la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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giovedì 31 agosto 2017

"Odyssey": Ai Weiwei a Palermo (Slide show)


Oltre mille metri quadrati di “floorpaper” con un motivo iconografico composto da un intreccio di immagini tratte dai social media e dal materiale raccolto dall’Artista nel corso dei suoi viaggi nei diversi campi profughi del mondo, ed organizzato formalmente secondo stilemi che si ispirano agli elementi grafici e compositivi delle antiche civiltà greche ed egizie. Le illustrazioni stilizzate in bianco e nero presentano immagini giustapposte, come nella pittura vascolare greca, e i contenuti rimandano all’immaginario mediatico del XXI secolo, rappresentato da scene di militarizzazione, migrazione, fuga e distruzione. Odyssey nasce da un progetto di ricerca sui rifugiati e sui campi profughi nel mondo, avviato nel 2015 dal grande artista cinese che vive e lavora tra Berlino e Pechino ed è stato promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e da Amnesty International Italia nell’ambito di “Diritti in Cantiere”, una ricca serie di iniziative culturali ed educative che ha preceduto i lavori della sua XXXII Assemblea generale. L’organizzazione è di ruber.contemporanea, in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Palermo | dICODA Dipartimento di Comunicazione e didattica dell’Arte. Un progetto di ricerca che ha radici profonde, come spiega lo stesso artista: «Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa […] È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava» (Laundromat, Jeffrey Deitch Gallery, New York, 2016). Il suo interesse per lo studio di questo tema nasce già nel 2011, quando Ai Weiwei viene arrestato, ma può concretizzarsi solo nel 2015 quando gli viene restituito il passaporto e la possibilità di viaggiare fuori dalla Cina per visitare i campi profughi di diversi paesi, tra cui Grecia, Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza, Kenya, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Messico. Nel 2016 gira un documentario sulla situazione mondiale dei rifugiati. Ai Weiwei, da sempre impegnato tra attivismo politico e ricerca artistica, è forse l’artista cinese oggi più famoso nel mondo e nel 2015 è stato nominato Ambasciatore della Coscienza di Amnesty International. Ha realizzato per Palermo un’istallazione di straordinaria forza che condensa in una grafica allo stesso tempo terribile per la forza dei contenuti e accattivante per la pulizia della forma, le immagini raccolte in questi anni di ricerca. (fonte: https://www.amnesty.it/grande-successo-allinaugurazione-odissey/) Fotografie e montaggio: Essec - Salvatore Clemente (http://www.toticlemente.it) 

sabato 19 agosto 2017

Fotografia: In origine le cartoline postali e poi l’originalità creativa.




Originalità creativa è in concetto complesso e articolato con il quale si usa definire un qualcosa che è frutto di un’elaborazione mentale ma i cui risultati, in pratica, offrono spunti per osservazioni che evidenziano limiti all’effettivo apporto innovativo dell’autore.

Un artista che artigianalmente crea la sua opera di certo attua una creatività intanto oggettiva. Attraverso sue realizzazioni di fatto genera un qualcosa che prima non esisteva autonomamente in natura e questo anche se si tratta di una copia fedele di un qualcosa che già effettivamente esiste e che ha solamente copiato.

Lo scultore trae dal marmo, assembla con crete. plastiline o gessi, fonde con metalli opere che traggono ispirazioni dal reale o che sono, anche in parte, frutto di originali immaginazioni; realizza in pratica un derivato di una visuale personale o il frutto, anche se parziale, di sue fantasie; il tutto, rispondendo generalmente a canoni comunque comprensibili, riconosciuti e accettati dalla cultura vigente del tempo.

Il pittore ritrae su supporti e con materiali vari sue visioni con tecniche personali (ritratti, paesaggi, forme astratte, etc…) e con risultati più o meno omologati in fatto di aderenza alle realtà di riferimento da cui egli parte (reali o fantasiose che siano).

