né la prima e neanche la seconda, a giudicare dal girovita (e dal giromento).

18. La sistematica sopravvalutazione di un bischeruccio che al bar di Montione avremmo zimbellato senza pietà, ma a cui avete permesso di spolpare per anni il partito (e pazienza) e pure il paese (e questo resta imperdonabile) 

Potrei andare avanti a lungo, ma mi fermo qui. Caro Matteo (Richetti), sfottere gli scissionisti per il poco coraggio o per quella loro propensione al politichese prebellico è facile. E ci sta pure. Non pretendere però che tutti gli italiani siano così deficienti da credere che sia solo una questione di “antipatia”. Ed è pietosa pure la tua – e non solo tua – litania del Renzi che “ha imparato la lezione, d’ora in poi sarà diverso”: l’uomo è questo e questo sarà. Lo sai meglio di chiunque altro. Non conosce velocità diversa da questa goffa e sciagurata modalità “bulletto comicamente tronfio”. Non è strano che si parli di scissione: è strano che se ne parli solo adesso, dopo che Renzi e il suo Giglio-Barnum hanno raso al suolo un partito che, almeno in via teorica, doveva essere di centrosinistra. Non certo la versione quasi-giovanilista e iper-caricaturale del berlusconismo 2.0.

P.S. Sai qual è la cosa triste, Matteo (Richetti)? Che tra le alternative a Renzi ci siano ormai quasi tutti. Tranne te. Fa un po’ tristezza, constatare come la tua ambizione nascosta fosse quella di assurgere a “Nardella dotato”. Evidentemente non ti vuoi poi così bene come sembra. Peccato.



lunedì 20 febbraio 2017

Le interferenze dei Servizi Segreti nell’inchiesta Mani Pulite – Relazioni Copasir 1995-1996

 

Sì, sono passati 25 anni dall’inizio dell’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite” e nulla sembra sia cambiato.

Il motivo è molto semplice: le indagini giudiziarie portate avanti da quell’inchiesta sono state fermate anzitempo con metodi illegittimi ed anche illeciti da parte di alcuni appartenenti ai Servizi Segreti su ordine di altre Autorità dello Stato.

A causa di quelle indebite interferenze non è stato possibile scoprire tutto il marciume che aveva invaso le Istituzioni, con il risultato che molti dei personaggi coinvolti sono rimasti ancora al loro posto a spadroneggiare a loro piacimento.

Non lo dico solo io ma ciò – oltre a risultare da diverse sentenze dell’Autorità giudiziaria – è documentato da almeno 2 Relazioni adottate a suo tempo dal COPASIR, ovvero dal Comitato parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza dello Stato (organismo composto da Deputati e Senatori ed operante all’interno del Parlamento).

Vale la pena al riguardo rileggere un passo fondamentale di quelle Relazioni che così recita: “…dai dati seppure parziali che il Comitato ha potuto ricostruire, risulta una illegittimità di comportamenti. Le Autorità di Governo ne avevano la percezione? Erano al corrente di quelle note riservate? Non è possibile rispondere con sicurezza. Tuttavia quelle Autorità devono considerarsi politicamente responsabili delle condizioni di illegittimità, di lottizzazione, di inefficienza in cui lavorava allora il SISDE e che le audizioni hanno confermato…

Purtroppo quell’indagine parlamentare esplorativa, avviata nel 1995, si è bloccata nel 1996 per interruzione della legislatura e poi – inspiegabilmente o troppo spiegabilmente – non è mai stata più ripresa.

Ora, a distanza di 25 anni, sarebbe cosa buona e giusta operare una rivisitazione storica di quegli avvenimenti quanto meno al fine di fornire una corretta informazione all’opinione pubblica.

Mi domando: c’è la volontà politica-istituzionale di farla?

Non lo so ma voglio sperarlo e per questa ragione – nel dichiarare la mia disponibilità a raccontare la mia versione dei fatti –  pubblico qui di seguito le due Relazioni del Copasir a cui ho fatto sopra riferimento e precisamente:

Chi ha voglia e tempo, provi a leggerle e poi dica cosa ne pensa!

