La Quarta Dimensione Scritti

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 16 gennaio 2018

Facebook post mortem: cosa accade all'account del defunto



La scomparsa di uno dei nostri cari può costringerci a fare i conti con la sua identità virtuale su Facebook. Di fronte a un lutto, la policy del social network mette di fronte ad alcune scelte obbligate per la gestione dei post. Stando alla policy, è possibile chiedere in anticipo se si desidera che l'account venga reso commemorativo o venga eliminato in modo permanente da Facebook.

Nel primo caso, sul nome del profilo sarà visualizzata l'etichetta ''In memoria'' e, come si legge nel regolamento, l'account "permetterà ad amici e famiglia di raccogliere e condividere ricordi della persona deceduta". Quindi, a seconda delle impostazioni sulla privacy dell'account, gli amici potranno condividere ricordi sul diario commemorativo: foto e post continueranno quindi a essere visibili al pubblico con cui sono stati condivisi.

Le pagine-guida del social network illustrano le altre caratteristiche dell'account commemorativo:
    ·I profili commemorativi non vengono visualizzati in spazi pubblici come i suggerimenti delle Persone che potresti conoscere, le inserzioni o i promemoria dei compleanni.
    ·Nessuno può accedere a un account commemorativo.
    ·Non è possibile apportare modifiche agli account commemorativi per cui non è stato indicato un contatto erede.
    ·Le Pagine gestite da un unico amministratore il cui account è stato reso commemorativo saranno rimosse da Facebook sulla base di una richiesta valida.

Quando un account viene reso commemorativo, specifica il social network - "ne preserviamo la sicurezza impedendo a chiunque di accedervi" al fine di "proteggere" la memoria del defunto.

Nel momento in cui a Facebook viene comunicato il decesso di una persona, la procedura prevede infatti che l'account venga automaticamente reso commemorativo. "Tieni presente - si legge nel regolamento - che non possiamo fornire le informazioni di accesso all'account di un'altra persona nemmeno in queste circostanze. Le normative di Facebook non consentono alle persone di accedere all'account di un altro utente".

Nel caso, invece, si volesse procedere all'eliminazione dell'account, per procedere con la richiesta di cancellazione permanente in caso di decesso bisogna:

    ·In alto a destra su Facebook, cliccare sul menu a tendina per la gestione della pagina, selezionando "Impostazioni".
    ·Nel menu a sinistra, clicca su "Generali".
    ·Cliccare su "Gestisci account".
    ·Cliccare su "Richiedi l'eliminazione dell'account" e segui le istruzioni visualizzate sullo schermo.

Ad amici e famiglia è consigliato, nel caso in cui si desiderasse creare un altro spazio, di creare un gruppo "per consentire alle persone su Facebook di condividere ricordi sul tuo caro".

LEGGI La policy di Facebook


 

“Così Mori e Dell’Utri trattarono con la mafia”