Intanto in fotografia, superata la lunga diatriba tra analogico e digitale, occorre sgombrare il campo dagli aspetti fisici collegati alla realizzazione delle immagini. Del resto, anche se agli inizi, solo tecniche chimiche di trasformazione e fissaggio consentivano l’impressione di vetri e pellicole trattate, ancor oggi, dopo l’avvento del digitale e di sofisticate macchine di ripresa, i problemi principali permangono sempre gli aspetti afferenti alla cattura e alla gestione ottimale della luce.

Se già nelle più classiche arti visive è un fattore di per se complicato, in fotografia come si può riconoscere l’effettiva originalità creativa?

Fino a tempi recenti risultava un complimento il commento che definiva l’immagine contemplata come una vera e propria cartolina, oggi non è più così, anche se con dei distinguo.

La fotografia, essendo una delle arti visive più giovani, conserva in se il fascino implicito del racconto. Le prime rappresentazioni paesaggistiche/urbane, ancorchè frutto di combinazioni sperimentali, costituiscono pietre miliari di assoluta valenza. Scopo principale di allora era quello di riprodurre visivamente immagini attinenti al reale.

Con l’avvento delle foto si rese democratica la gestione e fruibilità di documenti visivi prima riservati ad aristocrazie facoltose, le sole che potevano avere la possibilità di collezionare disegni e dipinti d’autori vari. A prescindere dai temi rappresentati, solo case nobiliari o borghesi e strutture museali potevano, infatti, permettersi la facoltà di detenere ed esporre opere pittoriche. Alternative per le masse popolari restavano disegni e stampe dozzinali protrodotte in varie forme editoriali.

Con la fotografia, c’è l’avvento delle cartoline postali che costituirono un modo nuovo ed originale per consentire ai viaggiatori di testimoniare i luoghi visitati. 
Come per tutte le mode, si diffuse ben presto la mania collezionistica per i più facoltosi. Immagini di luoghi dislocati nei vari angoli del mondo, attraverso foto in cartolina, consentirono a molti di raccogliere viste anche di “viaggi virtuali”, di posti anche per loro difficili da raggiungere.

Il vezzo collezionistico ben presto si diffuse con raccolte di cartoline più specialistiche: le viaggiate. Soggetti incaricati allo scopo provvedevano, infatti, a veri e propri “viaggi per conto terzi” con spedizioni postali dalle località più disparate. Ciò forse per dare l’illusione ai destinatari della missiva di aver visitato quei posti e forse solo per esibire una prova di viaggi solamente desiderati: chissà?

Con l’evolversi dell’uso della cartolina si sviluppò e si affinò sempre di più l’intera filiera produttiva e ben presto subentrò l’uso della stessa anche come missiva.

Nelle prime cartoline postali era consentito però apporre nel posteriore della foto soltanto l'affrancatura e l’indirizzo del destinatario. Ne derivava che brevi messaggi venivano scritti dal mittente invadendo le parti più libere dell’immagine illustrata.

Il vezzo diffuso di scrivere messaggi indusse presto a variare le regolamentazioni tariffarie globali e a rivisitare la parte d’indirizzamento con la creazione dell’apposito spazio ancor oggi riservato ai saluti ed ai messaggi liberi. Con queste nuove regole si spinse ancor più l’utilizzo della cartolina come sistema semplice, efficace e originale di corrispondenza turistica.

Prima dell’avvento delle foto a colori cartoline riprodotte in bianco e nero furono anche commercializzate in forme colorate, abbellite con interventi manuali ad acquerello. Costi uniformi delle affrancature mantennero socialmente diffuso l’’uso e confermò come validissima l’intuizione di base.

Col passare del tempo, visto il successo e la popolarità, cartoline divennero oggetto anche di pubblicità, di propaganda sociale e politica; per l’impiego sempre più diffuso come veicolo di corrispondenza interpersonale, con questo mezzo si evocarono le nuove mode, insomma, il loro utilizzo si adeguò alle molteplici sfaccettature del vivere quotidiano dell’epoca.

