la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 31 ottobre 2017

Palermo - Palazzo Bonocore: "World Press Photo 2017" (Slide show)


sabato 16 settembre 2017

Cinque Stelle in Sicilia: i giudici stiano fuori


Non capisco in base a quale diritto la magistratura possa intervenire nei fatti interni di un partito o movimento che sia, e in particolare sui criteri con cui intende selezionare i suoi candidati alle elezioni, com’è avvenuto in Sicilia dove il giudice del Tribunale di Palermo Claudia Spiga ha sospeso l’esito delle cosiddette ‘Regionarie’ dei Cinque Stelle. I partiti, come ho scritto seimila volte, sono delle associazioni private non diversamente da una bocciofila o da un Club dei tifosi del Toro, che al loro interno si danno le regole che più gli pare e piace. A differenza di ciò che scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera non esiste nessun “dettato costituzionale che impone di disciplinare la vita dei partiti”. La Costituzione si occupa dei partiti in un solo articolo, il 49, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico e determinare la politica nazionale”. Punto e basta.
L’equivoco è sempre lo stesso: queste associazioni private col tempo hanno occupato tutte le istituzioni e i meccanismi della democrazia debordando ampiamente dalla funzione che gli affida la Costituzione. Il problema non è quello di regolare la loro vita interna, il problema sono i partiti stessi. I grandi teorici della democrazia liberale, da Stuart Mill a John Locke, non prevedevano la presenza dei partiti. E come nota Max Weber fino al 1920 nessuna Costituzione liberal democratica li nominava né li prendeva in considerazione. E si capisce bene il perché. I partiti non sono altro che delle lobbies, spesso malavitose o semimalavitose, che ledono il cardine del pensiero liberale che voleva valorizzare meriti, capacità, potenzialità del singolo individuo che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia se esistesse davvero, e che invece ne diventa la vittima designata, conculcato e oppresso com’è da queste lobbies. Se non si associa a un partito (e non c’è bisogno della tessera, basta un legame di tipo intrinsecamente mafioso) il cittadino singolarmente preso avrà vita durissima dovendo combattere da solo contro le centinaia di migliaia, i milioni, di affiliati. La scuola elitista italiana dei primi del Novecento (Vilfredo Pareto, Roberto Michels, Gaetano Mosca) l’ha chiarito in modo esemplare. Scrive Mosca ne La classe politica: “Cento che agiscano sempre di concerto e di intesa gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro”. I partiti non sono l’essenza della democrazia liberale, come si dice sempre, ne segnano la fine.
Il Capo della polizia Franco Gabrielli ha dichiarato che vieterà la ‘marcia su Roma’ che Forza Nuova intende organizzare per il 28 ottobre, anniversario di quella mussoliniana. Se c’è un movimento che ci è particolarmente odioso è Forza Nuova, cattolico, papalino, baciapile, beghino, tradizionalista, ma il verboten di Gabrielli è del tutto illiberale. Come, anche qui, abbiamo già scritto seimila volte, in una democrazia liberale tutte le idee, anche quelle che in un determinato contesto storico paiono aberranti, hanno diritto di cittadinanza e di manifestarsi. Pacificamente. Perché l’unico discrimine è che nessuna idea, cattiva o buona che sia, può essere fatta valere con la violenza.
In realtà una ‘marcia su Roma’ non dovrebbe essere prerogativa di un movimento ridicolo come Forza Nuova. Dovrebbero essere i cittadini, vessati in tutti i modi da una democrazia che è solo la parodia di sé stessa, a marciare su Roma. Per abbattere la partitocrazia, che è il vero cancro di una democrazia autenticamente liberale.



giovedì 14 settembre 2017

Immigrati, cresce la paura: il 46% si sente in pericolo. E' il dato più alto da dieci anni