Antonio Di Pietro (http://www.antoniodipietro.it/?s=Copasir)


venerdì 17 febbraio 2017

Toghe rosse, forcaioli e suicidi: 25 anni di balle sui pm di Milano

 
LETTERA APERTA AD ALESSANDRO SALLUSTI

Caro Alessandro, quando Cairo voleva entrare in Libero –direttore Feltri- mi chiese se volevo seguirlo. Risposi di no. Mi pregò allora di fargli il nome di qualche giornalista valido. Indicai te e Paolo Martini. Ti conoscevo da quando dirigevi La Provincia di Como per la quale mi chiedesti anche di collaborare. Avevo di te un’ottima opinione sia professionale che umana. 

Per questo mi è particolarmente spiacevole commentare il vergognoso pezzo che hai scritto per Il Giornale (8/2), godendo come un riccio perché alla celebrazione dei 25 anni dalle inchieste di Mani Pulite non c’era praticamente nessuno.

Il tuo articolo dovrebbe essere pubblicato in toto perché sia reso evidente alla cittadinanza il cumulo di menzogne, di omissioni, di dimenticanze che metti in campo. Ma qui devo limitarmi ad alcuni ‘excerpta’. 

1.Tu definisci quella di Mani Pulite una “sciagurata stagione” e Mani Pulite “la più violenta inchiesta giudiziaria nella storia della Repubblica”. 2. Parli dei suicidi in carcere e “del dolore di 4.250 famiglie di indagati il più delle volte a vanvera come dimostra il bilancio a istruttorie chiuse e processi celebrati”. 3. Affermi che in Italia fu introdotta “la carcerazione preventiva come arma di minaccia e ricatto”. 4. Prendi particolarmente di mira Antonio Di Pietro e sostieni che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona” e che non a caso entrò poi nel Pci-Pds per poi creare il “partitino, Italia dei Valori”. 5. Definisci i magistrati di Mani Pulite “toghe rosse”. 

Cerchiamo di mettere un po’ di ordine in questa accozzaglia di argomenti o, meglio, di pseudoargomenti. L’azione di un magistrato non può essere ‘violenta’. Il magistrato risponde alla legge: o la rispetta o la viola. E non risulta che in tutta l’inchiesta di Mani Pulite ci siano state violazioni di legge. Il magistrato non può essere né ‘forcaiolo’ né ‘garantista’, categorie che vi siete inventate voi. Comunque il ‘forcaiolismo’ fu casomai della stampa. In particolare dell’Indipendente di Vittorio Feltri che chiamava Bettino Craxi “il cinghialone”, trasformando un’inchiesta giudiziaria del tutto legittima in una ‘caccia sadica’ e prendeva di mira anche i figli di Bettino. Lavoravo anch’io a quell’Indipendente e toccò a me difendere i Craxi dagli eccessi del mio direttore, in particolare con due articoli “Vi racconto il lato buono di Bettino” scritto in piena bufera quando tutti, anche i suoi amici, fiocinavano la balena sanguinante, L’Indipendente, 17/12/92 e “Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi”, L’Indipendente, 11/5/92. In quel periodo prevaleva al contrario uno strusciarsi indecoroso ad Antonio Di Pietro considerato il vincitore di giornata. Mi ricordo in particolare un vergognoso editoriale del direttore del Corriere, Paolo Mieli, titolato “Dieci domande a Tonino”. A Tonino, come se ci fosse andato a pranzo e cena da sempre. Con Tonino, ridiventato Antonio Di Pietro, che dell’inchiesta di Mani Pulite fu il simbolo, tu ti accanisci. Affermi che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona”. Dimentichi che ‘per quei sospetti’ Di Pietro è stato processato sette volte ed è uscito regolarmente assolto e uno di quei processi era stato innescato da due testimoni prezzolati dall’onorevole Berlusconi. Del Di Pietro politico non dovremmo qui occuparci perché quello che interessa è la sua azione di magistrato, ma quando tu definisci l’Italia dei Valori un ‘partitino’ dimentichi che è stato defalcato di alcuni suoi componenti, a cominciare dall’onorevole De Gregorio cui Berlusconi diede tre milioni perché passasse al centrodestra. In ogni caso se Di Pietro fosse entrato in politica il giorno dopo essersi tolto la toga avrebbe avuto il 90 per cento dei consensi. Invece, correttamente, a differenza di altri magistrati (Ingroia, De Magistris) aspettò un anno. 

