la quarta dimensione scritti

Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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venerdì 30 giugno 2017

Torino 2017 "Dettagli e particolari" (Slide show)


domenica 25 giugno 2017

Stefano Rodotà morto, il galantuomo che poteva essere presidente: l’eterna battaglia in difesa dei diritti. In nome della Carta



 
I principi della Costituzione non si toccano. Se si dovessero riassumere gli ultimi anni di pensiero e azione di Stefano Rodotà, si dovrebbe partire dalla presa di posizione per il No al referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi. Di sinistra, laico, libertario, il giurista che non ha mai mollato la politica, protagonista di mille battaglie per l’estensione dei diritti dei cittadini, Rodotà è morto a Roma. Aveva 84 anni, lascia la moglie Carla e due figli, tra questi Maria Laura, giornalista del Corriere. Calabrese, originario di un famiglia albanese della comunità arbëreshë del Cosentino, è stato anche per alcuni giorni, dal 18 al 20 aprile 2013,  “il Presidente”. Ma solo nei sogni di una parte del Paese: nel caos istituzionale che anticipò la fine del primo mandato del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, il Movimento 5 Stelle sostenne lui nella corsa al Quirinale. Proprio quel Stefano Rodotà che dal 1979 al 1983 era stato deputato del Pci e poi dall’83 al ‘92 deputato della Sinistra Indipendente e ancora presidente del Pds per due anni, fino al 1993. Pareva il candidato “perfetto”, per fare ponte tra M5s, Sel e Pd, che in parte nei primi tre scrutini lo votò. Ma alla fine il Pd virò verso il bis di Giorgio Napolitano. 

Iniziare da questa vicenda storica recente per raccontare uno studioso di diritto che teneva gli scritti di Hans Kelsen e Max Weber nella parte più alta e luminosa del suo pensiero giuridico, significa annodare i fili di una storia italiana strana, trasversale e impossibile: quella degli intellettuali apartitici con valori egualitari e progressisti schiacciati dal sistema asfissiante e identitario dei partiti di massa novecenteschi. Personalità come Altiero Spinelli, Carlo Galante Garrone, Gianfranco Pasquino, una sorta di “riformismo militante”, di “servizio civile” prestato alla politica attiva. Per Rodotà, dopo l’esperienza parlamentare degli anni Ottanta, quel servizio civile si sviluppò dal 1997 al 2005 nel ruolo di primo presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, quello che tutti conoscono come garante per la privacy. Così restituì linfa ad una branca del diritto che rinacque con l’avvento del web, soprattutto rispetto al problema dell’uso e della diffusione dei dati personali. E sempre sul tema della rivoluzione digitale già dal 2010 Rodotà si fece interprete dell’esigenza dell’eguale diritto di accesso al web “in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Rodotà ha avuto nel suo Dna un complesso rapporto coi partiti politici italiani. Padre vicino al Partito d’Azione, uno zio apertamente antifascista, infanzia passata a leggere Balzac e ogni tipo di volume presente nell’immensa libreria di casa, Rodotà nei primi anni Cinquanta è a Roma a studiare legge. Passa molto tempo al circolo cinematografico Charlie Chaplin a guardare film assieme a Moravia e Pasolini, ma è il diritto (“quell’imponente e complicato edificio”) ad attirarlo e assorbirlo completamente. A Repubblica dichiarò: “Senza la forza il diritto è inerme. Senza giustizia è cieco. Mi affascinava un diritto che fosse aperto alla società”. Ed è così che si avvicina al Partito Radicale di Mario Pannunzio, che all’epoca dirigeva anche Il Mondo, ma quando negli anni Settanta Marco Pannella gli proporrà di candidarsi come deputato in Parlamento rifiuterà ben due volte (’76 e ’79), gesto mai digerito dal leader radicale. Dopo Rodotà si avvicinò all’area della Sinistra Indipendente, movimento politico di personalità di sinistra non iscritte al Pci. 