L'immigrazione, ormai, è "l'emergenza". Che divide la società. Ma anche la politica. Tanto da indurre Luigi Zanda, presidente dei senatori Pd, a rinviare il voto del Senato sullo "Ius soli". A data da destinarsi. Sul Ddl, la maggioranza di governo oggi non ha la maggioranza. Domani si vedrà. Il diritto dei figli di immigrati nati in Italia: negato. Per paura. Per paura delle paure. Che, certo, in Italia, sono diffuse. Ma, forse, non quanto in Parlamento. Un segno, l'ultimo, dell'impotenza della politica in Italia. Incapace di decidere. Tanto più, in attesa delle prossime elezioni.
L'indagine dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos (con la Fondazione Unipolis e l'Osservatorio di Pavia) rileva, d'altronde, come la percezione di insicurezza, suscitata dagli immigrati, nelle ultime settimane, abbia raggiunto gli indici più elevati, da 10 anni a oggi: il 46%. Bisogna risalire all'autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent'anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto "calde".
Nel 1999: elezioni amministrative ed europee. Ma anche vigilia delle elezioni regionali, che si sarebbero svolte l'anno seguente. Il 2007: passaggio fra due elezioni politiche di svolta. Quelle del 2006, vinte dal Centro-sinistra guidato da Prodi. Di misura. Le consultazioni del 2008, vinte dal Polo di Centro-destra, costruito intorno a Silvio Berlusconi (accanto alla Lega e ad An). In entrambe le occasioni, l'immigrazione ha costituito un tema di scontro. Nel 2007, in particolare, collegato alla paura della criminalità. Immigrazione e criminalità: un binomio quasi inscindibile. Ha segnato il dibattito pubblico e favorito il Centro-destra. E, parallelamente, compromesso i consensi al Centro-sinistra. Da allora, solo in questa fase la questione migratoria ha ripreso altrettanto rilievo. Certo: le misure e le vicende contano. L'afflusso dei migranti dall'Africa verso le nostre coste, i fatti di violenza che hanno suscitato sdegno e paura.
A Rimini, in particolare. Ma non bisogna dimenticare il calendario politico. In primavera si vota. Per eleggere il nuovo Parlamento. E il rapporto con gli "altri", che vengono da "fuori", e ci invadono: diventa una questione importante. "La" questione. Amplificata dai "media", come mostrano con efficacia i dati dell'Osservatorio di Pavia (per l'Associazione Carta di Roma). I picchi nel numero di notizie proposte dai principali TG nazionali di prima serata coincidono, non per caso, con i cicli e gli anni elettorali: 2008-2009, poi 2013. Fino agli anni recenti. Visto che dal 2015 ad oggi viviamo tempi di campagna elettorale permanente. D'altronde, l'Osservatorio di Pavia rileva come, nell'ultimo mese e mezzo, nel 10% dei servizi dei telegiornali si parli di immigrazione, mentre nel 2016 la percentuale era dell'8%.
Nel mese di agosto e nella prima decade di settembre, inoltre, nel 38% dei servizi incontriamo notizie di crimini compiuti da immigrati. Un anno fa, invece la media dei 7 telegiornali era del 24%. Lo stupro di Rimini, in particolare, ha ottenuto una visibilità record: una media di 5 notizie a edizione in quattro giorni. Così la "pìetas" che, negli ultimi anni, aveva caratterizzato l'atteggiamento mediale e, al tempo stesso, sociale, verso gli sbarchi dei disperati sulle nostre coste, di recente, ha cambiato di segno. È divenuta distacco. Paura. A dispetto dei "numeri". Perché gli sbarchi dei migranti in Italia, di recente, si sono dimezzati: da più di 23 mila nel luglio 2016 a circa 11 mila, nell'ultimo mese (dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017).
Così, non sorprende il grado elevato di inquietudine verso gli immigrati rilevato da questo sondaggio. Né il sensibile calo di consenso verso la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati, nati in Italia. Il cosiddetto "Ius Soli". Condiviso dall'80% degli italiani nel 2014. E da circa il 70% alla fine del 2016 e nei primi mesi del 2017. Mentre negli ultimi mesi il sostegno sociale allo "Ius Soli" è si è ridotto: al 57%, nello scorso giugno, e ancora, fino al 52%, negli ultimi giorni. Così si spiegano le paure della politica che invece di governare la società la inseguono. Ne riflettono ed enfatizzano i ri-sentimenti.
D'altronde l'impronta sociale della xeno-fobia - letteralmente: paura dello straniero - appare evidente, dai dati del sondaggio. Cresce fra le persone più anziane, soprattutto: con un grado di istruzione più basso. Ma è la posizione politica a marcare le divisioni più evidenti. Gli immigrati: generano "paura" e "paure" più marcate a destra. Fra gli elettori della Lega (3 su 4), ma anche dei FdI e di Fi (64 -69%). All'opposto, il senso di insicurezza scende sensibilmente a Sinistra, in primo luogo nella base del Pd. Mentre l'elettorato del M5s, politicamente trasversale, è diviso a metà: fra accoglienza e paura. La paura verso gli immigrati, infine, si associa all'apertura ai diritti di figli (nati in Italia) degli immigrati. Fra chi non ha paura, il consenso allo Ius soli sale fino al 77%. Mentre fra chi ha più paura degli altri si riduce a poco più del 27%.
Per questo, non ho "paura" di dire che ieri al Senato ha vinto la "paura". Degli altri. Perché non crediamo nella nostra capacità di integrare. Non ci fidiamo degli altri. Ma neppure di noi. Tanto meno della politica. Anche perché la politica, in Italia, oggi: è emigrata...