La carcerazione preventiva in Italia esiste da sempre. Pietro Valpreda fece quattro anni di carcerazione preventiva senza processo e Giuliano Naria nove per citare solo alcuni esempi famosi fra le centinaia che si potrebbero fare. Non mi risulta che tu o la parte politica che oggi rappresenti abbiate mai levato un dito contro queste aberrazioni che non erano dei magistrati ma della legge (le leggi le fa il parlamento, cioè i politici). Vi accorgeste della carcerazione preventiva solo quando toccò, non per anni ma per qualche settimana, a lorsignori. Tu affermi però che in questo caso la carcerazione preventiva sarebbe stata usata “come arma di minaccia e ricatto”. E a queste sciocchezze Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo del pool di Mani Pulite, replicò: “Non è così. Noi gli arrestiamo e loro confessano” . Che è cosa ben diversa. Tu parli dei suicidi in carcere. Se un magistrato dovesse caricarsi delle possibili conseguenze dei suoi legittimi provvedimenti non si potrebbe più amministrare giustizia. I suicidi riabilitano moralmente coloro che ne sono stati protagonisti, perché evidentemente, a differenza di altri, si vergognavano di ciò che avevano fatto, ma non li assolvono. In quanto al dolore delle 4.250 famiglie degli indagati “il più delle volte a vanvera” fai finta di dimenticare che moltissime di queste assoluzioni avvennero per patteggiamento o prescrizione. Ma questi calcoli lasciamoli a Marco Travaglio. Dimentichi invece, con molta disinvoltura, le ‘morti bianche’, cioè i suicidi di quegli imprenditori onesti che non vollero piegarsi al ricatto delle tangenti e videro perciò andare in fumo le loro aziende. Sorvoli su uno degli atti più contestati quando Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco si presentarono in televisione per affermare che avrebbero chiesto a Borrelli di lasciare l’inchiesta. Come mai non ne parli? Perché quella singolare apparizione dei magistrati in tv seguiva uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi, un decreto chiamato ‘salvaladri’ che depenalizzava i reati di corruzione e similari e quindi salvava, oltre a Berlusconi e ai suoi cari, la falange dei corrotti e dei corruttori coinvolti in Tangentopoli.

Definire i magistrati di Mani Pulite ‘toghe rosse’ è risibile. Casomai se si vuole a tutti i costi dar loro una connotazione politica erano dei conservatori, il più ’a sinistra’ era un cattolico, Gherardo Colombo, un magistrato impeccabile rispettato anche dai suoi indagati. 

In due anni, con tutti i testimoni del tempo ancora in vita, i ladri, con una campagna stampa che ti vide protagonista, divennero le vittime e i magistrati i colpevoli. La classe dirigente del Paese non tollerava di dover rispondere, per la prima volta o quasi nella storia italiana, a quelle leggi che noi tutti comuni cittadini siamo tenuti a rispettare. 

Ecco perché tu, divenuto nel frattempo portavoce di una parte di quella classe dirigente, definisci “sciagurata” la stagione di Mani Pulite. In realtà Mani Pulite fu l’ultima occasione per la nostra classe politica per emendarsi dai crimini che andava perpetrando da anni. Non la colse, anzi l’avversò ferocemente e così siamo arrivati alla situazione attuale dove la corruzione è discesa giù per li rami a tutto il Paese. Proprio per questo il Palazzo di Giustizia di Milano era deserto nel 25° anniversario di Mani Pulite. Tutti hanno capito che l’azione dei magistrati è stata inutile, continua a essere inutile e probabilmente lo sarà anche in futuro, e quindi i cittadini hanno perso anche la voglia di ribellarsi e accettano supinamente la parte di pecore tosate senza emettere neanche un belato. In Romania, per un decreto molto simile a quello emesso a suo tempo dal governo Berlusconi, la popolazione si è ribellata e glielo ha ricacciato in gola. Dal punto di vista dell’etica pubblica siamo quindi al di sotto anche dei disprezzati rumeni.