Riaccostandoci all’aspetto documentale fotografico da cui ha tratto origine, le variegate tecniche artigianali sperimentate e le tematiche dei soggetti rappresentati delle cartoline illustrate raccontano molto dell’evoluzione intrinseca della fotografia.

Valutate le potenzialità e l’efficacia del nuovo strumento, sono stati tanti gli autori capiscuola che hanno cominciato a discostarsi dalla “creatività copiativa” per introdurre nuove formule espressive e, nel tempo, altrettanti seguaci hanno aiutato l’evoluzione delle tecniche di ripresa e dei processi procedurali sottostanti.

In tutto questo trova ampio spazio la creatività latente che è sempre intrinseca in ogni forma artistica, quindi, per cercare di individuare l’originalità creativa nell’ambito fotografico, oggi forse occorre concentrarsi sui risultati conseguiti nel tempo dai vari capiscuola, indipendentemente dalle tecniche e supporti più o meno elaborati e complessi attuati.

A questo punto è interessante soffermarsi sulle tematiche perseguite dai diversi fotografi che, nelle varie epoche, si sono sempre più resi autonomi dalle “cartoline illustrate”, per capirne il loro vero ruolo e dare pieno riconoscimento al sostanziale contributo in ogni caso offerto nello sviluppo creativo e complesso del versante “artistico”.

In questo processo è anche da considerare la contaminazione che caratterizza ogni forma d’arte e che,  in fotografia, raggiunge forse la sua sublimazione nelle immagini che riescono a racchiudere un qualcosa che suscita un’emozione e che, nella foto concettuale in particolare, costituisce un mix indissolubile in una rappresentazione visiva apparente di un racconto celato non apertamente manifesto.

Dal momento in cui delineano queste forme espressive, la fotografia si rende autonoma come forma artistica e si esalta; si affianca pienamente alla pittura e alle molteplici, già affermate e riconosciute sue forme espressive (tipici, al riguardo, evidenti parallelismio con le opere realizzate da Leonardo, Van Gogh, Michelangelo, Caravaggio, Picasso, etc…).

Per inciso e in conclusione, all’uso popolare dei telefonini e agli infiniti prodotti mi piace oggi pensare come a un’attualizzazione moderna e fruizione diffusa delle vecchie cartoline illustrate d’un tempo.

La possibilità concessa a tutti di poter liberamente fotografare ogni cosa e in ogni istante equivale, del resto, alla facoltà che ha ognuno di potersi esprimere, attraverso la parola, con la sua scrittura. Come sempre, il tempo dimostra che in ogni caso resteranno sempre in pochi i veri poeti o i narratori capaci di raccontare delle storie, facendole rivivere al lettore con la fantasia attraverso veri romanzi.

Come in tutte le manifestazioni umane valgono sempre le occasioni concesse dalla fortuna che governa gli incontri; magari l’opportunità offerta da case editrici, la sponsorizzazione, più o meno, veritiera o interessata di opinionisti e di critici d’arte affermati.

In questo mondo, comunque, c’è spazio per tutto e tutti: e ognuno, se vuole, può trovare opportunità per esprimersi nel divertimento, magari continuando a vivere una vita serena.

La creatività continua ancor oggi a non essere un fatto oggettivo poiché è strettamente collegato al proprio modo di essere, pertanto vale sempre il motto assoluto del Magnifico Lorenzo, quello che recita …… “chi vuol esser lieto sia ….. del doman non v’è certezza”.

