la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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giovedì 23 marzo 2017

Breve (e lunga) storia delle crisi bancarie in Italia: 1982-2017 (G. Coppola e D.Corsini)







Sembra che, quando si subiscono gli effetti di un investimento finanziario sbagliato, di una truffa finanziaria o di una crisi bancaria, la memoria individuale e collettiva tenda a rimuovere presto l'offesa ricevuta e ci renda pronti ad esporci a nuovi rischi senza particolari cautele aggiuntive.

L'educazione finanziaria, per agire come fattore di prevenzione, dovrebbe, tra i suoi primi obiettivi, tenere viva la memoria di quegli eventi, perché non si dimentichino le lezioni negative apprese nelle diverse circostanze.

Siamo invece certi che pochi abbiano la percezione di quante e quanto profonde siano state le crisi bancarie e finanziarie importanti intervenute negli ultimi trentacinque anni in Italia, vale a dire nell'arco temporale di una sola generazione.

Ripercorrendole brevemente, vedremo ricorrenze di cause, interventi "a buoi scappati", poche azioni per sventarne di nuove.

1982 Banco Ambrosiano, crisi da intreccio tra poteri più o meno forti e più o meno occulti (la famigerata P2) e da imbarazzanti vicinanze con la finanza vaticana. Soltanto un mese prima dell'esplosione finale, le autorità avevano autorizzato la quotazione in borsa delle azioni del Banco. Memorabile per senso dello Stato l'intervento del cattolico Andreatta (allora Ministro del Tesoro) a difesa delle ragioni italiane nei confronti del Vaticano. Il costo del fallimento fu di alcune migliaia di miliardi di lire, risolto grazie alla fusione con la ricca Banca Cattolica del Veneto.

1987 Cassa di Risparmio di Prato, banca locale con finanziamenti concentrati nel tessile, fu gestita a lungo da banchieri legati alla politica. Finanziò speculazioni e accrebbe i propri rischi in misura sproporzionata. Fu il primo intervento del Fondo di Tutela dei Depositi, appena costituto ai sensi di legge e ne assorbì in un sol colpo le disponibilità raccolte presso il sistema.

1992 Montedison, crisi finanziaria del maggiore gruppo chimico privato, con perdite stimate in 30.000 miliardi di lire. Si rifletté sugli equilibri della Banca Commerciale Italiana, al cui conto economico i ricavi provenienti da quella relazione di affari pesavano per il 15% del totale.

Era sempre il 1992 quando la Cassa di Risparmio di Venezia,  la più antica d'Italia fondata nel 1822, andava in default per una serie di previsioni errate sui cambi (preceduta dall'abnorme sviluppo dei crediti in valuta senza pretendere la copertura del rischio di cambio da parte prenditori, gran parte dei quali con la svalutazione della lira divennero insolventi). La dimensione delle perdite, da un lato, chiamò a raccolta le consorelle venete, dall'altro, fece da detonatore alla crisi di altre casse di risparmio e degli istituti di credito speciale della regione. Quel che rimase confluì gradualmente nel gruppo Intesa alla fine di un complicato processo di assorbimento protrattosi fino al 2014.

A poca distanza di tempo, seguirà l'ondata più virulenta, che spazzerà quasi per intero il sistema delle banche venete, alcune eredi di istituzioni risalenti all'epoca napoleonica, altre alle prime istituzioni bancarie del cattolicesimo sociale di fine Ottocento. A ricordarne gli antichi fasti rimangono i meravigliosi palazzi sul Canal Grande oggi adibiti ad alberghi di lusso, le ville palladiane e i parchi adagiati sui colli trevigiani, prestigiose sedi ora semivuote e i jet personali dei top manager usati per inseguire i sogni di espansione verso l'Europa dell'Est e che si fatica a rottamare, ora che per coprire le distanze tra Vicenza e Montebelluna basta la bicicletta (vedi infra).

1995 e seguenti Casse di Risparmio meridionali (operanti in Puglia, Campania, Calabria, Sicilia). Furono crisi generate da relazioni clientelari, concentrazione del credito, rapporti con la politica. Sono state aggregate in banche più solide, come Cariplo, poi confluita in Banca Intesa.