Ma è dalla metà degli anni Novanta che l’attività di giurista si sviluppa soprattutto attorno ad una fitta pubblicazione di saggi sui temi dell’etica e del diritto che meritano di essere ricordati, sia per l’approfondita e chiara trattazione, sia perché disegnano ulteriormente il profilo intellettuale, culturale e valoriale di Rodotà. In Perché laico (Laterza, 2009) Rodotà ribadisce l’affermazione di un principio costituzionale richiamando proprio l’articolo 8 della carta fondativa, tanto da dichiarare in un’intervista a Saverio Bombelli: “Lo Stato è laico proprio perché neutrale (non indifferente, tanto meno ostile) nei confronti delle religioni, e questo vuole dire in effetti considerarle le une relative alle altre, e non capisco cosa ci sia di terribile”. Ne Il diritto di avere diritti (Laterza, 2013) viene formulata invece una sorta di appello ai diritti individuali e collettivi per impedire che tutto sia demandato alle leggi innaturali del mercato. Mentre nel 2014 con La solidarietà. Un’utopia necessaria (Laterza) offre una nuova urgente riflessione sull’essenza  giuridica della solidarietà sociale, “un’utopia costituzionalizzata” su cui si basa il nostro assetto democratico e il nostro stato di diritto. Infine ecco la campagna elettorale sul referendum renziano. Rodotà si pronuncia per il No secco, ricordando che la Carta costituzionale ha bisogno sì di “buona manutenzione” ma che i suoi principi e diritti vanno mantenuti intatti. “Il tentativo messo in atto da qualcuno di impadronirsi della Costituzione – disse – è fallito”. E mancavano ancora 48 ore dalla vittoria del No.


 

giovedì 22 giugno 2017

Il pulpito delle regole

 
Grazie a Graziella, che scrive dall’Oman 
Decine e decine di lettere, storie di vita, sul tema della cittadinanza. Cosa voglia dire ‘essere di’. I doveri, i diritti. La paura, il tempo di disordine in cui viviamo che spinge cercare un ordine. Ma quale ordine. Gli esempi del passato, la Storia. Tra tante vi propongo la lettera di Graziella, che offre un altro punto di vista – in un certo senso uno specchio. E’ nata in Germania da genitori italiani. Si sentiva tedesca, è rimasta italiana, è tornata del nostro Paese dove non ha trovato quel che le occorre per vivere ed è infine ripartita. Vive in Oman. Dice, Gabriella, una cosa semplice: che si può pretendere il rispetto delle regole quando si è i primi a osservarle. E’ la vecchia storia del pulpito e la predica: ci si pensa sempre troppo poco, anche nel privato del nostro agire.

“Ho letto tutte le lettere, ci trovo la vita e mi fanno compagnia. Ad ogni lettera avrei qualcosa da scrivere, dire anche il mio punto di vista. Poi scappa il tempo. In questi giorni leggo sulla questione della cittadinanza e mi sono presa il mio tempo, invece, per ricordare i figli di italiani nati all'estero. Io sono una dei tanti, nata altrove. Sono venuta al mondo nel 1972 in Germania, da genitori che sono emigrati negli anni Sessanta".

"I racconti dei miei genitori non sempre hanno dimostrato pazienza e integrazione, ma i lavoratori ospiti (Gastarbeiter) si sono adeguati e con rispetto e tanto lavoro hanno fatto sì che la Germania diventasse quella locomotiva economica. Ma in Germania vi sono da sempre i cittadini che creano lo Stato, che rispettano le regole, che fanno in modo che le cose funzionino. Tanta immondizia magari è sotto il tappeto, ma sei vai in Comune hai i tuoi certificati. Hai la certezza che chi è allo sportello sappia cosa fa".

"Per tutta la mia permanenza in Germania avrei voluto avere la cittadinanza tedesca in quanto mi sentivo cittadina di quel paese; pensavo e parlavo quella lingua, andavo a scuola, avevo amici che parlavano tutti in tedesco. Addirittura tra italiani si parlava in tedesco. Eppure se volevo partecipare a qualche corso oppure avevo bisogno di un documento, dovevo sempre far ricorso ad uno stato di famiglia che attestava che fossi italiana. Era irritante, spesso e volentieri chi doveva compilare il modulo faceva fatica a comprendere che non fossi tedesca. Volevo quella cittadinanza perché desideravo essere come i cittadini che vedevo accanto a me".

"Mi è sempre mancato qualcosa. Anche perché al mio rientro in Italia ero la tedesca.... Ora che ho 45 anni mi sento cittadina del mondo ed il passaporto è un dettaglio, ma l'Italia prima di affrontare il problema cittadinanza deve avere dei cittadini che sappiano rispettare le regole, che siano loro i primi a farlo. Devono essere per primi gli italiani a rispettare il senso profondo della cittadinanza. Più di tutti quelli al potere: che facciano da esempio di onestà, lealtà, rispetto delle leggi in modo. Solo così si può chiedere a chi è ospite – a chi arriva, a chi nasce da stranieri in Italia - di fare altrettanto".