Essec 2017


La Rambla, l'integrazione che dobbiamo difendere - Dobbiamo dare un nome ai luoghi disarmati dove consumiamo la nostra liberta. E il nome è quello della democrazia



Come una decimazione, hanno falciato uomini donne e ragazzi, indistintamente colpevoli di testimoniare un modo di vivere che loro rifiutano e combattono. Gli individui non contano: per loro conta la massa trasformata in bersaglio, la pura quantità stralciata sulle Ramblas dal popolo estivo della vacanza. 
Il tam tam estremista porterà le cifre del massacro come un bollettino di vittoria nei villaggi dove l'Isis si sta ritirando, svanito il sogno del Califfato: 14 morti, 130 feriti, che sono venuti da 35 diversi Paesi - da tutto il mondo - per trovare la morte a Barcellona. Un condensato di strage universale, proprio mentre a Turku in Finlandia si accoltellano i passanti sulla piazza del mercato del sabato, al grido "Allah akbar". 
Quel van bianco, costruito come strumento di lavoro per ridurre la fatica degli uomini e noleggiato come arma da lanciare sulla folla, testimonia in apparenza la vulnerabilità del nostro meccanismo sociale, dove tecnica, modernità e tecnologia possono essere rovesciate nella primordialità di un'arma impropria, quasi invisibile perché nasce dalla quotidiana abitudine strumentale del nostro vivere, di cui siamo abituati a servirci, ma da cui non abbiamo mai pensato di doverci proteggere. Finché quel furgone salta fuori dal contesto di regole e normalità che lo controlla e si lancia come una bomba sopra la gente, ieri a Nizza, adesso a Barcellona. 
Il fatto che questi attentati sorgano dall'interno del nostro costume civile rende difficile una prevenzione, perché possiamo difenderci da tutto, meno che dal nostro modo di vivere. Una sala da ballo a Parigi, un concerto a Manchester, una strada nel cuore della Spagna sono per definizione luoghi disarmati nel senso più ampio del termine, perché appartengono a quel tempo liberato dal lavoro che la nostra società si è conquistata per ordinarlo in un disegno di relazioni, appuntamenti, occasioni che organizzano una fruizione delle città, delle sere e delle notti urbane. 
In realtà dobbiamo pensare che la presunta e apparente modernità di questi attentati nasconde l'opposto, una religione trasformata in ideologia e scagliata in ritardo di secoli contro un mondo che rappresenta l'eterno confronto, ineliminabile, contro cui l'Isis sa di aver perduto in partenza e per sempre l'arma dell'egemonia, della sfida culturale, tanto da regredire all'epoca primitiva degli omicidi rituali. 
Ciò che ci rende vulnerabili è esattamente ciò per cui ci attaccano: la nostra libertà, di cui siamo custodi e praticanti imperfetti, ma consapevoli. La libertà dell'organizzazione della nostra vita, della sua combinazione con gli altri, della sottomissione spontanea alle leggi che ci siamo dati per regolare il nostro vivere sociale. Quei feriti di 34 Paesi falciati sulle Ramblas, testimoniano proprio questo, la libertà del movimento e della scelta, della vacanza e del lavoro, degli incontri e degli scambi, tutto ciò che fa di Barcellona - come di Roma, Parigi, Londra, Bruxelles e New York, dove tutto è cominciato con le Torri Gemelle - una città aperta, che guarda al mondo e sa ospitarlo nelle sue strade e nelle sue piazze, facendo mercato universale della sua storia, della cultura, dello stile di vita e dei suoi costumi.
Le Ramblas sfregiate a morte non sono dunque - non devono essere - una pura scena del delitto, un paesaggio inerte e indifferenziato. Sono espressione di un modo di vivere, parte del meccanismo quotidiano con cui la libertà si organizza in società, dopo essersi data norme, diritti, istituzioni. Noi dobbiamo dare un nome a questo spazio di quotidiana civiltà mondializzata, che l'Isis colpisce ipnotizzato proprio per marcare il suo particolarismo estremo, la sua irriducibilità, la radicalizzazione del suo rifiuto: solo così sarà possibile una lettura politica e non esclusivamente emotiva e sentimentale di quel che è accaduto e ancora accadrà. Il nome è quello della democrazia occidentale, di cui siamo cittadini infedeli e tuttavia testimoni inesauribili. 
È questa la cifra civile che oggi è sotto attacco e che dobbiamo difendere, per difendere ciò che noi siamo: o almeno ciò che vorremmo essere. 