Nel deserto dell’aula bunker di Palermo e nel quasi disinteresse della stampa nazionale e delle tv, un gruppo di magistrati sta tentando di ricostruire un tornante fondamentale della storia d’Italia della fine del secolo scorso. Il pm Antonino Di Matteo, che si alterna con i colleghi Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, continuerà a esporre la requisitoria nell’aula bunker dell’Ucciardone per il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia davanti alla Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto.
L’insufficiente copertura mediatica di queste prime udienze è stata una grande occasione sprecata per accendere una luce su un periodo oscuro della storia italiana. I pm in aula stanno tentando di ricostruire infatti la trama dei rapporti tra politica, mafia e istituzioni nel biennio che va dalle stragi del 1992 ai primi vagiti della Seconda Repubblica dopo l’insediamento del governo Berlusconi nel 1994. Ovviamente è il punto di vista dell’accusa e sarà interessante anche ascoltare quello delle difese, ma l’impegno e il tema meriterebbero un’attenzione ben diversa dei media.
Nel processo sono imputati tre ex ufficiali del Ros dei Carabinieri (i generali Mario Mori e Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno) un politico della Prima Repubblica (l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza) e uno della Seconda (l’ex parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri) più i mafiosi detenuti Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, il boss pentito Giovanni Brusca. L’ex ministro Calogero Mannino è stato assolto in primo grado, avendo scelto il rito abbreviato mentre i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano sono morti.
È contestato l’articolo 338 che punisce con la reclusione da uno a sette anni “chiunque usa violenza o minaccia a un corpo politico(…) per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, il funzionamento o per turbarne comunque l’attività”. La trama complessa dell’accusa si dipana dall’omicidio del politico della Democrazia cristiana, l’andreottiano Salvo Lima, nel marzo del 1992 fino all’insediamento del governo Berlusconi nel 1994, grazie alla vittoria di Forza Italia, fondata con l’apporto dell’imputato Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per le sue condotte fino al 1992.
La tesi dell’accusa, già anticipata in una memoria del 2012 (quando era ancora pm Antonio Ingroia, poi candidatosi come leader di una nuova formazione ma non eletto nel 2013) è quella del cedimento dello Stato al ricatto della mafia corleonese. I politici e gli ufficiali sono imputati perché avrebbero agevolato il condizionamento delle istituzioni da parte dei boss.
Riina e Provenzano puntavano a ottenere a suon di bombe i mutamenti delle leggi condensati nei punti del “papello” consegnato da Massimo Ciancimino e contenente le richieste di Riina alle istituzioni. Nell’ipotesi dell’accusa lo Stato, con l’uniforme del Ros, si sarebbe seduto al tavolo con l’accordo di alcuni politici per ottenere la fine delle stragi.
L’accusa è pesante e, secondo giuristi come Giovanni Fiandaca, con fatica può essere supportata dal fragile articolo 338. Dopo cinque anni di processo e polemiche è però arrivato il momento della verità, almeno quella giudiziaria. La sentenza potrebbe arrivare poco dopo le elezioni o a ridosso delle urne ma in pochi sembrano interessati.
In questo clima surreale i pubblici ministeri vanno avanti sulla loro strada. In salita e disseminata di ostacoli come l’assoluzione di Mannino e le due assoluzioni definitive di Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 (con Giuseppe De Donno) e per la mancata cattura di Provenzano nel 1995 (con Mario Obinu). Non aiuta anche la sentenza Dell’Utri, condannato per concorso esterno ma assolto (dopo un esito diverso in primo grado) per il periodo a partire dal 1993 sul quale pende l’accusa del processo.
I pm nei giorni scorsi hanno iniziato a lumeggiare la notte che segna il passaggio dal tramonto della Prima all’alba della Seconda Repubblica. Il 1992 è stato ricostruito dai pm Roberto Tartaglia e Antonino Di Matteo sotto due punti di vista diversi. Tartaglia ha illustrato il filo rosso che lega l’appoggio della mafia corleonese a tre movimenti politici sorti tra 1992 e fine 1993: le Leghe del sud, con la partecipazione attiva di Licio Gelli e Vito Ciancimino; il movimento Sicilia Libera sostenuto dagli uomini del boss Leoluca Bagarella e infine Forza Italia. Antonino Di Matteo invece si è dedicato alla trattativa tra il Ros di Mario Mori e Vito Ciancimino avviata nel 1992.
Vale la pena di riportare qui i passaggi più delicati. Per il pm Tartaglia c’è “unicità di un progetto. Il perseguimento del progetto autonomistico e federalista da parte di Cosa Nostra parte già a far data dal 1991, come affermato da Leonardo Messina (collaboratore di giustizia catanese, ndr) che per primo ha parlato del progetto maturato in alcune riunioni del 1991 nelle campagne di Enna. I boss della mafia in quella sede parlarono di separare l’Italia in tre macro-aree.
Secondo il pm Tartaglia, il debutto di Dell’Utri nello scenario della Trattativa sarebbe molto precedente alla discesa in campo. “Il linguaggio con cui Cosa Nostra cerca il primo contatto con Marcello Dell’Utri è quello classico di Cosa Nostra: l’intimidazione, la minaccia, in questo caso gli incendi alla Standa”. Tartaglia si riferisce agli attentati incendiari realizzati dalla mafia ai danni dei supermercati di Berlusconi, avvenuti nei primi anni 90. Se ne parlò già nel processo Dell’Utri, ma qui sono riletti in una logica nuova che li inserisce nella minaccia a corpo politico dello Stato, il reato contestato a Dell’Utri.
Tramite Dell’Utri e Vittorio Mangano, i boss Bagarella e Brusca avrebbero chiesto a Berlusconi interventi sulle leggi, i processi e il trattamento carcerario ponendo l’accettazione di questa “proposta che non si può rifiutare” come condizione “ineludibile” per la fine delle stragi e degli attentati. Dell’Utri, quindi, avrebbe sostituito prima Salvo Lima e poi Vito Ciancimino come intermediario delle relazioni con la mafia, agevolando “il progredire della trattativa” e “la ricezione di tale minaccia da Berlusconi, dopo il suo insediamento come capo del governo”.
Il pm Tartaglia ha spiegato come si arrivò al risultato partendo dalle dichiarazioni del 1994 del pentito di Cosa Nostra catanese, Filippo Malvagna: “Dopo gli incendi erano scesi a Catania direttamente personaggi del gruppo Berlusconi. So che è sceso – testuale – un alto dirigente del gruppo Berlusconi ed è stato sanato tutto”. Il pm a questo punto ricorda le due perplessità del pentito per come si era svolta la vicenda: da un lato la mafia aveva incassato pochi soldi; dall’altro a gestire la vicenda, nonostante gli attentati fossero nel Catanese, erano stati i Corleonesi. “Il modo in cui era stata chiusa quella vicenda – spiega ai giudici il pm Tartaglia – era la conferma per Malvagna che la finalità era duplice perché l’estorsione era stata chiusa a meno della metà del dovuto (…) e questo dice Malvagna perché la dovevano chiudere i Corleonesi (…) perché non è questione di soldi, è questione di amicizie e basta”. Per il pm Tartaglia tutto inizia alla fine del 1991 quando, come racconta il pentito Leonardo Messina, ci sono riunioni dei boss della Cupola nelle campagne di Enna per decidere la strategia di destabilizzazione: “I tempi sono questi: fine 1991, riunioni di Enna, fase di malcontento, ricerca nuovi referenti (politici dopo la delusione per Lima, ndr) quello che ci dice Messina (pentito che parla di riunioni con Riina e Provenzano per decidere la strategia stragista di Cosa Nostra nel 1991, ndr) e la situazione viene chiusa con la discesa dell’alto dirigente, dice Malvagna, verso maggio del 1992”. A questo punto, Tartaglia si chiede con enfasi: “Ma chi è questo alto dirigente? Avola (Maurizio Avola, altro pentito di Cosa Nostra catanese, ndr) conferma tutto quello che ha detto Malvagna: la collocazione temporale, gli incendi, i Corleonesi eccetera, però dice anche espressamente che l’uomo del gruppo Berlusconi, l’alto dirigente che era sceso a parlare, era Marcello Dell’Utri. Marcello D’Agata (boss di Catania, ndr) aveva detto ad Avola che nel corso di quegli incontri si era visto direttamente con Nitto Santapaola.