1995 Banco di Napoli, originata dagli stessi fattori di crisi, dopo la fine degli interventi pubblici all'economia meridionale tramite la Cassa del Mezzogiorno, costò 12.000 miliardi di lire, con intervento pubblico a mezzo del cosiddetto Decreto Sindona. Assieme alle crisi avanti descritte, determinò la scomparsa del sistema bancario meridionale.

1998 Bipop di Brescia, uno dei tanti casi ricollegabile al fenomeno dell'uomo solo al comando. Gli esempi si sono replicati in un crescendo che arriva fino agli ultimi inquietanti episodi di mala gestio nelle banche di molte regioni d'Italia.

2002 Collocamento di prodotti bancari tossici denominati My way e Four you da parte del Monte dei Paschi di Siena e sue controllate. Lo scandalo costrinse alle dimissioni il vertice della banca e al rimborso di molti risparmiatori traditi. Le gesta della Banca 121, partecipata pugliese del Monte, sono ancora citate dagli addetti ai lavori come esempio di truffa finanziaria.

2003 Cirio, Parmalat e titoli di stato argentini. Le banche lucrarono commissioni collocando questi titoli senza avvertimenti particolari circa i relativi rischi nei confronti di sottoscrittori del tutto impreparati. Alcuni di questi titoli figurarono, anzi, fino all'ultimo tra quelli privi di rischio indicati dall'ABI.

2006 Banca Italease era la più grande banca italiana specializzata nel leasing immobiliare. Fu anche essa vittima della concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo e di affari con i "furbetti del quartierino", già noti per altre scorribande bancarie. La Banca è stato un boccone amaro da digerire da parte del Banco Popolare, che l'ha definitivamente incorporata nel 2015.

2006 Banca popolare italiana (già Popolare di Lodi assorbita dal Banco popolare) affidata alle virtù taumaturgiche del banchiere Fiorani. Si accreditava nella difesa della italianità di banche diventate appetibili da parte di banchieri francesi, olandesi e spagnoli.
La difesa, organizzata picarescamente, fallì, portando alle dimissioni il Governatore della Banca d'Italia, che aveva ingenuamente creduto in lui. In quella fase, passò di mano la proprietà di BNL, una delle più importanti istituzioni della storia bancaria italiana del Novecento e, pochi anni prima, tra le prime 10 banche del mondo.

2008 Monte dei Paschi, la più grave e la più lunga crisi bancaria, ancora aperta. Ha finora assorbito risorse per 30 mld, imponendo alla fine l'ingresso nel capitale dello Stato come socio di maggioranza. Sono ancora in corso i confronti con la Commissione europea e la Bce sulle modalità del salvataggio. La causa, ben nota, fu l'azzardato acquisto di Banca Antonveneta, avendo ottenuto l'autorizzazione delle autorità di controllo pur in assenza di due diligence. Quando, nel 2011, erano già in piena evidenza gli effetti deleteri dell'acquisizione, lasciò interdetti la nomina del maggiore responsabile a Presidente dell'ABI. Le vicende giudiziarie sono in corso.

2011 Crisi finanziarie di Alitalia e Ilva, ancora aperte; debiti verso le banche richiederanno la garanzia dello stato.

2012 Carige, decima banca per dimensione del sistema, compresa tra quelle  significant secondo la normativa europea di vigilanza. Scandali legati al rapporto tra banca e assicurazione e al lungo dominio del suo storico esponente sono le cause di una crisi da superare mediante un cospicuo aumento di capitale, ancora in via di quantificazione.

2015 Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Carichieti, banche del territorio in risoluzione secondo la nuova normativa europea. Cause: mala gestio, ingerenze politiche, conflitti di interesse, strapotere nelle mani di pochi, operazioni creditizie non coerenti con le caratteristiche di banca locale. Acquistate per un euro da due grandi banche popolari. Costi per il sistema e la collettività: più o meno 5 mld.

2013/2017 crisi di tutte le ex casse di risparmio delle quattro province abruzzesi, fino alle più recenti Casse di risparmio di Cesena, di Rimini e di San Miniato; per le cause vedi sopra. Aggregate o da aggregare in gruppi di maggiori dimensioni.