C'é dittatore e dittatore: Maduro é brutto, Al-Sisi é bello




Slobodan Milosevic (1999), Saddam Hussein (2003), Muhammar Gheddafi (2011). Il prossimo obbiettivo è Nicolàs Maduro. 

Nel 1999 avevo capito che gli americani avevano l’intenzione di attaccare la Serbia di Milosevic, che non era un dittatore ma un autocrate, tipo il Putin di oggi, ma aveva il gravissimo torto di essere il capo dell’unico Paese rimasto paracomunista in Europa, quando vidi che la CNN trasmetteva ogni giorno, ripresa senza nessuna verifica dalla Televisione italiana, gli eccidi che avvenivano quotidianamente in Serbia a danno degli albanesi. Le immagini erano autentiche, ma si riferivano ad un solo episodio, avvenuto nella cittadina di Račak (45 morti), ma opportunamente miscelate, riprese da varie angolazioni, sembravano appartenere ogni volta ad episodi diversi, per cui l’apparenza era che in Serbia fosse effettivamente in atto un genocidio ai danni dei serbo-albanesi. E arrivò, contro la volontà dell’Onu, la prevedibile aggressione americana, una grande e colta capitale europea come Belgrado bombardata per 72 giorni (5500 morti) con la complicità del governo italiano (premier D’Alema) che si prestò a fare la parte più ignobile, la nostra, come sempre, quella del ‘palo’ (gli F-15 e i Tornado partivano dalla base di Aviano).

Sono mesi e mesi che i media occidentali insistono su qualsiasi notizia negativa che riguardi Maduro, il suo governo e la situazione interna del Venezuela, sia le notizie rilevanti sia quelle che non lo sono affatto.

Quando pensano di poterselo permettere le Democrazie occidentali, con in testa quasi sempre gli americani, bombardano, massacrano, occupano e poi mettono al posto del leader da loro poco gradito un governo fantoccio. Così è stato con Saddam Hussein, prima ripto alleato in funzione antiraniana e anticurda, fornito all’uopo delle famose ‘armi di distruzione di massa’, e poi, diventato ingombrante, inserito nell’ ‘Asse del Male’ con tutto ciò che ne è conseguito. Così è stato, sempre contro la volontà dell’Onu (ma cosa ci sta a fare ancora l’Onu?) con Gheddafi la cui eliminazione è culminata in un linciaggio che avrebbe fatto vomitare, forse, anche gli uomini di Al Baghdadi. Anche se con la Libia l’occupazione non è riuscita perché la defenestrazione del Colonnello ha disintegrato quel Paese dividendolo in mille milizie incontrollabili. 

Quando le Democrazie non possono agire in modo così sfacciato il giro è più lungo. Prima si infama il leader indesiderato, poi si comincia a strangolare economicamente il Paese su cui si vuole mettere le mani, si rinfocola il malcontento della gente, si conta sugli inevitabili scontri fra l’opposizione e il governo in carica. Negli scontri in Venezuela sono stati uccisi 125 oppositori. Cosa grave certamente. Ma allora cosa dovremmo dire dell’Egitto? Dove il generale golpista Al-Sisi, ex braccio militare del dittatore Mubarak, ha messo in galera tutta la dirigenza dei Fratelli Musulmani, i legittimi vincitori delle prime elezioni libere in quel Paese (compreso il loro leader, Mohamed Morsi, condannato a morte, pena poi benignamente commutata in ergastolo), ha ucciso, in un sol colpo, in due successive manifestazioni pro Morsi, approfittando della morte di un poliziotto, dai 600 ai 2000 manifestanti, a seconda delle stime, ed è poi arrivato ad un totale, per ora, di 2500, altrettanti oppositori ne ha fatti scomparire, 20000 ne ha messi in galera, ha abolito tutte le libertà civili e da ultimo, non pago, ha fatto inserire i Fratelli nella ‘lista nera’ dei terroristi internazionali. Ma l’Egitto è da decenni armato e foraggiato dagli americani (tranne nel breve periodo, un anno e mezzo, in cui ha governato Morsi). Ma le Democrazie e le loro ‘anime belle’, gli alfieri del Bene, i loro politici, i loro media non solo non hanno proferito una parola contro quel colpo di stato e quei delitti ma hanno appoggiato il golpe e plaudito al dittatore (basterà qui ricordare le parole del sempre bulimico Matteo Renzi che ha definito Al-Sisi “un grande statista”). E adesso noi italiani dobbiamo pure cuccarci, senza fiatare, anche le grottesche minacce del generale tagliagole Khalifa Haftar che è la ‘longa manus’ dell’Egitto, e quindi degli americani, in Libia. 