Sempre sul vero significato profondo dell’operazione Standa di Catania (l’incendio del negozio della catena di Berlusconi, nella centralissima via Etnea, il 18 gennaio 1990, ndr), voglio citare Giuseppe Di Giacomo che ha aggiunto in udienza: ‘Fu deliberato da quel potere di Cosa Nostra palermitano di attaccare la Standa affinché potessero assoggettare Berlusconi attraverso questi attacchi e indurlo non solo a un pagamento di una tangente ma affinché potessero realizzare un nuovo progetto politico (…) e anche Di Giacomo dice di aver sentito direttamente da Aldo Ercolano il nome di Dell’Utri come soggetto che era sceso a Giardini Naxos che si era incontrato certamente almeno con Aldo Ercolano, cugino del boss Nitto Santapaola”. Poi il pm Tartaglia si pone nei panni dell’avvocato di Dell’Utri e formula le solite obiezioni: “Ci potranno dire le difese che i collaboratori lo hanno detto tardi, e non è vero. Ci potranno dire che lo hanno detto con finalità calunniatorie e per avere visibilità, e non è vero”. Allora Tartaglia tira giù un asso che nei due gradi del processo Dell’Utri i colleghi Ingroia e Scarpinato non potevano giocare: le intercettazioni in carcere del Capo dei Capi.
“Richiamo solo la conversazione intercettata di Salvatore Riina del 22 agosto 2013. Vi dico da subito che non ci sono nomi. Non c’è Berlusca, Berlusconi, grande, grandissimo non c’è bisogno di utilizzare spettrogrammi o altro”. Qui Tartaglia ironizza sulla frase pronunciata da Giuseppe Graviano nel 2016 sulla cortesia a “Berlusca”, secondo l’accusa, o a “bravissimo”, secondo la difesa di Dell’Utri.
A differenza di Graviano che parlava piano, per il pm Tartaglia, con Riina non c’è bisogno di uno strumento come lo spettrogramma per tracciare le onde sonore al fine di decrittare le parole del boss.
Il pm prima di leggere le parole dette da Riina in cella nel 2013 nell’aula bunker, prima di imitare dialetto e tono del Capo dei Capi premette ironico: “Vediamo solo se si comprende a chi sta facendo riferimento Salvatore Riina”. Poi Tartaglia come un consumato imitatore di boss inizia a leggere interpretando: “Io mannaggia a questo uomo non sono riuscito a capirlo mai e però lo cercavamo. A questo si cercava. Lo misi sotto per il fatto di Palermo e l’agganciammo. Tant’è vero che poi a Catania gli dettero fuoco alla Standa. ‘Dategli fuoco alla Standa’, gli dissi. Accussì li metto sotto, accussì, accussì li metto sotto accussì, dategli fuoco alla Standa”.
Poi, dopo avere riportato le parole di Riina, registrate nel 2013 mentre passeggiava nel carcere di Opera con il codetenuto Alberto Lorusso, Tartaglia prosegue a riportare il Riina-pensiero su un soggetto anonimo che sarebbe proprio Dell’Utri: “E ancora, sulla conclusione di questo assoggettamento intimidatorio per raggiungere il patto ‘mandò a chiddu. Scinnìu (scese, in palermitano, ndr) parlò cu uno e si mise d’accordo. Questo senatore sì, sì, serio era, serio devo dire la verità. Però poi finì in galera questo qua’. Io lascio a voi al di là di ogni equivoco di dizione – chiosa Tartaglia – capire chi è stato messo sotto; chi è il senatore che scinnìu, che era serio serio, però poi finì in galera questo qua, con riferimento agli incendi alla Standa di Catania”. Poi ancora Tartaglia: “Ed è certamente a tutta questa storia che Riina deve aver fatto riferimento anche il 20 settembre 2013, quando ancora Lorusso lo informa che rischiano di arrestare Dell’Utri dopo la sentenza definitiva, e Rina parlando tra sé, quasi in un soliloquio, neanche guarda Lorusso e dice: ‘Ma tanto non se la canta’, lo ripete cinque volte: ‘Ma tanto non se la canta’. Chi è che non se la canta?”, è la domanda retorica di Tartaglia.
Poi il pm rievoca il verbale di un altro collaboratore ormai defunto, Salvatore Cancemi, vicino a Vittorio Mangano e al boss della Noce, Raffaele Ganci, prima dell’arresto del braccio destro di Totò Riina. “A fine 1991, inizio 1992, Riina mandò a chiamare Cancemi e si vedono a casa di Guddo. C’è Raffaele Ganci e Riina gli disse di rivolgersi subito, spendendo il suo nome, a Vittorio Mangano (…) e gli dice: ‘Devi fare presente che si doveva mettere da parte rispetto al rapporto con Berlusconi perché a proposito di questo rapporto – dice Cancemi – Riina lo definiva un bene per tutta Cosa Nostra la definizione usata da Riina alludeva per quanto Riina faceva capire all’attualità e all’avvenire. Mangano si deve fare da parte proprio quando partono gli incendi alla Standa perché non serve più il rapporto economico, serve altro”.
Poi il pm Tartaglia analizza il versante opposto della Trattativa, il lato politico, e cerca un riscontro alla sua tesi dell’aggancio tra Dell’Utri e Cosa Nostra nel 1992 nella testimonianza di un ex politico di area Dc che svolgeva corsi per i funzionari di Publitalia, Ezio Cartotto.
“Ancora Ezio Cartotto dice che sempre subito dopo l’omicidio Lima (marzo 1992, ndr) e certamente prima di Capaci (maggio 1992, ndr) Dell’Utri in persona spiega a Cartotto qual era il suo progetto. E le parole che Cartotto riporta di Dell’Utri sono che era necessario sostituire Lima con qualcos’altro. Cartotto chiede: ‘Ma perché con qualcos’altro e non con qualcun altro?’ e Dell’Utri risponde che l’idea sua in quel momento era di andare nella direzione di un partito che fosse alternativo a quello del sistema di cui faceva parte la Democrazia cristiana. Quando Cartotto chiede: ‘Ma perché hanno ucciso Lima?’ L’hanno ucciso perché non mantenne la parola. Dell’Utri sa bene che la strategia dell’intimidazione è iniziata, che non si scherza più e capiremo meglio alla luce di questo dato il significato dell’imputazione a Dell’Utri del 1994. C’è la pressione larvata delle stragi incombenti, nel 1994, quelle per mantenere il patto. E infine dalla ricostruzione di Cartotto ricaviamo anche che l’idea di Dell’Utri nel marzo 1992 non era solo l’idea di un folle. Dice Cartotto che pochi mesi dopo lui partecipa – siamo tra la fine estate i primi di settembre del ’92 –, in qualità di funzionario a un incontro di Berlusconi a Montecarlo con dirigenti Fininvest e Publitalia. Siamo ancora due anni prima delle elezioni. E, diceva (Cartotto, ndr), abbiamo un primo discorso politico di Berlusconi. Dice: ‘Signori qui le cose vanno male, gli amici contano sempre meno e spariscono. I nemici contano sempre di più. Ci vuole fegato, noi dobbiamo cominciare a organizzarci diversamente. E, dice Cartotto, subito dopo Dell’Utri trasforma quell’incarico (che era stato conferito da Publitalia a Cartotto, ndr) sui comitati politici nel primo contratto schiettamente politico ancora nascosto – per non far rendere conto a tutti di quello che covava sotto le ceneri – ‘contratto di marketing politico’, così era denominato. Su questo tema dell’opzione politica di Dell’Utri già nel 1992, dopo l’omicidio Lima, concludo senza commentarle…”.
A questo punto il pm Tartaglia riporta le frasi dette dal boss Giuseppe Graviano al compagno di detenzione Umberto Adinolfi, nel 2016: “Perché davvero non hanno bisogno di esegesi, di consulenti, di periti e di tecniche per comprenderne il significato alla luce di tutto quello che abbiamo detto fino a questo momento. 10 aprile 2016, Graviano è intercettato con Adinolfi durante il passeggio: ‘Umbè nel ’92 voleva scendere, ‘92 già voleva scendere, ed era disturbato per acchianari. ‘92 voleva scendere però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi disse ‘ci vulissi una bella cosa’. Nel 1992 già voleva scendere”.
Più avanti la requisitoria dei pm a gennaio del 2018 entrerà nel dettaglio dei rapporti triangolari tra Berlusconi e Dell’Utri e tra quest’ultimo e la mafia. Il pm Tartaglia in questa prima fase ha però puntellato la sua tesi sull’innesco di questo rapporto triangolare dal sapore politico. La tesi dell’accusa è che ci sia una continuità nel disegno politico di tre soggetti, le Leghe del Sud, Sicilia Libera e infine Forza Italia. Tartaglia valorizza al riguardo la presenza ricorrente di alcuni soggetti nei movimenti suddetti e in Forza Italia. “Quando si punta si apre l’ultima fase della nostra imputazione, chi è che finisce nell’esperienza di Forza Italia? C’è Platania che è trovato nell’agenda di Dell’Utri proprio con riferimento a Sicilia Libera. C’è il fondatore di Sicilia Libera Palermo, iscritto tra i presidenti di circolo di Forza Italia. In particolare Nino Strano e Giuseppe Lipera, due personaggi presenti nell’esperienza delle Leghe del Sud e in Sicilia Libera che poi confluiscono in Forza Italia, Lipera e in Alleanza Nazionale, Strano. Il pm Tartaglia vede un filo comune.