Recentemente, davanti ad altre persone, hai detto “Massimo Fini mi attacca un giorno sì e un giorno no, ma devo ammettere che è l’ultimo giornalista libero in Italia”. Non è così, fortunatamente ce ne sono altri. Ma non posso negare che questa tua affermazione mi ha fatto piacere. Ma la libertà si paga. Il rendersi servi invece ripaga. Ad abundantiam.



mercoledì 15 febbraio 2017

Se Renzi vuole una sua Dc noi non ci stiamo


Il socialismo, quando si è combinato con la democrazia, ha saputo sviluppare una critica profonda all'esistente e battersi con efficacia contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Nessun socialismo del passato può essere il nostro, ma siamo convinti dell'attualità dei valori e dei principi che hanno ispirato questo movimento.

La nostra "nostalgia di sinistra" ci consente di distinguere la consapevolezza delle sconfitte dalla forza delle nostre radici e su queste radici costruiremo la nuova casa. In questi anni di subordinazione ai valori dominanti del mercato, dell'individuo libero da vincoli e del primato liberista molti hanno taciuto la propria identità, mostrando eccessiva flessibilità e opportunismo nei programmi e nelle alleanze.

Questa reticenza ha generato vuoto e separazione. Un vuoto che è stato riempito dalla solitudine dei leader, dalle macchine elettorali, dai partiti personali e dalla "fraseologia delle svolte". Oggi la Sinistra è divisa e disorientata perché le sue classi dirigenti non sono state coerenti e leali.

La lealtà è un elemento necessario, caratterizza lo spirito di partito e si fonda sulla memoria e sulla pazienza. "I partisan - ha scritto Russell Muirhead - sono i custodi di una memoria condivisa: essi identificano certi eventi del passato come conquiste e stanno insieme per proteggere queste conquiste". I nostri partisan sono feriti e delusi, hanno perso conquiste e memoria, hanno perso il partito. Nuovi partisan non nascono perché non trovano un partito alleato. Ma la democrazia italiana è impensabile senza i partiti e per questo la loro crisi ha trascinato con sé tutto il resto. Noi vogliamo "essere di parte". È il nostro presupposto per "stare insieme".

Noi ci proponiamo per rifondare il partito e la Repubblica. Impediremo che le nostre istanze di parte siano trascurate e nascoste da una politica che è considerata buona solo se rinuncia alle passioni e diventa moderata. Noi vogliamo rispondere alla domanda: "da che parte stai?", "per chi e per cosa lotti?".

Chi ha guidato il partito in questi anni ha invece consentito l'erosione dell'identità della sinistra, con la passività a correnti ideologiche subalterne ai dettami del liberismo; tra essi la riduzione della redistribuzione al principio del trickle-down (lo sgocciolamento dall'alto verso il basso) e l'attacco agli investimenti pubblici.

Complice una costante corsa al centro che ha azzerato le differenze, cominciata con i primi anni Novanta - con le tesi sulla "fine della storia" - e proseguita con la "terza via" a ogni costo e il sostegno ai governi dei tecnici e delle "larghe intese" sotto il cappello dell'austerità. L'evoluzione del Partito Democratico ha seguito questa linea d'erosione. Il cui momento culmine d'elaborazione politico, culturale e programmatico è stato il discorso del Lingotto, a cui è seguito, senza lo stesso respiro ideale e senza visione, il programma del cosiddetto Partito della Nazione, che ha dominato l'ultima campagna referendaria.