Maduro deve essere cacciato perché è erede della cosiddetta ‘linea bolivariana’ che fu di Castro e in seguito, con più successo di Chavez, che tende a tenere a distanza, a molta distanza, l’inquietante ‘amico americano’. Per soprammercato è anche socialista e non vede di buon occhio la borghesia del suo Paese che considera parassitaria. Ecrasez l’infame

Paolo Guzzanti (Il Giornale dell’ 8/8) in una sua singola ricostruzione delle vicende venezuelane e più in generale sudamericane sostiene che Maduro riceve ordini direttamente da Cuba. Il che è ben curioso visto che, perduto l’appoggio dell’Urss dopo il collasso di quel regime nel 1989, è stato proprio il Venezuela di Chavez a dare una mano, col suo petrolio, a Cuba. Se c’è una dipendenza è di Cuba verso il Venezuela e non il contrario. Retrocedendo nel tempo, per dimostrare l’influenza di Castro in Sud America, Guzzanti sostiene che Salvador Allende, socialista, eletto in regolari elezioni, accerchiato nella Moneda e “sostenuto da sindacati armati”, si difese “sparando con il mitra dalle iniziali d’oro che gli aveva regalato Fidel Castro”. E qui Guzzanti supera il suo record d’infamia, cosa che, dati i livelli raggiunti dalla sua asticella, sembrava impossibile. Il colpo di stato del generale Pinochet fu organizzato dalla Cia e direttamente da Henry Kissinger. Il golpe fu reso possibile anche dal lungo sciopero del sindacato degli autotrasportatori che mise in ginocchio il Cile. Non so se Allende si difese sparando con una mitraglietta d’oro, quel che è certo è che si suicidò. Tutti quelli che ne hanno l’età, e Guzzanti che è del 1940 ce l’ha, ricordano le migliaia di sostenitori di Allende ammassati nello stadio di Santiago del Cile, le mani tagliate a un pianista, le torture, gli assassinii. 

Alla fine del 1973 intervistai l’allora giovane Bettino Craxi che era stato in Cile con una delegazione italiana. E Craxi parlava con molto pathos e partecipazione di ciò che aveva visto in Cile, di quella Santiago feroce, divisa, incarognita dove, mi disse, “tutti erano pallidi, pallidi di paura e di odio”. Se non della verità, di Allende, dei morti del golpe di Pinochet e di quelli che vennero dopo, Paolo Guzzanti dovrebbe avere almeno rispetto di Bettino di cui, se non ricordo male, fu amico e beneficiario.

Il generale Augusto Pinochet verrà poi arrestato e processato per “crimini contro l’umanità”. Ma Henry Kissinger, che fu il vero deus ex machina di tutta quell’infame operazione, e che è ancora vivo, non sarà mai toccato da alcuna inchiesta. 

Ma una cosa è certa: il socialismo in Sud America non ha diritto di cittadinanza, né in Cile, né in Brasile (vedi Lula), né in Venezuela.




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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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