“Abbiamo detto all’inizio della continuità di questo percorso da Enna (le riunioni con Riina e Provenzano, ndr) le Leghe e Sicilia Libera, abbiamo visto l’identità soggettiva, abbiamo visto le dichiarazioni dei collaboratori. Richiamo qualche nome (…) per dimostrare questa continuità.
C’è chi finisce esattamente nell’esperienza politica di Forza Italia, c’è Platania trovato nella pagina 19 dicembre 1993 dell’agenda sequestrata a Dell’Utri proprio con riferimento a Sicilia Libera. E ancora c’è il primo fondatore e presidente di Sicilia Libera Palermo, Vincenzo La Bua, iscritto all’elenco dei presidenti di club di Forza Italia. C’è ancora Nino Strano, vertice di Catania delle Leghe fondatore di Sicilia Libera Catania, e che fa questo Nino Strano? Strano fa un comunicato in quella data. Dice che da quel momento, il progetto Sicilia Libera Catania si deve ritenere concluso, che tutto il bacino elettorale raccolto si deve ritenere inglobato in Forza Italia”. Conclude così Tartaglia: “Più continuità di questa da An (Strano è stato parlamentare di An e poi di altri partiti fino al 2012, ndr) al ’94 non esiste. Presidente io ho concluso questa mia prima parte grazie”.
Nella parte di requisitoria svolta finora, il pm Antonino Di Matteo si è concentrato sull’innesco della Trattativa nel 1992 e sul ruolo del Ros dei Carabinieri nel periodo in cui il capo operativo era l’allora colonnello Mario Mori. Di Matteo ha riletto in aula quella che il pm considera “la confessione dell’esistenza di una vera e propria trattativa di tipo politico con la mafia basata e finalizzata sull’elementare concetto del do ut des”.
Per Di Matteo “l’ammissione di una vera e propria trattativa con i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino” è stata pronunciata dallo stesso Mori e dal suo collaboratore, l’allora capitano, poi colonnello, Giuseppe De Donno. Leggo alcuni passaggi virgolettati – ha detto Di Matteo il 15 dicembre – di queste dichiarazioni rese all’udienza pubblica in Corte d’Assise a Firenze del 27 gennaio 1998: ‘Andammo da Ciancimino e dicemmo: signor Ciancimino che cos’è questa storia qui? Ormai c’è un muro contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato, ma non si può parlare con questa gente?’. Guardate – quasi si indigna Di Matteo nella sua requisitoria, pensando a come è trattata la questione dalla stampa – basterebbero queste parole per dire: ma quale pseudo-trattativa? Il rappresentante del comando operativo del reparto d’eccellenza dei Carabinieri del Ros va da un soggetto, che sa essere in contatto con Riina e Provenzano, e gli dice: ‘Ma cos’è questo muro contro muro?’ Come se fosse strano che ci sia un muro contro muro tra l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo e che poco tempo prima aveva fatto saltare in aria un pezzo di autostrada a Capaci e lo Stato. ‘Cos’è questo muro contro muro? Ma non si può parlare con Cosa Nostra?’. Che cos’è questa, signori giudici popolari? Se non già proprio subito una proposta di mettersi d’accordo per far venire meno il muro contro muro?”. A questo punto, Di Matteo ricorda quanto era diverso l’atteggiamento manifestato in quel periodo dall’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti che, secondo l’accusa proprio per questo fu sostituito nel 1992 con un altro democristiano, ritenuto più morbido, al ministero dell’Interno, cioè l’imputato odierno per falsa testimonianza del processo Trattativa, Nicola Mancino. “Altro che Scotti alle Camere che dice non ci può essere nessuna ipotesi di mediazione e di compromesso. Ha ragione Riina – chiosa Di Matteo – quando dice: ‘Mi hanno cercato loro’”. Il pm con un crescendo retorico ripete la frase di Mori: ‘Cos’è questo muro contro muro, non si può parlare con questa gente?’. Mori se lo lascia scappare il 27 gennaio 1998 in una Corte d’assise che giudicava i responsabili degli eccidi di Roma, Firenze e Milano davanti alle parti civili, davanti ai parenti dei morti!”.
Poi Di Matteo precisa il contesto. Mori si fece scappare quella parola quando stava riferendo alla Corte le perplessità di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, vicino ai corleonesi e in particolare a Bernardo Provenzano, quando Mori si presentò con la mano tesa per ottenere elementi al fine di catturare Riina, dice lui. Di Matteo riporta così la deposizione di Mori nel 1998 a Firenze: ‘Ciancimino mi chiedeva se io rappresentavo solo me stesso o anche altri e io dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa’. A questo punto, Di Matteo con tono tra l’indignato e l’istrionico ribadisce la parola pronunciata 19 anni fa da Mori stesso: “Trattativa”. Poi dopo una pausa da consumato attore prosegue: “Non esiste la trattativa? E il frutto avvelenato di giudici politicizzati, la presunta trattativa? La pseudo trattativa? La bufala della trattativa? La patacca della trattativa? Mori il 27 gennaio ’98”. Non basta. Di Matteo insiste riportando le frasi dette quel giorno al processo dall’altro suo odierno coimputato. “Capitano De Donno, sempre lo stesso giorno, 27 gennaio ’98: ‘Gli proponemmo di farsi tramite per nostro conto di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa di Cosa Nostra al fine di trovare un punto d’incontro, un punto di dialogo finalizzato’ (De Donno è ancora più esplicito) alla immediata cessazione di queste attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato’. Troviamo un punto di dialogo (…) si capovolgono i termini della questione. Signori giudici popolari questo significa acquisire informazioni? Questo significa fare un’attività investigativa o questo significa, come io e noi qui diciamo, condurre in maniera spregiudicata una scellerata e spregevole trattativa con i vertici della mafia mentre c’era ancora il sangue dei morti in terra?
Proseguo nel citare alcune delle affermazioni rese sotto giuramento da De Donno: ‘Successivamente Ciancimino ci fece sapere che voleva incontrarci e ci disse che l’interlocutore e cioè la persona che faceva da mediatore tra lui e Salvatore Riina…’. Quindi – chiosa Di Matteo – sapevano già tutto. Sapevano che Ciancimino parlava con Riina (…). De Donno dice ai giudici della Corte d’assise di Firenze che – avendo parlato con Riina per capire fino a che punto gli interlocutori istituzionali fossero affidabili dal punto di vista mafioso – Riina chiese: ‘Vediamo fino a che punto si spingono. Dategli un passaporto a Ciancimino’. (…) Io mi permetto per l’ultima volta di sottolineare che veramente sono loro i primi a spiegare che loro hanno fatto è stata una trattativa”. Poi Di Matteo ripete ai giudici di Palermo quanto hanno scritto i giudici di Firenze nella loro sentenza sulle stragi: “L’esame congiunto di ciò che hanno detto testi e collaboratori dimostra in maniera indiscutibile che nella seconda metà del 1992 vi fu un contatto tra il Ros dei Carabinieri e i capi di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino (…) iniziativa del Ros – perché di questo organismo si parla posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante, lo stesso comandante del reparto – aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa. L’effetto che ebbe sui mafiosi fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione’. Questo è scritto – chiosa Di Matteo – in una sentenza definitiva pronunciata da una Corte d’assise in nome del popolo italiano”. Poi Di Matteo va a leggere la conclusione della sentenza di Firenze: ‘Questa iniziativa al di là delle intenzioni con cui fu avviata (…) ebbe sicuramente un effetto deleterio per le istituzioni confermando il delirio di onnipotenza dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’impotenza dello Stato”.