La "normalizzazione" moderata ha emarginato la militanza sociale, ha lasciato campo libero a nuovi partiti e ai produttori di nuovi settarismi identitari. Non solo l'egoismo liberista e gli spiriti animali, ma la secessione, il nazionalismo, la difesa della razza, la democrazia diretta, l'odio per i corpi intermedi. La polarizzazione ideologica, negli Stati Uniti come in Europa e in Italia, è stata condotta dalle destre e dai populisti, incuranti della coerenza programmatica e politica ma consapevoli del movente passionale e simbolico della politica.

Un movente che molti hanno voluto a tutti i costi ammansire e reprimere, inseguendo una scala d'interessi definita da circoli sempre più ristretti e privi di legittimazione democratica. Di fatto questo liberismo compassionevole che ha contagiato anche il Partito Democratico ha subito l'agenda della destra economica per poi subire anche quella della destra politica.

È il tempo di ripartire. È ora di scegliere da che parte stare. Ecco, questi sono i temi su cui meriterebbe fare un congresso con tempi adeguati, per riportare il popolo della sinistra ad appassionarsi e partecipare.

Renzi vuole risponderci con una conta di poche settimane, con un plebiscito ancora una volta su se stesso. In questo modo è chiaro il senso politico di ciò che si vuol fare: un partito renziano spostato ancora di più verso il centro, una sorta di nuova Dc a direzione cesarista.

In questo caso il Pd non esiste più e la scissione l'avrebbe provocata e consumata interamente l'attuale segretario. Se così fosse, come lui dice, senza considerarsi avversari, con serenità e favorendo in ogni caso il confronto delle idee non resterebbe che prenderne atto. Di questo e molto altro parleremo sabato 18 febbraio. Ci vediamo al Teatro Vittoria, al Testaccio, dalle 11 in poi.

Enrico Rossi ( http://www.huffingtonpost.it - 15 febbraio 2017)


venerdì 10 febbraio 2017

USA, il gendarme riluttante: Donald cede alla tentazione

 
Trump è inquietante non per gli impegni della sua campagna elettorale che rispetta, ma per quelli che non rispetta. Trump, da buon imprenditore, sembrava impegnato a ridimensionare quelle politiche aggressive, militari e non militari, che fan spendere un mucchio di quattrini agli Stati Uniti senza trarne alcun vantaggio. Invece, da questo punto di vista, ha cominciato malissimo. A fine gennaio col pretesto di combattere l’Isis ha ordinato un raid disastroso in Yemen con grande dispiegamento di forze, droni, Apaches, velivoli speciali Osprey, navi da guerra che appoggiavano Navy Seal 6 scesi sul terreno. Risultato: un soldato americano morto, tre feriti e almeno 16 civili uccisi fra cui 8 bambini. Sono stati eliminati anche 14 jihadisti, ma non era questo il vero obbiettivo della missione. L’obbiettivo era inserirsi, per l’ennesima volta, nella guerra civile in Yemen fra gli sciiti houti e il governo centrale sostenuto dalla loro grande e ambigua alleata nella regione, l’Arabia Saudita. 

Trump sta cercando anche di smontare una delle poche mosse utili fatte da Barack Obama, la sostanziale pace con l’Iran, sia con nuove misure di embargo economico, sia col divieto esteso anche agli iraniani di entrare, pur se provvisti di legittimi visti, negli Stati Uniti. L’Iran invece, uscito dal grottesco ‘Asse del Male’ in cui era stato inserito perché pretendeva, oh bella, e pretende di avere il nucleare per usi civili e medici, è oggi un alleato indispensabile nella lotta contro l’Isis. A Mosul i pasdaran iraniani sono quelli maggiormente in grado, insieme ai peshmerga curdi, di fronteggiare gli uomini di Al Baghdadi. Se si dovesse contare sul ridicolo esercito dell’Iraq, guidato dal quisling missirizi Al Abadi, finirebbe come nel giugno del 2014 quando poche centinaia di jihadisti conquistarono Mosul mettendo in fuga 34 mila soldati iracheni. I soldati dell’esercito iracheno assomigliano molto a quelli dell’esercito ‘regolare’ afgano: ragazzi che si arruolano non per vocazione, ma per sfuggire alla povertà guadagnando uno stipendio, “scarpe leggere” come si diceva un tempo in gergo militare.