2014-presente Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca, anch'esse tra le prime 15 banche italiane sistemiche, secondo la classificazione dell'Unione bancaria. Cresciute in misura abnorme, per le velleità dei loro esponenti più noti, richiederà l'intervento pubblico di ricapitalizzazione a titolo precauzionale, per integrare gli apporti, non sufficienti, del Fondo Atlante, in vista della loro fusione. Gravissime le perdite per gli azionisti. Se questi ultimi non accetteranno una proposta di transazione comportante perdite per l'85 per cento del valore dei titoli, rinunciando nel contempo alle cause giudiziarie, ne verrà sancita l'insolvenza e il ricorso al bail-in, con il presumibile coinvolgimento di obbligazionisti e depositanti.

2014 e seguenti crisi di numerose banche di credito cooperativo, di dimensioni importanti per la categoria, operanti nel nord e nel centro Italia. Hanno richiesto onerosi interventi da parte del Fondo di Garanzia dei Depositanti e di quello temporaneo previsto dalla legge di riforma del settore, per evitare impatti diretti sul risparmiatore. Si è in attesa della costituzione di gruppi bancari cooperativi, per rafforzare la stabilità complessiva del sistema.

2017 Ricapitalizzazione indispensabile di Unicredit, da parte di fondi di investimento esteri per 13 mld di euro, per abbattere l'enorme quantità di crediti anomali.

In sintesi, le crisi hanno riguardato:

a) tutte le tipologie istituzionali (Banche SpA, banche popolari, banche di credito cooperativo) e di tutte le dimensioni (banche grandi, medie e piccole);
b) estese aree territoriali, con la sparizione del sistema meridionale e il forte indebolimento di regioni bancariamente importanti (Veneto, Toscana, Liguria, dorsale adriatica del credito, dall'Emilia Romagna alla Puglia). Si può finalmente e cinicamente affermare che in molte aree del paese non ci saranno più crisi bancarie perché... sono finite le banche!

Le crisi hanno visto:

c) il frequente collocamento di strumenti ad elevato rischio, senza adeguata informazione o con informazione distorta al consumatore, fino ai casi delle obbligazioni e alle azioni bancarie tossiche degli ultimi tempi;
d) l'avventurismo di non pochi banchieri, che non ha ricevuto a tempo debito adeguato contrasto dalle autorità;
e) vicende non sempre collegate con le fasi cicliche dell'economia e con la più recente recessione.

Al tempo dell'entrata in vigore del TUB nel 1993, che sancì la trasformazione della banca da istituzione per lo più pubblica in impresa privata e l'affermazione del modello di banca universale, qualcuno chiese se le autorità avessero una propria mappa per gestire la riconfigurazione industriale implicita nei mutamenti promossi con il nuovo quadro regolamentare.

La risposta fu che la selezione naturale da parte del mercato sarebbe stata più efficiente di qualsiasi intervento esogeno, che avrebbe avuto sapore dirigistico. Il sistema da allora si è senza dubbio trasformato, concentrandosi attraverso operazioni one by one, ma non per questo sembra diventato più robusto. Si è di fronte a una sorta di darwinismo a rovescio?
È ozioso anche interrogarsi se si debba trattare questa storia come una serie  di episodi singoli, per quanto gravi, o come crisi di sistema.
Quello che conta è l'impatto delle crisi bancarie sull'economia, sul grado di fiducia dei risparmiatori e sulla capacità delle banche medesime di saper svolgere, tramite il credito, azione di disciplina finanziaria e fiscale nei confronti del proprio principale cliente, vale a dire la piccola e media impresa italiana. Questi sono i costi socio-economici veri, al di là di pedanti calcoli in termini di effetti sul contribuente.
Soltanto se si riuscisse a fare un conteggio per quanto approssimato dei loro effetti sul rallentamento dello sviluppo economico del paese, fino al declino di cui ora molti parlano, troveremmo il peso vero delle disfunzioni del sistema.