Perché mi viene voglia di fuggire dall'Italia



L’unico modo per restare in Italia è andarsene. Perché non c’è salvezza. Il nostro è un Paese intrinsecamente e ormai anche antropologicamente mafioso. Quando si afferma, con toni trionfalistici o di grande sollievo, che la corruzione recentemente scoperchiata a Roma e chiamata ‘mafia capitale’ non è un fenomeno mafioso perché la magistratura non ha accertato infiltrazioni della Mafia propriamente detta, non ci si rende conto che, così, la cosa è ancora più grave. Perché la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Santa Corona Unita (in questa specializzazione deteniamo il record del mondo) sono delle organizzazioni strutturate e quindi, almeno teoricamente, individuabili, mentre la corruzione capillare e diffusa è irriconoscibile e non percepibile.
Dopo l’articolo di martedì di Marco Travaglio pubblicato dal Fatto (“La strage dei capaci”) che si può dire di più? Nulla. Nondimeno l’articolo di Travaglio non servirà a nulla. Come a nulla sono serviti gli elzeviri di Indro Montanelli o le inchieste di Giorgio Bocca. Nonostante qualche lodevole sforzo l’Italia è andata irrimediabilmente peggiorando, da ogni punto di vista: etico, culturale, umano. E nulla sembra poter fermare questa deriva. Mani Pulite poteva essere l’ultima occasione della nostra classe dirigente per emendarsi. Invece nel giro di pochissimi anni, con i testimoni del tempo ancora in vita, la situazione è stata capovolta: i giudici sono diventati i veri colpevoli e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Come si poteva pensare che la nostra classe dirigente, politica, imprenditoriale, finanziaria, non ne ricavasse un senso di impunità per corrompersi e corrompere ancora di più? Impunità che è confermata dai fatti: solo lo 0,25% della popolazione carceraria è composta da ‘colletti bianchi’, mentre in Germania, dove la corruzione è infinitamente minore, la percentuale è del 15%. Come si poteva pensare che con un simile esempio la corruzione non discendesse giù per li rami arrivando a tutti i cittadini, di basso e alto ceto, per cui oggi non puoi andare nemmeno in una piscina frequentata da gente benestante senza che dagli armadietti non ti rubino anche le mutande sporche?
In Italia qualsiasi tentativo per migliorare le cose non fa che peggiorarle. In Università si è cercato di tagliare le unghie al sistema delle ‘baronie’. Cosa succedeva prima? Il ‘Barone’ cooptava pressoché automaticamente l’assistente che aveva lavorato per lui alcuni anni, sostituendolo nelle lezioni, nei colloqui con gli studenti, inventandosi format utili al Dipartimento ed escludendo così altri pretendenti che avevano eventualmente più titoli per occupare quel posto. Come ha reagito la mafia dei prof? Elementare Watson: aggirando l’ostacolo. Ora il professore Caio non coopta più direttamente il suo protetto ma quello del professor Sempronio che al primo giro utile gli restituirà il favore. Ciò comporta la complicità degli altri professori che compongono la Commissione d’esame (la composizione della Commissione è il vero momento decisionale che prescinde da ogni valutazione di merito) e degli stessi studenti che devono partecipare al raggiro, o fingere di non vederlo, altrimenti sono tagliati fuori. Così se prima il posto di assegnista, di ricercatore, di associato lo occupava un soggetto che comunque una qualche competenza ce l’aveva, ora può esservi catapultato qualcuno che, in quella materia specifica, non ha competenza alcuna. Non è escluso, naturalmente, che da questo sistema di raggiri esca un candidato scientificamente all’altezza, nelle nostre università ce ne sono, ma è più facile il contrario e che molti candidati, che non si sono adeguati al sistema, rinuncino e dopo anni spesi inutilmente si cerchino un altro lavoro. E comunque che insegnamento etico potranno dare questi nuovi prof, selezionati in tal modo, che si sono adeguati al sistema, ai loro discepoli? Un insegnamento, che di adeguamento in adeguamento, crea una classe di professori anche peggiori, dal punto di vista morale, di coloro che li hanno preceduti e scelti, in un avvitamento vizioso che non ha fine. Il sistema è talmente collaudato e la mafia dei professori, come quella dei politici, così sicura della propria impunità che nessuno ha mai osato reagire. Per la verità uno c’è stato, recentemente. Il ricercatore di 49 anni, Philip Laroma Jezzi, non a caso di origine inglese, stufo di essere preso in giro da anni e minacciato dalla congrega dei prof di essere definitivamente estromesso se si fosse permesso di presentarsi a un concorso che aveva i titoli per vincere (“smetti di fare l’inglese e fai l’italiano”) ha denunciato questo sistema mafioso in voga, nel caso, all’Università di Firenze ma in pratica in tutti gli Atenei italiani. Sette professori sono finiti abbottegati, 22 sono stati interdetti dall’insegnamento per un anno. Che fine faranno l’inchiesta e Laroma Jezzi lo vedremo, forse. Il Laroma Jezzi mi ricorda un altro italoinglese, il Pubblico ministero Henry John Woodcock, uno dei nostri magistrati più irreprensibili, che sta passando l’anima dei guai proprio perché è uno che non si adegua. Quel che è certo è che comunque vada a finire l’inchiesta, fra qualche migliaio d’anni dati i tempi della nostra giustizia, il sistema resterà ‘tel quel’. L’Università dovrebbe essere “rivoltata come un calzino” per usare un’espressione di Davigo. Invece cosa propone quel nuovo fulmine di guerra di Pietro Grasso, leader di “Liberi e uguali”, che non ha avuto nemmeno la decenza di dimettersi da presidente del Senato dopo aver lasciato il partito che lì ce lo aveva messo? Propone, demagogicamente, a soli fini elettorali, non diversamente da quanto stanno facendo Berlusconi, Renzi, Salvini e tutti gli altri, l’abolizione delle tasse universitarie come se questo servisse a qualcosa.
La Rai è l’emblema di questa “mafiosità che non osa dire il suo nome”. Anche in Rai ci sono ovviamente alcuni ottimi professionisti. Lucia Annunziata è una di questi. In una bella intervista concessa al Fatto anche l’Annunziata è però costretta ad ammettere di essersi dovuta adeguare al macrosistema mafioso vigente in Rai come in ogni altro settore pubblico e anche privato. Se non l’avesse fatto sarebbe finita fuori come Milena Gabanelli.
In Italia c’è una dittatura mascherata da democrazia. Che è ancora più insidiosa di una dittatura propriamente detta. Perché soft, impalpabile, in un certo senso collettiva, perché coinvolge quasi tutti e non sai nemmeno a chi sparare col tuo fuciletto a tappo.
E allora che cosa si può fare per rimanere italiani senza vergognarsi di esserlo? Guardare l’ex Bel Paese da lontano. Da molto lontano.