Trump insomma non sembra aver abbandonato, come si poteva sperare dalle sue dichiarazioni elettorali, il ruolo degli Usa come ‘gendarme del mondo’. Cosa ci stanno a fare, ancora, gli americani dopo quindici anni di una guerra non solo dispendiosa ma del tutto controproducente, in Afghanistan? Una guerra già da tempo perduta, se è vero, com’è vero, che i Talebani stanno riconquistando porzioni sempre più vaste di quel Paese? Solo nel 2016 sono stati uccisi 6.785 agenti delle forze di sicurezza afgane, cioè quelle del governo fantoccio di Ashraf Ghani, con un aumento del 35 per cento rispetto al 2015. Anche qui, come in Iraq, i soldati del cosiddetto esercito regolare sono dei poveracci, giovani che si arruolano per sfuggire a una disoccupazione che con i ‘liberatori’ occidentali è arrivata al 40 per cento (durante i sei anni di governo del Mullah Omar era dell’8 per cento). Ma la guerra afgana, la più lunga in epoca moderna, è una guerra volutamente dimenticata. La tragedia afgana, perché di questo si tratta con circa 200 mila civili morti e la distruzione materiale, economica, sociale, culturale del Paese, non viene ricordata se non di sfuggita e con molto imbarazzo. Da tutti. Non ho sentito una sola voce levarsi contro questa guerra, non ho sentito un solo Papa, né Wojtyla né Ratzinger né Bergoglio, sempre pronti a inumidirsi di lacrime per la morte di uomini, donne e bambini in ogni parte del mondo, spendere una sola parola per le 200 mila vittime civili della guerra afgana. C’è un’unica eccezione: Gheddafi. Come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo fu Gheddafi, che con gli afgani non aveva nessun legame, nessun rapporto, nessun interesse, a levarsi in un discorso all’Onu del 2009, contro le ingiustizie perpetrate su quello che viene definito dagli organi si stampa occidentali, “questo martoriato Paese”. Come se l’Afghanistan se lo fossero ‘martoriato’ loro, gli afgani, e non i dieci anni di guerra dei sovietici e poi i quindici della Nato. Gheddafi aveva anche capito che i Talebani costituiscono un argine contro l’Isis. Più pragmatici degli americani, sempre in bilico fra moralismo e cinismo, questo lo hanno capito i russi che recentemente hanno riconosciuto i Talebani come “forza militare e politica” e con essi stanno trattando, passando sopra la testa del governo di Ashraf Ghani e di quello americano. Del resto si capisce il loro interesse. Se l’Isis penetra ulteriormente in Afghanistan e lo può fare se i Talebani sono stretti nella morsa degli jihadisti e degli occupanti occidentali, può poi dilagare in Turkmenistan, in Tagikistan, in Uzbekistan dove le componenti musulmane sono se non maggioritarie certamente molto forti e pronte a radicalizzarsi. In questo caso la jihad diventerebbe un pericolo concreto anche per la Russia. 

Se Trump vuol spazzar via dalla faccia della terra l’Isis, come ha dichiarato, sta facendo male i suoi conti. Però in questo groviglio di contraddizioni Donald Trump una cosa onesta e sorprendente l’ha detta. Rispondendo al più famoso conduttore della tv Fox News che a proposito del suo strizzar l’occhio a Vladimir Putin gli faceva notare che costui è un killer ha replicato: “Pensi che l’America sia così innocente?... Anche noi abbiamo fatto tanti errori. Pensa solo alla guerra all’Iraq. Quanta gente è morta”. Insomma anche Trump ammette quello che sosteneva Muammar Gheddafi: non esiste solo il terrorismo propriamente detto, esistono anche i terrorismi di Stato.



giovedì 9 febbraio 2017

L’EDITORIALE. STRONZI: RIDATE IL FUTURO AI GIOVANI. SUBITO

 

La lettera di Michele, il trentenne udinese morto qualche giorno fa suicida ( la trovate qui sotto), colpisce più che per la disperazione, ovvia in chi ha deciso di togliersi la vita, per la lucidità con cui il giovane motiva l’ insano gesto. Senza tanti giri di parole: il ragazzo e’ stato ucciso dalla precarietà, dalla mancanza di sogni e di speranza nel futuro.