 

I risultati di questa indagine verranno presentati, venerdì prossimo, nell'ambito del XXXI Convegno Sisp - Società Italiana di Scienza Politica (Università di Urbino Carlo Bo, 14-16 Settembre) dal titolo Democrazia e democrazie in tempi di cambiamento (#SISP2017). L'iniziativa richiama circa 400 studiosi italiani e stranieri che discuteranno sulle sfide che interessano i sistemi democratici. Oltre alle 13 sezioni tematiche sono previste diverse tavole rotonde, tra cui quella per ricordare un maestro della Scienza politica recentemente scomparso: Giovanni Sartori.
La lectio magistralis sarà tenuta da Marc Lazar (SciencesPo, Parigi) su Democrazie europee in mutamento: i casi francese e italiano. Scarica il programma completo



Impariamo dall'America l'unità nei disastri


Trovo squallide, vergognose, ripugnanti, le polemiche politiche che si scatenano ogni volta che il nostro territorio viene colpito da eventi naturali. Partiamo da Roma. Roma, come quasi tutta l’Italia, ha vissuto un lungo periodo di siccità tanto da mettere in pericolo, anche se solo parzialmente, l’approvvigionamento idrico della Capitale. Di chi la colpa? Naturalmente del sindaco Virginia Raggi per cui si è dovuto cambiare il vecchio brocardo popolare “piove, governo ladro” in “non piove, governo ladro”. Nei giorni scorsi a Roma è piovuto. In realtà non è successo assolutamente niente se non i soliti ingorghi che ci sono in presenza di un temporale e qualche strada che si è screpolata. Tant’è che la partita Lazio-Milan si è giocata regolarmente e l’ulteriore ritardo su quello già stabilito di un’ora è stato dovuto al fatto che la pioggia rendeva difficoltosi i collegamenti fra l’arbitro e il famigerato VAR. Di chi è la colpa? Di Virginia Raggi naturalmente.
I fatti gravi sono successi a Livorno dove ci sono state sette vittime. Che ci poteva fare il sindaco Nogarin, la cui appartenenza ai Cinque Stelle è stata sottolineata con forza e anche un pizzico di libidine, se il Servizio Metereologico aveva sbagliato le previsioni e il fortunale invece di colpire Genova (dove si erano attrezzati rinviando fra l’altro la partita Sampdoria-Roma) si è invece diretto sulla costa toscana? Il Servizio Meteorologico non è infallibile come si è visto negli Stati Uniti dove l’uragano Irma doveva colpire Miami Beach invece si è abbattuto soprattutto sulle isole caraibiche (perché, è proprio il caso di dirlo, piove sempre sul bagnato) facendo 27 vittime. Il fatto è che nonostante gli straordinari mezzi tecnologici che abbiamo oggi, come i satelliti, la Natura sfugge alla nostra ossessione del controllo.
Nel dopoguerra in Italia, a parte quella eccezionale del Polesine nel novembre 1951che causò circa 100 vittime e più di180.000 senzatetto, le alluvioni a ottobre e novembre, che è la nostra stagione delle piogge, ci sono sempre state senza provocare gravi danni. Da qualche decennio invece assistiamo regolarmente a uno stillicidio continuo di fenomeni naturali con conseguenze devastanti. Basta che non un torrente e nemmeno un rivo ma un rigagnolo, come scrive Ferruccio Sansa, sia bloccato da un albero o faccia esplodere il cemento che lo ricopre, e abbiamo la tragedia. Cos’è successo nel frattempo? Si coniugano qui due fenomeni. L’indubbio cambiamento del clima che coinvolge l’intero pianeta dovuto alle emissioni di Co2, ma sarebbe meglio dire dovuto all’ossessione della produzione ai fini della crescita economica, illimitata e infinita. E, parlando solo dell’Italia, all’altrettanto inarrestabile cementificazione, sempre allo stesso scopo. Insomma: il mito della crescita.
Non ci voleva molto a capire che l’attuale modello di sviluppo non solo ci avrebbe portato dove ci ha portato ma finirà in un disastro planetario di cui quello ambientale è solo una parte e non la più importante. E chi lo diceva e magari lo scriveva, quando forse si era ancora in tempo per innestare la retromarcia, era bollato come un folle, un antilluminista, un bieco antimodernista.
Adesso col progredire dell’autunno ci aspettano altre vicende come quella di Livorno. E rimontare la china non è questione di questo o di quel sindaco o del Presidente di una regione e nemmeno del Governo, della Protezione Civile, del Servizio Meteorologico. Qualora s’intendesse realmente farlo, ma ciò comporterebbe un cambio radicale di un modello di sviluppo che non è più occidentale ma è riuscito a coinvolgere Paesi con culture fortissime, e in tutt’altro senso orientate, come la Cina e l’India, non basterà un anno o dieci anni e forse nemmeno un mezzo secolo.
Ritornando alle polemiche politiche cui, ce ne rendiamo conto, partecipiamo anche noi proprio nel momento in cui le contestiamo, dovremmo imparare, una volta tanto, dagli Stati Uniti dove queste polemiche non ci sono state e la Nazione è restata unita e compatta.