lunedì 15 gennaio 2018

Proviamo a divertirci in queste linee metropolitane affollate d’istantanee.






In un recente commento postato dopo aver letto un articolo di un’amica, ottima fotografa oltre che fortemente impegnata nel sociale, ho scritto che "la fotografia come forma d'arte, attraverso il suo strumento costituito anche da una macchinetta fotografica o da un comunissimo cellulare, consente dialoghi e espressività universali che abbattono ogni barriera linguistica e focalizzano i valori culturali che accomunano gli abitanti del mondo.”
Partirei da questo per indurre a riflettere sul fatto che la semplicità e la sintesi costituiscono da sempre i fondamenti essenziali della cultura nel nostro vivere.
Al giorno d’oggi però l’evoluzione tecnologica ci spinge sempre più verso orizzonti mai troppo lontani, che si susseguono in una frenetica corsa e che ci consentono di raggiungere sempre più spesso l’inverosimile. L’inimmaginabile d’ieri oggi costituisce quasi quasi una banale realtà.
In fotografia sono tante le scuole di pensiero e le correnti ma se per un attimo proviamo ad immaginare e filtriamo il tutto attraverso quel linguaggio “minimalista” - aspetto mai sufficientemente attenzionato - traspare il "dna" della fotografia moderna, che non abbisogna di alchimie, che è trasversale e che accomuna tanti generi.
Ma oggi sembriamo tutti quanti più interessati ai pixel, agli iso, ai risultati ad effetto, magari anche a stravolgere le regole per renderci in qualche modo visibili, mentre il mercato, interessato esclusivamente nello spingere al consumismo, gongola sfornando e proponendo nuovi modelli di fotocamere.
In questo scenario critici d’arte si moltiplicano e talvolta sbrodolano letture e teorie improbabili che ci inducono sempre più all’emulazione; per rispondere alla richiesta/domanda di diventare dei "fotografi" nascono ovunque work shop, concorsi nazionali e internazionali, appaganti per tutte le taglie, che alimentano il desiderio di esserci e magari di essere riconosciuti da qualcuno in qualche modo.
E tutto diventa una ruota che gira, come in un luna park; c’è chi sale e chi scende, chi entra nei tunnel, chi vola sul tappeto elastico e fa le capriole: ce n’è per tutti, basta pagare il biglietto …….  e apparentemente ritorniamo tutti festosi come accade ai bambini d'oggi che accompagniamo ai palloni gonfiabili che simulano castelli e tante alchimie da trastullo, ma diversamente da loro noi siamo smaliziati, indotti sempre più in giochi perversi incentrati sempre nella competizione.
Da qualche tempo è esplosa la "fotografia democratica", che è la benvenuta per permettere a tutti propri modi di esprimersi, di raccontare e conservare ricordi, di inviare cartoline, di allietare gli altri e di divertirsi al contempo.
Mostre fisiche e virtuali propongono quindi immagini appena “verniciate” ed i “like” nei social piovono nella speranza di essere a nostra volta notati e magari di riceverne qualcuno di ritorno.
Nonostante tutto, però, sono portato a non scadere nel pessimismo, perché nel marasma si nascondono sempre i fotografi bravi che, magari rimasti volontariamente relegati alla semplice fotoamatorialità, sono indiscutibilmente dei validi attori che riescono a saper raccontare limpidamente anche in questo mondo confuso.
Per questo continuo ed invito tutti a visionare tante e tante immagini e magari cercare di conoscere sempre nuovi autori e di generi diversi: a prescindere dall’età e dal loro percorso formativo ……. e se osservi con attenzione avrai modo di leggere, nelle produzioni di taluni, un "dna" che li accende.
Buona luce a tutti e comunque proviamo a divertirci in queste linee metropolitane affollate d’opportunità che ci consentono di produrre e proporre ininterrottamente tante istantanee ..... anche belle.

 © Essec 




sabato 13 gennaio 2018

Insider premier




Si sapeva tutto”, “È tutto archiviato”. Se Renzi, De Benedetti & C. pensano di chiudere con queste due frasi lo scandalo della soffiata dell’allora premier all’Ingegnere sul decreto banche popolari che fece guadagnare al secondo 600 mila euro in un giorno, si illudono. Intanto perché la prima frase è una bugia: il 15 gennaio 2015, quando De Benedetti e Renzi si incontrano, del decreto nessuno sa nulla: a parte ovviamente chi ha appena deciso di vararlo (Renzi) e chi ha appena parlato con lui (De Benedetti). L’indomani mattina l’Ingegnere gira la soffiata al suo broker Gianluca Bolengo ordinandogli di investire 5 milioni in azioni di banche popolari: appena in tempo, perché alle 17.58 di quella sera, a Borse chiuse, l’Ansa annuncia che il prossimo Consiglio dei ministri (che si terrà il giorno 20) riformerà le Popolari.