Un testamento generazionale, quello di Michele, che è un atto di accusa violentissimo. E giustissimo. Una richiesta implicita di istituire un nuovo tribunale di Norimberga per crimini contro l’umanità. Alla sbarra, i soliti noti: mondo delle finanza, banche, imprenditori egoisti e codardi, una politica composta da incapaci insensibili. Si dirà: è sempre andata così nel mondo. Vero. nel medioevo, sicuro. E anche durante il nazi fascismo, in cui una oligarchia sorda, privilegiava un ristretto numero di persone a danno degli altri. Ma dopo, dopo la seconda guerra mondiale intendo, le cose erano cambiate. Con tutte le storture di sempre, ai giovani era consentito sognare, immaginare un futuro pieno di soddisfazioni, ricco e migliore dei loro genitori. Quanto meno sereno e con la garanzia del 27 del mese. Bastava impegnarsi, all’epoca, per arrivare. La strada era più lunga, sicuro, ma restava la soddisfazione di avercela fatta per meriti e con le proprie gambe, non per raccomandazione. Certo, se sceglievi la scorciatoia, arrivavi facile ma molto spesso, prima o dopo, ti schiantavi contro un palo, oltre a ricevere una continua e devastante riprovazione sociale. Perchè senza preparazione, da sempre, non si va da nessuna parte.


Adesso, da almeno vent’anni, non si va da nessuna parte nemmeno con quella, con la preparazione. E’ il famoso 40 per cento. Di disoccupazione giovanile. A conti fatti, quella attuale dei venti, trenta , quarantenni è una generazione bruciata ancor prima di fiorire. Non accanitevi con loro:  puoi fare master, prendere  come è giusto che sia, due o tre lauree, ma poi se non ci sono sbocchi, ti rimane la faticosa vita precaria, seppur dignitosa, del cameriere. Zero sogni, dopo tanto studio.  Del resto quali speranze possono avere i giovani se sperano di fare gli avvocati e portano a casa 800 traballanti euro, desiderano fare i giornalisti e vengono pagati due euro ad articolo, vogliono fare gli ingegneri e non riescono perchè vengono richieste competenze impossibili a 30 anni e per doli 1200 euro netti a tempo determinato?  Oppure vorresti fare il medico e c’è un overbooking impressionante. Gli architetti, poi:  si arrampicano con altri mille mestieri che nulla c’entrano con la professione scelta, pur di arrivare a fine mese. Potrei continuare all’infinito, con tutti i lavori che si sognavano da bambini . Per ognuno, ora, ci sarebbe un cartello con la scritta: inarrivabile.


Un muro invalicabile verso la strada dei sogni. Questo si trovano di fronte oggi quelli della generazione perduta. Gli unici venti, trenta, quarantenni che ce l’hanno fatta sono i soliti figli di papà, i volponi con il pelo sullo stomaco, gli squallidi assertori del meritricio senza dignità. Vendersi l’onorabilità pur di arrivare in alto. Questo è. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: nove giovani  su dieci  che ce l’hanno fatta sono totalmente incapaci. Ma sono stati protetti. Protetti da un potere marcio fino al midollo che ha consentito loro di arrivare ai vertici senza passare dal via della sacrosanta gavetta. Per tutti gli altri c’è solo tanta umiliazione. Fino ad arrivare al lucido atto finale di Michele, di cui non si parlerebbe se i genitori non avessero deciso di diffondere  con coraggio sul quotidiano cittadino, la lettera di addio del loro amato figlio.