"Altrimenti accade come nel film di Gianni Amelio "Lamerica", che si pensa che in Italia basti rispondere a una telefonata e si vincono i milioni. La maggior parte della gente fa fatica e raramente vince qualcosa. Infatti dopo tantissimi anni ho nuovamente lasciato l'Italia e vivo altrove”.

Concita De Gregorio (La Repubblica - 22 giugno 2017)

 

lunedì 19 giugno 2017

Banca Etruria, Pier Luigi Boschi: “Banche? Ne parlo con mia figlia e con il presidente”






Alle 19.34 del 3 febbraio 2015 il direttore generale di Veneto Banca Vincenzo Consoli chiama sul cellulare il vicepresidente della Popolare dell’Etruria Pier Luigi Boschi. Dieci giorni prima il governo Renzi ha varato per decreto legge la riforma delle banche popolari, che impone la trasformazione in società per azioni alle più grandi, compresa Etruria. Una settimana dopo la banca aretina sarà commissariata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su proposta del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

La telefonata è calma nei toni, drammatica nella sostanza. Boschi è in cerca di un salvatore per la sua banca. Consoli manifesta disponibilità, verosimilmente desideroso di acquisire benemerenze presso Palazzo Chigi che gli valgano da tutela contro la persecuzione di cui si sente oggetto da parte del capo della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. A un certo punto Consoli fa una domanda e Boschi gli risponde: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi.

Questa telefonata è il terzo pesante indizio che il ministro Boschi, nonostante abbia sempre giurato di non essersi mai occupata della banca di cui il padre era vicepresidente, ha fatto i suoi bravi tentativi di togliere qualche castagna dal fuoco al suo papà. 

Il primo è contenuto nel libro di Ferruccio de Bortoli Poteri forti (o quasi), uscito all’inizio di maggio, dove si riferisce che il ministro Boschi, nel 2015, avrebbe chiesto al numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare Etruria. Ghizzoni non ha mai smentito, Boschi ha smentito e affidato all’avvocato Paola Severino l’incarico di querelare De Bortoli, la querela non è ancora arrivata. 

Il secondo indizio è stato pubblicato dal Fatto l’11 maggio scorso, riferendo della riunione che nel marzo del 2014, a pochi giorni dalla nascita del governo Renzi e della nomina di Maria Elena Boschi a ministro delle Riforme, si è svolta a Laterina nel salotto di casa Boschi: Boschi padre (non ancora vicepresidente ma semplice consigliere), il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari, il presidente di Veneto Banca Flavio Trinca e l’ad Consoli hanno spiegato alla ministra i problemi drammatici delle rispettive banche, alle prese anche allora con gli interventi ritenuti scorretti del solito Barbagallo. La Boschi non ha smentito né commentato in alcun modo.

Adesso c’è la telefonata del 3 febbraio 2015. È passato un anno dall’incontro di Laterina. Consoli si dà del tu con Boschi e il rapporto sembra oliato, ma il direttore generale di Veneto Banca non si fida più tanto della Boschi come interlocutore. Poco prima di chiamare suo padre si consiglia con Vincenzo Umbrella, capo della sede di Firenze di Bankitalia, e gli dice: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.

Poco dopo chiama davvero Boschi, e l’esordio dimostra che il dialogo è ormai fitto e oliato: “Novità sul nostro fronte?”. Boschi gli risponde che è stato fatto un “passaggio sulla Capitale” e che gli è stato detto che per unire gli istituti di credito serve un aumento di capitale garantito dal consorzio, così la Bce dà l’ok. Si parla di una fusione tra Etruria e Veneto Banca. Boschi infatti teme che un altro possibile salvatore, la Popolare dell’Emilia Romagna (Bper), “ci vogliano prendere dal commissariamento”.

Il padre del ministro aggiunge pure che “lui”, cioè Renzi, non sarebbe contrario ma crede che le banche non abbiano il tempo di organizzarsi. Consoli chiede da chi ha avuto queste informazioni: dalla vigilanza di Banca d’Italia? No, ribatte Boschi, da ambienti “un pochino più sopra”. Il problema è quindi il tempo a disposizione. Consoli dice che deve vedere qualche giorno dopo un esponente importante della Popolare di Vicenza. È la banca di Gianni Zonin, a cui un anno prima Barbagallo voleva che sia Veneto Banca che Etruria si consegnassero. Adesso il vento è cambiato, a Vicenza stanno entrando gli ispettori della Bce, anche Zonin è alle corde. Consoli chiede a Boschi se con quelli di Vicenza deve affrontare l’argomento. È qui che Boschi gli dice di aspettare: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”.