Ora che una rinnovata politica bancaria viene da più parti invocata, i suoi esiti saranno utili per incidere sulla governance, sulla trasparenza dei servizi bancari e sul rinnovamento dell'industria? A quali condizioni l'educazione finanziaria elevata  a interesse pubblico agirà su questi fattori?

Per equità, dobbiamo toccare anche il tasto dei comportamenti opportunistici della clientela in caso di crisi della banca, tema al quale si richiama la posizione dell'ABI favorevole alla pubblicazione dei nomi dei primi cento debitori insolventi del Montepaschi, misura di quanto le banche siano state a loro volta vittime di indebiti condizionamenti da parte di lobby e clienti. Sono comportamenti che si verificano quando il debitore si pone nella posizione di sfruttare il maggiore potere contrattuale, causa indebolimento della controparte, trovando supporto anche nella politica.

Un aneddoto, tratto dalla vicenda del Banco di Napoli, subito dopo la decisione di passare l'enorme massa di crediti malati alla bad bank costituita allo scopo, può aiutare a spiegare meglio il punto.
Ebbene, un nostro caro collega, in posizione di responsabilità nella vigilanza di allora, fu avvicinato da un avvocato che gli chiese gentilmente di controllare se alcuni suoi clienti fossero presenti in quella lista, conservata nella massima riservatezza. Immediatamente quel collega capì che esservi inclusi avrebbe consentito ai debitori di ritardare l'adempimento delle obbligazioni contratte. Ovviamente egli si rifiutò di corrispondere alla richiesta, che avrebbe favorito fin da subito comportamenti di moral hazard da parte di soggetti ancora solvibili. Ma il segreto, come è facile comprendere, durò poco.

Sic transit gloria debitorum atque creditorum!

Ci sono numerose citazioni dotte che potremmo a questo punto fare sul rapporto tra apprendimento dai casi del passato e comportamenti futuri, chiedendoci perché questo processo da noi sembra tanto difficile a radicarsi.

Ragionare di queste cose e' complicato, anche perché mancano dati, informazioni ed analisi organiche sulle crisi bancarie. Nel formulare questo elenco ci siamo per lo più affidati alla nostra esperienza e ai nostri ricordi. Nella ricerca di fonti attendibili abbiamo trovato traccia di alcuni casi nella Mappa storico-geografico dell'archivio storico di Intesa Sanpaolo, ma non siamo stati in grado di accedervi compiutamente. Esso riguarda in ogni caso le istituzioni creditizie e finanziare che nel tempo sono confluite in quello che oggi è uno dei maggiori gruppi bancari europei.
I restanti casi sono singolarmente dispersi nelle relazioni periodiche delle autorità, nei resoconti giornalistici del momento, in articoli di qualche volenteroso studioso e nelle documentazioni giudiziarie. All'epoca della rete, non vi è documentazione completa da consultare, per una migliore comprensione della nostra più recente storia bancaria.

Tutte le crisi citate sono state sistemate con interventi di altre banche, con sacrifici a carico dei risparmiatori o dei contribuenti o con una combinazione di queste modalità, ritenendo che il costo sociale del fallimento bancario, piccolo o grande che fosse, sarebbe stato in ogni caso maggiore.

Con queste ripetute rassicurazioni, il sistema è spiaggiato nel 2014 sui lidi dell’Unione Bancaria, con poca consapevolezza circa gli effetti delle nuove regole europee di gestione delle crisi e senza una politica efficace per modificare le cause pervicaci e strutturali che lo avviluppano, come dimostrano le estenuanti trattative in corso con Bruxelles e Francoforte per la soluzione delle questioni ancora aperte.
Queste cause hanno tre nomi:

- governance barocche e pletoriche basate sul ruolo di soggetti quali le Fondazioni, da un lato vituperate, dall'altro osannate come salvator mundi e su assemblee oceaniche dei soci da palasport, entrambe  filigrane societarie che rendono il management irresponsabile, con ricchi bonus a prescindere dai risultati e titoli da capitalizzare, appena usciti, in altre prestigiose posizioni;
- enormità dei crediti deteriorati frutto della crisi, ma anche di comportamenti lassisti, da moral hazard e selezione avversa, sapendo ex ante che si troverà sempre chi pagherà per i dissesti, cioè i cittadini direttamente o secondo raffinate tecniche transitive;
 - asfitticità nella produzione di nuovi servizi bancari, causati da scarsa attitudine agli investimenti, dato che siamo il paese dove circola ancora più contante tra quelli dell’Eurozona.