Intendiamoci. I giovani, anche loro,  hanno  qualche responsabilità. Vissuti in un benessere economico cancellato in pochi anni dal criminale mercato liberista imposto dal capitalismo, con rabbia arrogante hanno pensato che tutto fosse loro dovuto, all’inizio. Sbagliando. Non si nasce capi o stelle dello spettacolo per dono divino. Bisogna crescere, faticare, studiare, attendere , fare esperienza, prima di arrivare ai vertici in qualsiasi campo e raccogliere i meritati frutti ,superati i cinquant’anni. Così almeno funzionava un tempo. I bambini viziati nati negli anni 80 hanno creduto invece che bastasse un sì, quello che dicevano i loro genitori per accontentarli e non discutere, per ottenere tutto facilmente. Ma all’improvviso si sono risvegliati dal sogno e così si è passati da un eccesso all’altro: dai gadget di tutti i tipi ottenuti senza sforzi,  ad un percorso di guerra in cui difficilmente si riesce a portare a casa la pelle. Per cui poi, ponendo che uno si accontenti e si rassegni a non  fare nella vita il lavoro sognato, anche abbassando il tiro sarà sempre una vita di merda. Una precaria vita di merda, nella quale  non hai nemmeno  la forza di progettare una famiglia, dei figli. Perchè il 27 del mese non arriverà mai più. Questo, signori, è il liberismo che non abbiamo combattuto abbastanza.


Il posto fisso è noioso, disse nel febbraio del 2012 Mario Monti, appena messo d’imperio alla presidenza del consiglio. Voleva semplicemente far passare il messaggio che la sicurezza sul lavoro non ci  sarebbe più stata. Lo veicolava, con un sorriso, dalla Gruber, lo ricordo bene. La risposta più logica doveva  essere: bene, anche i mutui casa sono noiosi, se ho i soldi li pago, altrimenti le banche le mie stipule le prendessero alla stregua di uno stage non retribuito. Se ho ancora lo stipendio ok, altrimenti mi tengo la casa, arrivederci e grazie. Si sarebbe bloccata l’economia liberista, statene certi . Invece, silenzio.


Ecco, dopo quella frase di Monti,  i giovani sarebbero dovuti scendere in piazza a milioni, chiedere le sue dimissioni. Idem con Berlusconi, che ad una ragazza  carina una volta, nel salotto televisivo di  Bruno Vespa,  disse: è disoccupata? La soluzione c’è, si trovi un marito, lei che è così bella. Ma come gli era venuta in mente, una risposta così becera? Fino ad arrivare all’orrido Jobs act, la madre di tutte le precarietà. Nemmeno allora i giovani scesero in piazza a milioni, per protestare. Sbagliando ancora una volta.


Rassegnati, uno ad uno hanno iniziato ad andare all’estero. L’Italia di loro ne può fare a meno, disse con un’infelicissima frase Giuliano Poletti un paio di mesi fa. All’estero, d’accordo: ma per fare cosa? Nè più nè meno che i precari, come in Italia. Perchè la perdita del lavoro sicuro, ben retribuito, la perdita del sogno di fare la professione agognata o della speranza in un futuro minimamente dignitoso accomuna  tutto il mondo occidentale: Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia. Statene certi: non si salverà nessuno, fino a quando le fauci di quell’1 per cento di cosiddetti esseri umani, che muovono le leve del pianeta, si spalancheranno voraci.


In attesa di una rivolta sociale che, usando la logica,  a queste condizioni non tarderà ad arrivare, molti continuano comunque  a resistere eroicamente. Altri, come Michele, ci provano, poi  stanchi di illudersi, di essere sfruttati  come schiavi dal mercato dei voucher, si fanno da parte, si arrendono, alimentando  un criminale cimitero di giovani lapidi. Perchè, converrete, una vita senza desideri e senza sicurezze sociali, non è vita.

 Lucio Giordano (ALGANEWS - 7 febbraio 2017)

 

LA LETTERA DI MICHELE

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837?ref=hfmvudea-1

http://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-ultimo-stadio-puntata-09022017-10-02-2017-204108

 

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