Non è vero, come dicono Renzi e De Benedetti, che del decreto avessero già parlato i giornali e addirittura che l’Ubs avesse tenuto una conferenza stampa per suggerire investimenti nelle Popolari (l’Ubs l’ha smentito). La riforma fu un fulmine a ciel sereno per tutti (fuorché per l’Ingegnere): il 17 gennaio la Repubblica la definì un “blitz di Renzi nel mondo del credito… un blitz, se sarà così, custodito molto gelosamente (con tutti, tranne che con De Benedetti, ndr) tanto che nelle bozze del provvedimento circolate finora non ve n’è traccia”. E non parlò di decreto, ritenendo ancora possibile il disegno di legge.

Ma anche la seconda frase “È tutto archiviato” è una menzogna. Nel gennaio 2015 la Consob apre un’istruttoria, acquisisce la telefonata De Benedetti-Bolengo e sente alcuni testimoni: alla fine, il 12.4.2017, con voto a maggioranza e astensione del presidente Vegas, archivierà la pratica che riguarda solo gli aspetti amministrativi della vicenda. Ma non ha competenze su quelli penali, infatti li segnala subito alla Procura di Roma, indicando precisamente i possibili reati e autori. Per motivi misteriosi, al premier Renzi, cioè al titolare delle informazioni privilegiate, Consob non contesta nulla. A De Benedetti addebita il reato di insider trading primario “per avere comunicato a Bolengo una informazione privilegiata” proveniente dall’altro insider primario (Renzi). A De Benedetti e a Bolengo, l’illecito amministrativo di insider trading secondario per aver “disposto che fossero acquistate azioni di banche popolari basandosi su detta informazione privilegiata”. E al solo Bolengo varie condotte penali di ostacolo alla Vigilanza (la Consob), per aver omesso di avvisarla e averle nascosto il nome di De Benedetti. Che fa la Procura?

Scrive l’informativa Consob, che segnala precisi reati in capo a De Benedetti e Bolengo, nel “modello 45”, quello degli “atti non costituenti notizia di reato”, cioè il cassonetto dove le Procure scaricano tutte le denunce infondate e folli. Ma questo pare espressamente vietato dal Codice di procedura penale e da una circolare esplicativa emanata dal ministero della Giustizia il 21.4.2011 e recepita da tutti i Procuratori generali. La circolare vuole stroncare l’uso scorretto che fanno molti pm del modello 45 (infilandoci notizie di reato scomode per lasciarle dormire fino alla prescrizione o per archiviarle in via amministrativa senza passare dal gip) e “assicurare correttamente il vaglio giurisdizionale sulla valutazione della notitia criminis”, che sempre “deve essere rimessa al giudice” e non “eluso” con l’“impropria archiviazione diretta degli atti” da parte del pm nel modello 45. Quindi, recita la circolare, il modello 45 è “destinato dal legislatore all’iscrizione delle sole notizie prive… di qualsiasi rilevanza penale e non meritevoli di alcun approfondimento investigativo, poiché attinenti a fatti che, seppure rispondenti al vero, non siano riconducibili in astratto ad alcun illecito penale (ad esempio l’esposto di un automobilista che si dolga del verbale di infrazione al codice della strada contestatogli dal vigile urbano); e non anche alle notizie che descrivono condotte sussumibili sotto fattispecie criminose, anche quando appaiono prima facie palesemente infondate nel merito (proseguendo nell’esempio, l’esposto dell’automobilista che, sia pure pretestuosamente, contesti il verbale di infrazione del vigile, assumendo che sia stato commesso un falso o un abuso)”.

In questo secondo caso, cioè quando un cittadino fa una denuncia circostanziata su un’ipotesi di reato di Tizio, anche se appare palesemente infondata, il pm deve iscrivere Tizio nel registro delle notizie di reato (“modello 21”) e chiederne poi l’archiviazione al giudice. Questo vale a maggior ragione se il pm, pur sospettando che tutto finirà archiviato, ritiene di dover compiere degli atti di indagine: in questo caso, anche se ha iscritto il fatto a modello 45, deve procedere a “una nuova iscrizione nel registro delle notizie di reato” (modello 21). Insomma “è evidente che non si possa iscrivere nel registro degli atti non costituenti reato (modello 45) un’informativa con la quale viene riferito un fatto che integra inequivocabilmente un reato”. E figurarsi se si può farlo quando a segnalare sei reati è la Consob; e quando si compiono atti di indagine, come fa la Procura di Roma sul caso Renzi-De Benedetti. Lì, pur non delegando indagini al nucleo valutario della Gdf che già lavorava per la Consob, il pm ha comunque fatto qualche pallida indagine, disponendo una consulenza tecnica e interrogando Renzi, De Benedetti e Bolengo. In questo caso, par di capire dalla circolare ministeriale, la via maestra sarebbe stata l’iscrizione dei tre nel registro degli indagati (modello 21) per insider trading e/o ostacolo alla vigilanza.

Il Testo Unico della Finanza del 1998 sull’insider trading (in parte depenalizzato nel 2004 per la parte degli insider secondari) pare chiaro: commette quel reato “chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio: a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, con strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime; b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio…”.

Parole che sembrano cucite addosso sia a Renzi (possiede informazioni privilegiate sul suo decreto in ragione della sua funzione pubblica: l’insider primario, anzi l’insider premier), sia a De Benedetti e a Bolengo (l’uno, insider primario anche lui, fa acquistare all’altro, insider secondario, le azioni delle Popolari per conto proprio, utilizzando le informazioni medesime). Il che non significa che, una volta indagati, i tre dovessero per forza essere rinviati a giudizio e condannati: avrebbe anche potuto emergere che tutti e tre, o alcuni dei tre, fossero innocenti. Ma a deciderlo, per tutti, sarebbe stato il gip con un provvedimento motivato, nella massima trasparenza.

Invece il pm di Roma indaga a modello 21 Bolengo, cioè il terzo anello della catena. Ma non i primi due, cioè Renzi (l’insider di De Benedetti, secondo lo stesso De Benedetti) e De Benedetti (il mandante di Bolengo), che vengono sentiti come semplici testimoni. Poi la Procura chiede l’archiviazione per Bolengo al gip, che da due anni non ha ancora deciso se disporla o respingerla, mentre non potrà pronunciarsi su Renzi e De Benedetti, ormai al sicuro nel cassonetto del modello 45.