Ecco perché non ci sentiamo di prestare attenzione alle due obiezioni che ci pare già di sentire di fronte a questa breve, ma anche lunga e non edificante storia, e che suonano più o meno così.
In fondo, la crisi di una banca fa parte dell’essenza del capitalismo, quella distruzione creatrice che dà vita al sistema stesso.
Dopo tutto, il cittadino come risparmiatore e come contribuente non ci ha  rimesso più di tanto, trascurando anche il fatto che molte grandi imprese debitrici sono state risanate con i soldi pubblici per ripagare proprio le banche.

Una vera educazione finanziaria dovrebbe trovare sempre più difficile l'accettazione di motivazioni a posteriori, che rievocano la leibniziana dimostrazione del migliore dei mondi possibili. C'è da credere che molti si siano definitivamente stancati di recitare sempre e soltanto la parte di Candide.

(G. Coppola e D.Corsini




domenica 19 marzo 2017

La Casta assolve il pregiudicato e si dà il quarto grado di giudizio

 
Non più di tre o quattro giorni fa Matteo Renzi, ex premier e ora segretario dimissionario del Pd, dichiarava (a proposito di Luca Lotti, di Virginia Raggi e di altri) che qualsiasi cittadino deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva, che in Italia è quella della Cassazione. Giusto. Renzi non ha fatto che ripetere quanto sancito dall’articolo 27 della Costituzione che recita: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. L’altroieri il Senato, con l’apporto dello stesso Pd, o di parte di esso, ha respinto il parere favorevole della Giunta per le immunità alla decadenza da senatore di Augusto Minzolini condannato in via definitiva dalla Cassazione a 2 anni e 6 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per peculato continuato (ha usato la carta di credito della Rai per spese personali per un ammontare di 65 mila euro, diciamo quattro o cinque volte lo stipendio annuale di un normale cittadino). Esiste quindi una presunzione d’innocenza che va anche oltre la condanna definitiva?

Ho sentito una senatrice del Pd affermare che c’era un sospetto di ‘fumus persecutionis’ nei confronti di Minzolini. Ora il ‘fumus persecutionis’ può eventualmente essere invocato quando un giudice chiede l’autorizzazione all’arresto di un parlamentare nel corso del processo e quindi nessuna condanna definitiva era stata inflitta all’imputato. Ma non può esistere un ‘fumus persecutionis’ di fronte a una sentenza definitiva. Se lo si ammettesse vorrebbe dire che in Italia i gradi di giudizio non sono più tre (primo grado, Appello, Cassazione) ma quattro perché, almeno nel caso di deputati e senatori, il Parlamento si costituisce come Corte di ultima istanza. 

La legge Severino non fa che confondere le acque. Poniamo pure che sia incostituzionale. La domanda che si pone il privato cittadino, la mia domanda, è: posto che il senatore o il deputato può venire salvato dal Parlamento dallo scontare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici è anche esentato dallo scontare la pena principale cioè il carcere se al carcere è stato condannato? Evidentemente sì, visto che Minzolini, condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere, è a piede libero. Ma se un cittadino comune, che non appartiene a questa oligarchia, è condannato alla reclusione per un periodo superiore a due anni e non può usufruire della sospensione condizionale della pena, in carcere o ai domiciliari o ai servizi sociali ci va senza se e senza ma. 