mercoledì 13 settembre 2017

Manteniamo un po’ in freezer quelle nostre foto che riteniamo più belle








Nella fotografia c’è un aspetto particolare ovvero quello che a forza di guardare le proprie immagini, l’occhio/mente - che si impigrisce - non riesce ad avere più una piena obiettività di giudizio.
Sarà capitato a molti, infatti, di non riuscire a selezionare anche poche foto nei casi in cui si è chiamati a partecipare ad una mostra collettiva, ad un concorso o, più semplicemente, a scegliere le foto da stampare per arredare ambienti.
Quante volte capita che, per accontentare il richiedente o aderire all’evento, si prende quello che abbiamo più sotto mano.
Di regola le scelte alla fine si rivolgono verso prodotti recenti ovvero ad immagini cui siamo particolarmente affezionati per motivi vari: magari perché frutto di complicate ricerche personali, di casualità attese ovvero che si avvicinano a modelli classici di grandi autori che più ci piacciono e che abbiamo mitizzato.
Al riguardo, un buon metodo potrebbe essere quello di mettere le immagini a stagionare. Fare si che il tempo ci allontani dalla continua visione.
Ogni tanto poi aprire un contenitore per verificare se dentro c’è qualcosa di buono.
Spesso si trovano solo scatti ammuffiti, altre volte, pur avvolte da ragnatele, con nostra sorpresa scopriamo immagini meritevoli di attenzione.
La foto bella del resto colpisce subito un occhio allenato e, a vederne tante, la individuiamo al volo.
La rimozione dalla continua visione le allontana dalla "memoria a breve" e ci fa quasi vedere le stesse nostre foto come se fossero state scattate da altri.
In tutto questo però i social e l’abbondanza delle tante opportunità offerte dal web non aiutano, specie per chi continua a postare immagini proprie al solo scopo di rivedersele.
Ben venga comunque il rendere fruibile agli altri la nostra produzione, magari per sottoporre all’esame dei più attenti ogni nostro esperimento; le reazioni, che accetteremo tutte, aiuteranno sempre a verificare se abbiamo avuto successo nel nostro intento. 
Ma sforziamoci anche un poco e, almeno per quelle foto che riteniamo più belle, abbiamo il coraggio di mantenerle un po’ nel freezer per valutarne la bontà dopo. 
In ciò potremo anche chiedere supporto ad amici esperti, quelli già collaudati come liberi da pregiudizi che, se è il caso, sapranno pure indicare la presenza di eventuali difetti e indurci ad accettare possibili correzioni.


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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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