Consoli insiste: “Devi lavorare perché ci diano più tempo, ma anche perché, cosa fanno, aprono un altro fronte?”. Boschi replica: “Ma infatti noi si sta lavorando però ora il problema è il periodo difficile della storia.. è difficile parlare, ecco… sennò figurati”. Consoli ribadisce la sua disponibilità: “Noi siamo a disposizione… ma io lo faccio anche con spirito di servizio eh, anche perché questo sistema bancario ce lo stanno ammazzando”.

È qui che Boschi avanza il sospetto che Bper si voglia prendere Etruria dal commissariamento, cioè a prezzo di saldo. Consoli gli chiede se Roma glielo consentirebbe, Boschi dice che si tratta solo di un suo pensiero (in effetti non Bper ma Ubi alla fine si è presa Etruria per 1 euro). Alla fine Consoli dice la cosa per cui aveva chiamato, prega Boschi di far presente a Renzi, che è al governo da un anno e non è mai riuscito a incontrare in nessun modo, che gli vorrebbe parlare. Boschi lo rassicura. Adesso resta solo da capire se Maria Elena Boschi continuerà a giurare di non essersi mai occupata di Banca Etruria. 

Per un mero errore materiale, sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano la telefonata era datata 3 marzo 2015. Ma, come già si poteva evincere dai riferimenti al decreto sulle Popolari e al commissariamento di Etruria, si trattava in realtà del 3 febbraio 2015.



Giorgio Meletti e Davide Vecchi (Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2017)



sabato 17 giugno 2017

Elezioni Palermo, perché il marchingegno di La Vardera è un’operazione mica da ridere



Non so cosa ne pensate voi. Ma in me questa storia del candidato alle elezioni di Palermo che ha filmato tutta la campagna elettorale per farne un documentario ha suscitato una reazione molto lontana sia dalle prevedibili arrabbiature di Salvini e Meloni sia dalle profonde perplessità di Michele Serra. Ho trovato la cosa simpatica e interessante. Sia che tutto fosse architettato fin dall’inizio, sia che l’idea sia nata in corso d’opera come sostiene l’autore, non mancano elementi di notevole interesse sul piano della comunicazione. 

Intendiamoci: non ho mai creduto all’assoluta autenticità, alla “verità” dell’immagine audiovisiva. Al di là delle possibili manipolazioni, anche la ripresa più lineare è una rappresentazione della realtà, non la realtà, un’interpretazione non certo priva di scelte soggettive. E’ una delle prime cose che insegno ai miei allievi, mettendoli in guardia dal mito dell’oggettività. Detto questo, però, non si può neppure negare che vedere e ascoltare Cuffaro o Salvini ripresi nel loro agire politico-elettorale possa dirci qualcosa in più su Cuffaro e Salvini e su tutti gli altri coinvolti nella vicenda. Non la verità assoluta ma qualche elemento in più sulla base del quale costruirsi un’opinione. Insomma l’immagine televisiva non è la realtà ma, usata con intelligenza, ci consente di avvicinarci, altrimenti non ci sarebbe motivo di inserire tecnologie come la Var nelle partite di calcio. 

C’è un altro caso che accende la polemica politica in questi giorni: l’incontro tra Salvini e Casaleggio di cui ha dato notizia Repubblica, negato dai 5 stelle ma confermato dal direttore Mario Calabresi sulla base dell’attendibilità della fonte che lo ha rivelato. Ecco, se di quell’incontro ci fosse un’immagine audiovisiva furtivamente realizzata da qualche iena o ex iena o futura iena, forse la veridicità dello scoop ne uscirebbe innegabilmente rafforzata. Non che così non possa essere vera, ma lo sarebbe di più: è il gioco dell’immagine e della sua evidenza, un gioco anche perverso ma di cui non si può non tenere conto. Per questo le immagini realizzate dal candidato a Palermo La Vardera mi incuriosiscono molto. 

A proposito di prove audiovisive e di Sicilia: vi ricordate la vicenda del governatore Rosario Crocetta coinvolto in una brutta faccenda di minacce a Lucia Borsellino, secondo una rivelazione dell’Espresso? Crocetta ha sempre negato, mentre l’Espresso assicurava di avere un nastro che autenticava la versione, un documento che, secondo le mie categorie appena espresse sopra, avrebbe dato un grado più elevato di veridicità alla rivelazione, prima ancora che in tribunale, di fronte all’opinione pubblica. Ma chi ha mai visto quel nastro? Forse La Vardera sarà un giullare come dice Salvini, ma ha messo in piedi un marchingegno mica da ridere.


 

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