Queste mie considerazioni potranno probabilmente sembrare agli addetti ai lavori e anche ai lettori, ingenue e magari mal formulate. Ma la sostanza è inequivocabile: noi siamo nella Fattoria degli animali di cui parlava George Orwell, a proposito del comunismo staliniano, “dove tutti gli animali sono uguali, ma ce ne sono alcuni più uguali degli altri”. Insomma è stato sancito ufficialmente che la legge non è uguale per tutti, principio cardine di ogni ordinamento democratico e che nel nostro caso è sancito dall’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini…sono eguali davanti alla legge”. Noi non siamo che sudditi, pecore da tosare, asini al basto. E, quel che è peggio, accettiamo di essere tali. Siamo in fondo degli animali mansueti. Ma un giorno o l’altro l’esasperazione che cova sottopelle in quelle pecore e in quegli asini che oggi noi siamo esploderà d’improvviso. E scorrerà il sangue. Perché, come dice la Bibbia, “terribile è l’ira del mansueto”.



Come combattere i paradisi fiscali



 

I paradisi fiscali, una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche, costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Nel volume “La ricchezza nascosta delle nazioni” (add editore) Gabriel Zucman suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per contrastarli. Per gentile concessione dell'editore proponiamo la prefazione di Thomas Piketty e un brano dal primo capitolo.

di Thomas Piketty

Per chi ha a cuore i temi dell’ineguaglianza, della giustizia globale e del futuro della democrazia "La ricchezza nascosta delle nazioni" di Gabriel Zucman è una lettura fondamentale. Si tratta forse del miglior libro mai scritto sui paradisi fiscali e su quello che possiamo fare per contrastarli. Non è eccessivamente tecnico, si legge con piacere e raggiunge tre obiettivi in modo conciso ed efficace.

Prima di tutto ricostruisce l’affascinante storia dei paradisi fiscali: come sono nati nel periodo tra le due guerre, e come hanno via via assunto il ruolo essenziale che svolgono oggi. Fornisce inoltre la stima più completa e rigorosa mai proposta dell’entità finanziaria dei paradisi fiscali nell’attuale economia mondiale. Infine, soprattutto, suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per cambiare le cose, cominciando con la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari che registri i proprietari delle azioni e obbligazioni in circolazione.

I paradisi fiscali, e con loro l’opacità finanziaria, sono una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche nel mondo e costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Perché? Molto semplicemente perché le democrazie moderne si reggono su un contratto sociale fondamentale: tutti devono pagare le tasse su una base equa e trasparente per finanziare l’accesso a un gran numero di beni e servizi pubblici. Come è ovvio sussiste un margine di disaccordo su che cosa significhi imposizione «giusta» e «trasparente». Ma se alcuni degli individui più ricchi e alcune delle più grandi società del pianeta si servono dei paradisi offshore e dell’elusione fiscale per evitare di pagare la quasi totalità delle imposte dovute, questo contratto sociale fondamentale è in pericolo. Se i contribuenti delle classi medie sentono di pagare aliquote fiscali effettive più alte di chi è in cima alla piramide, e se le piccole e medie imprese sentono di pagare più delle grandi società, c’è il rischio che il concetto di consenso fiscale – su cui si fondano le moderne democrazie – si sgretoli in modo irrimediabile. E se una parte crescente della popolazione, alla base e al centro della piramide, si sente vittima del funzionamento del sistema e del trattamento iniquo dell’economia globale o dei governi, potrebbe finire per rifiutare il concetto di solidarietà tra classi e di stato sociale e fiscale equo. Alcuni potrebbero perfino lasciarsi sedurre dalle soluzioni nazionaliste, dalle divisioni etniche e dalla politica dell’odio.

Ma ciò che rende il libro tanto importante è il fatto che non si limita a formulare princìpi e minacce astratte, ma propone dati e soluzioni concrete. Le statistiche finanziarie internazionali presentano incoerenze sistematiche. In particolare, le piazze finanziarie di tutto il mondo registrano costantemente più passività che attività. Analizzando tali anomalie con una metodologia rigorosa e innovativa, Zucman elabora una delle stime più credibili in merito all’incidenza globale dei paradisi fiscali. Stando alla sua valutazione di riferimento, che è una stima per difetto, circa l’8% dei patrimoni finanziari mondiali è detenuto nei paradisi fiscali. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo questa percentuale è spesso molto più elevata, il che ostacola la costruzione del consenso fiscale e della fiducia nei governi, impedendo di risolvere situazioni di estrema ineguaglianza. Zucman valuta che in Africa la quota dei patrimoni finanziari detenuta offshore sfiori il 30%. In Russia e nei Paesi petroliferi del Medio Oriente, tra le regioni più inique ed esplosive del mondo intero, supererebbe addirittura il 50%.