Tutto ciò viene alla luce mentre il pm di Napoli Henry John Woodcock viene trascinato dinanzi al Csm per rispondere di “inescusabile negligenza” e “grave violazione del diritto di difesa” per aver fatto la stessa cosa della Procura di Roma, ma nell’inchiesta Consip, dove non iscrisse nel registro degli indagati Filippo Vannoni e lo sentì come testimone. Mentre la Procura di Roma che ha così bene indagato sull’insider trading apre un’inchiesta sulla fuga di notizie sulla sua richiesta di archiviazione dalla Commissione parlamentare banche. E mentre l’Anticorruzione apre un’istruttoria su Spelacchio. Giustizia è fatta.



venerdì 12 gennaio 2018

Macchè canone: serve un disarmo di tutti i partiti



Lo scontro fra il Pd e il ministro Calenda sul canone televisivo è grottesco. Ma solo in via minore perché era stato il governo Renzi ad abbinare il canone alla bolletta elettrica, per costringere a pagare anche i riottosi e ora invece propone di abolirlo. Perché la questione della Rai è tutt’altra. Una Rete Tv pubblica controllata dal governo, com’è la Bbc inglese, considerata una delle migliori del mondo, non solo è utile ma necessaria. Per due motivi. Perché solo una Tv pubblica può fornire servizi appunto di pubblica utilità ai quali le Tv private non sono interessate. E perché anche il governo, che rappresenta comunque il Paese, ha il diritto e il dovere di dare un suo indirizzo culturale e in senso lato anche politico alla cittadinanza. Ma il fatto è che la Rai non è pubblica ma è in mano ai partiti che se la suddividono a seconda della loro consistenza o di chi in quel momento è al governo.
Nella Prima Repubblica la situazione era più evidente. La prima Rete andava alla Dc, la seconda al Psi, la terza al Pci. Che la situazione fosse questa lo disse ‘apertis verbis’, all’inizio di Mani Pulite, Bruno Vespa, allora direttore del Tg1: “Il mio editore di riferimento è la Democrazia Cristiana”. E fu, forse, l’unica volta che in vita sua disse la verità. Naturalmente fu mazzolato da tutti quelli che avevano la coda di paglia. Mi ricordo, in particolare, l’indignazione di Sandro Curzi che, come direttore del Tg3, faceva ciò che faceva Vespa, per il Pci.
Oggi con lo spappolamento dei partiti tradizionali la situazione è più confusa ma nella sostanza è rimasta la stessa. Le varie formazioni politiche si spartiscono la Rai pubblica. Fanno riferimento a questo o a quel partito tutti i direttori di Rete, tutti i direttori e vicedirettori dei Tg, tutti i capi struttura. Nel Consiglio di Amministrazione siedono uomini dei partiti, magari mascherati da giornalisti di quart’ordine o da sindacalisti. Idem, e anche peggio, nella Commissione di Vigilanza i cui membri sono nominati direttamente dai partiti con un rigoroso manuale Cencelli. Cioè i controllati sono anche i controllori. Se per avventura entra in Rai, in una posizione apicale, un giornalista indipendente ne viene quasi subito estromesso, perché è un corpo estraneo. Come è stato il caso di Carlo Verdelli.
Come si risolve questa situazione? Non si risolve finché i partiti, questo autentico cancro della democrazia, faranno il bello e il cattivo tempo non solo in Rai ma nell’intero Paese.
Una risposta, almeno parziale, potrebbe venire da quello che in altri tempi si chiamava “disarmo bilaterale”. Cioè alla Rai pubblica rimane una sola Rete, sul modello della Bbc inglese, le altre due vengono messe sul mercato e vendute a privati che non siano possessori di altri network in Italia. Ma contemporaneamente anche Mediaset mette sul mercato, nello stesso modo, due delle sue Reti. Perché una sola Rete pubblica non potrebbe reggere l’urto di un network privato che ne ha tre. E’ vero che oggi ci sono Sky, che però è a pagamento, e La7. Ma anche La7, pur potendo contare su quel genio televisivo che è Mentana, fa una fatica boia a competere in termini di share e raccolta pubblicitaria con i due supercolossi.
Quindi finché i partiti avranno in mano il pallino e Berlusconi, per soprammercato, sarà contemporaneamente imprenditore televisivo e uomo politico in un colossale conflitto d’interessi che non esiste in nessun paese democratico e forse anche non democratico (negli Stati Uniti un uomo politico non può possedere nemmeno una free press) non se ne farà nulla. A meno che i Cinque Stelle, come hanno promesso, non facciano piazza pulita e sempre che, come spesso avviene, una volta arrivati al potere non diventino più tracotanti di coloro che li hanno preceduti.



mercoledì 10 gennaio 2018

Antonio Curcio: "Solitudini" - ArciPorco Rosso Palermo dal 12 al 27 gennaio 2018

 


Antonio Curcio nasce a Palermo nel 1965. Cresciuto e laureatosi per le strade ed i vicoli della sua città, dopo vari tentativi malriusciti di lavorare come una persona "perbene", decide che in questa vita c'è una sola possibilità per lui che sia coerente con le cellule di cui è composto: fare un lavoro creativo.

Dopo avere pubblicato a Milano una silloge di poesie apre, nel 1996, la sua bottega in corso Vittorio Emanuele, che chiama Lo Studiolo. E' questa bottega che diventa, oltre il suo studio personale, il punto d'incontro di artisti, in special modo street artists, provenienti da ogni parte del mondo.

E' la strada, in ogni sua forma ed in ogni sua espressione, che influenza la pittura di Antonio, la sua ricerca e financo il suo modo di vivere. E' in strada che trova i suoi materiali prediletti: vecchie mattonelle innanzitutto, ma anche vecchi legni ed altri oggetti in disuso. Il suo metodo pittorico si forma e si plasma, raffinandosi di continuo, su oggetti di recupero.

La pittura in strada, street art e graffiti, attirano come una calamita la sua attenzione, tanto che crea un suo alter ego, B1, che agisce appunto in strada, mutuando l'esperienza del laboratorio sui muri della città.

Prendendo le distanze dagli artisti convenzionali, l'alter ego di Antonio pensa e parla ai suoi astanti sviscerando problematiche non solo personali, ma anche sociali perchè, come insegna Brecht, "L'arte non è uno specchio per riflettere la realtà, ma un martello per forgiarla". I soggetti dei lavori di Antonio non sono perciò contemplativi, non mirano alla perfezione estetica, non vogliono sentirsi dire "ma quanto sei bello, quanto sei bravo" ma tendono a solleticare un pensiero, ad instillare un dubbio, a minare il "tranquillo" quieto vivere del borghese medio.

Abitualmente restio a mettersi in mostra (ha rifiutato personali in un lungo elenco di siti istituzionali "di prestigio"), Antonio ha accettato di esporsi al Porco Rosso per la comunanza di intenti e -perchè no?- per empatia con il luogo e con i suoi frequentatori. Qui presenta una serie di lavori su legno, incentrati sul suo alter ego B1, che ha come tema dominante l'alienazione dello stile di vita contemporaneo.
La mostra prende perciò il titolo di "Solitudini".

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