La percentuale di ricchezza statunitense nei paradisi fiscali sembra essere di molto inferiore a quella russa o africana. Inoltre, a quanto pare, la quota dei patrimoni personali degli Stati Uniti detenuti offshore è anche al di sotto di quella dei Paesi europei che si sono dimostrati particolarmente inefficaci nel coordinare le loro politiche per contrastare i paradisi fiscali, e hanno dovuto attendere l’accordo Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act) statunitense e le sanzioni degli Usa contro le banche svizzere prima di iniziare a muoversi verso la trasmissione automatica delle informazioni.

Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare il peso dei paradisi fiscali sul sistema tributario statunitense. Secondo le prudenti stime di Zucman, le perdite di gettito fiscale derivanti dai paradisi offshore rappresentano per gli Stati Uniti una somma pari agli introiti che otterrebbero aumentando di quasi il 20% l’aliquota fiscale dello 0,1% di contribuenti nella fascia massima di reddito. Quindi, se è vero che negli Stati Uniti la questione dei patrimoni personali offshore ha meno incidenza che in Europa, l’evasione dell’imposta sulle società da parte delle multinazionali resta un problema di primo piano. Zucman sottolinea inoltre come la normativa Fatca abbia ancora molte lacune, tanto che tra il 2008 e il 2015 l’impatto generale dei paradisi fiscali ha continuato a crescere. Per fare un reale passo avanti serviranno sanzioni ben più importanti di quelle messe in campo finora. I calcoli di Zucman evidenziano, ad esempio, che l’opacità finanziaria offre a un Paese come la Svizzera vantaggi equivalenti alle perdite che subirebbe se i suoi tre principali vicini (Germania, Francia e Italia) le imponessero dazi commerciali pari al 30%. Ovviamente questi Paesi sono liberi di non farlo, ma allora non possono lamentarsi di veder crescere il problema a dismisura. La lotta all’opacità finanziaria globale è una delle sfide più importanti che i governi si trovano oggi ad affrontare, e c’è ancora molta strada da fare prima di riuscire a invertire le attuali tendenze strutturali.

Secondo Zucman, il primo passo in questa direzione dovrebbe essere la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari, in cui registrare i proprietari di ogni azione e obbligazione. Questo catasto fungerebbe da deposito titoli: sarebbe coordinato dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali, e consentirebbe alle amministrazioni fiscali nazionali di lottare contro l’evasione e di riscuotere le imposte sui patrimoni e sui flussi di reddito da capitale.

Ad alcuni l’idea di un deposito centrale può sembrare utopistica, ma non lo è. In realtà, i depositi centrali titoli esistono già, il problema è che non sono globali ma nazionali, o talvolta regionali, e soprattutto sono privati e non pubblici. A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, i titoli sono stati gradualmente dematerializzati, fino alla totale scomparsa dei certificati cartacei. Sono nati allora i depositi centrali moderni, con lo scopo di garantire la sicurezza delle transazioni finanziarie e di registrare i proprietari delle azioni e obbligazioni in un database digitale (è difficile fare affari se diversi istituti finanziari o operatori economici nel mondo rivendicano un diritto di proprietà sugli stessi attivi). Molti istituti finanziari privati si sono specializzati in questo servizio. I depositi centrali più noti sono, negli Stati Uniti, la Depository Trust Company (Dtc) e, in Europa, Euroclear e Clearstream. Il problema è che queste organizzazioni non trasmettono sistematicamente i loro dati agli Stati e alle amministrazioni fiscali, ma tendono anzi a promuovere e beneficiare dell’evasione fiscale e dell’opacità finanziaria piuttosto che a favorire la trasparenza (si pensi, ad esempio, allo scandalo Clearstream in Francia).

La proposta di Zucman è chiara e semplice: i governi dovrebbero assumere il controllo dei depositi centrali e via via concentrarli in un catasto finanziario mondiale. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Giappone e, auspicabilmente, il Fondo monetario internazionale dovrebbero essere alla guida di questo processo, insieme a tutti i Paesi emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina che, alla luce delle gravissime perdite subite a causa dell’evasione fiscale e della fuga di capitali, volessero unirsi a questo sforzo cooperativo. L’inclusione nel catasto finanziario mondiale comporterebbe diritti e doveri: garantirebbe la tutela dei diritti di proprietà e delle transazioni finanziarie in cambio dell’impegno a trasmettere tutte le informazioni necessarie per identificare i reali proprietari degli attivi in circolazione. Questo sistema, secondo Zucman, dovrebbe essere accompagnato da una tassa di registrazione comune minima (ad esempio lo 0,1% del patrimonio netto individuale), che potrebbe essere integrata da aliquote fiscali progressive stabilite dai singoli governi (o da coalizioni internazionali di più Stati).

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Frode fiscale per principianti

di Gabriel Zucman

Per gran parte del XX secolo era possibile varcare i confini con enormi quantità di denaro senza alcuna difficoltà, trasportando semplicemente titoli «al portatore». Oggi non è più possibile, perché i titoli non sono oggetti tangibili: esistono solo in forma elettronica. Per mettere al riparo la propria ricchezza, invece di trasportare oltreconfine valigie piene di banconote, si ricorre quindi il più delle volte al trasferimento elettronico verso conti offshore.

Prendiamo un esempio di fantasia. Mario Rossi è l’amministratore delegato della società Mario Rossi Spa, un’azienda con 800 dipendenti di cui è socio unico. Per trasferire 10 milioni di euro in Svizzera, Mario Rossi procede in tre tappe. Prima di tutto fonda una società di comodo, domiciliata ad esempio nelle Isole Cayman, dove le normative sulla trasparenza dei proprietari delle società sono molto limitate3. Poi, in appena un paio d’ore, apre un conto a Ginevra a nome della società di comodo. E per finire compra servizi fittizi dalla società di comodo nelle Cayman (ad esempio servizi di consulenza) e, per pagarli, trasferisce denaro sul conto svizzero di quest’ultima. La transazione genera una traccia cartacea in apparenza lecita, che in certi casi lo è davvero. Dal momento che le società effettuano ogni giorno milioni di pagamenti in Svizzera e negli altri grandi centri offshore – ed è impossibile individuare in tempo reale quali siano legali (ad esempio le somme pagate a veri esportatori) e quali no (il denaro che evade le tasse) – è probabile che la transazione della Mario Rossi Spa verso il conto svizzero della società di comodo non provochi alcun allarme antiriciclaggio all’interno della banca.

Per Mario Rossi il beneficio è doppio. Pagando per la finta consulenza riduce l’utile imponibile della Mario Rossi Spa, e quindi l’ammontare dell’imposta sul reddito della società che dovrebbe pagare in Italia. Poi, quando il denaro è arrivato in Svizzera, lo investe nei mercati finanziari globali dove genera un reddito – dividendi, interessi, plusvalenze. Tale reddito può essere tassato solo se Mario Rossi lo dichiara o se la banca svizzera informa le autorità fiscali italiane. In caso contrario, Mario Rossi può evadere anche l’Irpef.

Se vuole utilizzare il denaro, Mario Rossi ha quindi due possibilità. Per le piccole somme può semplicemente prelevare al bancomat. Per le cifre più consistenti, però, deve farsi furbo. La tecnica più famosa è quella chiamata «credito lombard»: Mario Rossi chiede un prestito alla filiale italiana della banca svizzera dando in garanzia il denaro detenuto a Ginevra. In questo modo il denaro resta in Svizzera, sempre investito in azioni e obbligazioni, e allo stesso tempo viene speso in Italia per comprare, ad esempio, il quadro di un noto artista o una villa a Porto Cervo.

Insomma, l’autorità fiscale italiana subisce una frode del valore di milioni – tutte le imposte dovute nel tempo sul reddito generato dal patrimonio dissimulato a Ginevra – e Mario Rossi può spendere in segreto il denaro nascosto a suo piacimento. (17 marzo 2017)


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Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)

Un'immagine, un racconto (libro fotografico on line)
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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